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Scritto da: Athos_Enrile

Questo utente ha pubblicato 2317 articoli.
Antonio Pellegrini, saggista e musicista genovese, mi ha chiesto per la seconda volta un contributo scritto per il suo nuovo libro.
Era accaduto con The Who e Roger Daltrey in Italia” e ora con “Italian Rhapsody”, dedicato ai Queen.
Propongo in questo spazio la mia riflessione…
 
 
 

 

Chiedi chi erano i Queen…
 
Introdurre un libro dedicato ad un artista - o a un gruppo di artisti - significa per me snocciolare elementi personali, lontani dalla didattica e dalla storia che ormai circonda i miti della musica.
Scrivere dei Queen, quindi, mi sollecita memorie che, dal lontano passato, approdano ai giorni nostri e, lontana l’idea che i miei accadimenti possano essere interessanti per il lettore, resta la speranza che le mie considerazioni e i ricordi ne alimentino altri, innescando il rapporto osmotico che spesso si realizza quando va in scena la grande musica, in tutte le sue rappresentazioni.
Ragionando in questi termini allargo il concetto a tutta la musica che viviamo in gioventù, che magari releghiamo in un angolo anche se di qualità, perché giudicata troppo ortodossa, in un periodo della vita in cui bisogna per forza andare controcorrente. Ma alla fine, con la maturità i conti tornano, sempre. Vediamo a cosa mi riferisco.
Vorrei dividere il tutto in tre sezioni.
 
Parto dal 1976, ero un giovanissimo, ma già intriso di musica, il rock, soprattutto quello progressivo.
I juke box di allora erano scatole magiche che con 100 lire fornivano la possibilità di ascoltare tre brani, ed esisteva la convivenza di generi molto diversi tra loro: era facile ascoltare una tripletta del tipo Diana (Paul Anka),Get Down Tonight (KC) e Peel The Paint (Gentle Giant).
Nel contenitore delle meraviglie di quell’anno era presente anche Somebody To Love, dei Queen, una band che secondo noi era troppo commerciale, e non è un caso che parlo al plurale, l’appartenenza ideologica al gruppo era fondamentale. Ricordo un certo rifiuto a prescindere, un trionfo dell’irrazionalità che a quell’età si può, forse, perdonare: “… sì… bravi, ma molto easy!”. Più che ignoranza musicale direi… indecenza comportamentale che a posteriori rigetto in toto.
Eppure, nonostante l’inutile rigidità - comunque difficile da scalfire -, quel brano ti entrava dentro, la voce di Freddie Mercury non era umana, e poi quell’assolo di Brian May era quanto di meglio il rock potesse proporre, così come era facile avvertire che il mix di voci era qualcosa che le altre band non avevano, una peculiarità difficile da copiare senza talento e gusto estremo.
 
Sono passati anni, e le cose della vita mi hanno allontanato dalla musica - momentaneamente -, ma non mi sono perso  i macro eventi, quindi anche ciò che riguarda i Queen.
E arriva il 1991. Sono su di un aereo che da Madrid mi riporta a casa, apro noiosamente il giornale e trovo la notizia della morte di Freddie: non mi ero accorto di nulla, del suo decadimento fisico, delle voci che circolavano, della progressione della tragedia.
Come spesso capita nel quotidiano, quando la scintilla scocca il fuoco si accende e porta chiarezza che, in questo caso, ha significato per me il riappropriarmi del passato perso, il ricercare la musica e tutto quanto disponibile al momento sul “mondo Queen”. Il cofanetto natalizio con miriadi di video della band diventa il mio pane quotidiano, e a poco a poco risalgo alle origini, ricostruendo la storia di una delle più grandi rock band della storia che, purtroppo non sono riuscito a vedere dal vivo, e non c’è tecnologia al mondo che possa avvicinarsi all’emozione che ti dà l’evento vissuto davanti al palco.
 
Arriviamo ai giorni nostri… la maturità mi permette ormai di guardare le cose con obiettività, di ascoltare ciò che mi emoziona senza alcun condizionamento, di affermare che la musica dei Queen ha assunto lo status dell’immortalità, una condizione che prescinde dalla presenza dell’elemento carismatico, del genio, del frontman, di quell’uomo dalla vita piena di  vicende complicate che se ne è andato troppo presto, ma ha lasciato un’eredità inesauribile.
I Queen non sono Freddie e basta. May è stratosferico, soprattutto per la sua riconoscibilità, per un tocco che solo lui sa proporre (accade solo ai grandi come Hendrix, Santana, Clapton…); John Deacon è più di un semplice bassista, e il suo apporto compositivo appare fondamentale; Roger Taylor è uno dei migliori batteristi di tutti i tempi.
Ma le band che possono fornire l’animale da palco sanno che è su di lui che tutti gli occhi sono puntati.
 
Il film recentemente uscito, “Bhoemian Rhapsody”, contribuisce a fornire lustro estremo al mito, ma preferisco ritornare al concetto di musica che rimane oltre le persone che l’hanno creata, quella che si lega alla storia, ma trova al contempo collocazione nel presente e proiezione nel futuro. E qui l’immagine mi riporta al punto di partenza, a quella “Somebody To Love” che mi mette i brividi, quella del febbraio del 1992. Già, Freddie non c’era più, al suo posto George Michael - si diceva che fosse l’unico che avrebbe potuto sostituirlo -, tra i protagonisti del tributo, al Wembley Stadium di Londra.
Scenario incredibile, pubblico pazzesco, parterre da sogno. Mercury è presente, si avverte, esce dal video e ti tocca, ma ha poca importanza: ciò che conta è la musica che i Queen hanno “inventato”, la commistione tra rock e classica sintetizzata nel brano che tutti, oggi, stanno rispolverando sul’onda dell’emozione cinematografica, quel “Bhoemian Rhapsody” che, se analizzato nella svolgimento della sua trama, porta a chiedersi come è stato possibile inventare di sana pianta una struttura simile, un’unione di parti così differenti che si sintetizzano nella “canzone perfetta”, innovativa, all’avanguardia e coraggiosa.
 
 

Il sottolineare la grandezza di questa musica, indipendentemente dalla presenza dei protagonisti originari, deriva da ferme convinzioni, supportate però da fatti oggettivi e non solo da opinioni personali, il tutto accompagnato dal grande rammarico che ciò che ci circonda, ciò che nasce giorno dopo giorno attorno a noi, favorito nella produzione in serie dal progresso tecnologico, non potrà mai e in nessun caso, avvicinarsi all’immensità dei Queen e di molte band coeve: è inutile, c’era un’altra aria in quegli anni!