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La vita in 7 capitoli

Scritto da: Utenti Vari

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23 de Octubre 2009

Brenda e Escarlet sono arrivate all’Auditorium alle 16 anche se l’appuntamento era fissato alle 17. Come loro anche la maggioranza degli altri ragazzi/e arrivavano alla spicciolata però, miracolsamente per una volta, in anticipo……

Dopo mesi di lavoro era giunto il momento di mostrare la nostra nuova opera di teatro intitolata “La vita in 7 capitoli” , frutto del laboratorio di teatro sociale che da 3 anni organizziamo in collaborazione con il progetto Go’el nel quartiere della Pintana. Questo era il momento di uscire dal salone del centro Acuarela che ci aveva accolto pe 9 mesi e di entrare in un vero teatro, con un vero palcoscenico a incontrare gli occhi degli spettatori. Era il tempo del nervosismo, della paura di non ricordarsi nulla, della voce che sembra restare impigliata nella gola; era il momento delle emozioni e degli applausi.

Mentre i ragazzi incominciavano a prepararsi e io sistemavo le ultime cose mi sono ritrovata a pensare ai mesi di intenso lavoro realizzato insieme a Cristian (attore di teatro e professore del laboratorio), Giulia e Sara, Caschi bianchi in servizio civile all’estero. Quello era per tutti un giorno speciale, un passo importante che pero’ non sarebbe stato possibile senza tutti i piccoli passi camminati insieme nel corso dell’anno. Non sarebbe stato possibile senza le volte che avevamo inciampato dovendo rialzarci e ricominciare da capo; le volte che questi 13 adolescenti mi avevano stupito; le occasioni nelle quali mi ero arrabbiata tornando a casa con la sensazione che stessimo sbagliato tutto perché le cose erano sempre così complicate e ogni piccola conquista restava, nel fondo, totalmente precaria.

Ascoltavo le voci uscire dai camerini e ripercorrevo le loro storie fatte di una violenza quotidiana che vive nelle strade del quartiere come dentro le case: nelle cucine, nelle camere da letto. Una violenza che scivola sotto la loro pelle facendoli precari nei sentimenti e diffidenti nelle relazioni, rosicchiando costantemenete i loro sogni di adolescenti. Sembra che chi nasca da queste parti fin da piccolo debba imparare ad accettare che la vita e’ giá stata scritta e che il proprio futuro ricalcherá quello dei propri padri. La bassa qualitá dell’istruzione, l’insufficente tutela sanitaria e gli scarsi stimoli culturali perpetuano le condizioni di povertá e emarginazione condannandoli a convivere con una sensazione di ineluttabilitá.

I 13 adolescenti erano solo una parte di quelli che avevamo conosciuto e perso per la strada: Carla con la sua dolorosa gravidanza, Ana con un talento innato peri il teatro e gli occhi grandi, come la solitudine che porta dentro, Mattia e la sua stanchezza, Susanna e i suoi sorrisi.

C’erano in qualche modo anche loro quel giorno mentre, poco prima che si aprisse lo scenario, potevo sentire i cuori dar colpi nel petto quasi a volerne uscire, e vedevo gli occhi umidi per l’emozione.

Qualcuno mi chiedeva se la mamma, che aveva promesso di venire, era arrivata: un “non so” era meno terribile che un no, anche se era bugia….

Quando finalmente le luci si sono spente mi sono seduta in seconda fila con le mani tremanti e ho avuto certezza che quello che stavamo facendo, per quanto piccolo, avesse un senso: per ciò che si vedeva su quel palco, e per tutto ciò che stava dietro, nascosto.

Ció che le luci di uno spettacolo non arriveranno mai ad illuminare.

 

“LA VIDA EN SIETE CAPITULOS”

Direttore: Cristian Castro

Aiuto direzione: Irene Antonietti

Elenco: Ninoska, Camila, Matias, Isamel, Tania, Costanza, Carlo, Escarlett, Brenda, Giselle, Caludio, Ana. Marco

“La vita in 7 Capitoli”, racconta la realtá vista attraverso gli occhi di 13 adolescenti: una realtá nascosta e al tempo stesso sulla bocca di tutti, manipolata e sputata senza nessuna soluzione effettiva. “La Vita in 7 Capitoli” vuole essere un grido di denuncia e allerta, senza anestesia.
Lo spettacolo racconta la storia di otto personaggi che interrompono la superficilitá della realtá che si presenta agli occhi dello spettatore come uno di quei programmi televisvi che catturano l’attenzione del pubblico adolescente chileno, dove gruppi di ragazze e ragazzi truccatissimi e svestitissimi ballano, cantano, sorridono alla telecamera, mostrando la faccia superficiale e incipriata della vita.
Programmi che sono nel fondo specchio di una societá che ogni giorno, in forma sempre piu’ forte e violenta, impone e diffonde valori che alimentano l’ individualismo, l’arrivismo, il successo e la omogenizzazione. Una societá che ci invita ad essere superficiali, a divertirci passeggiando per i grandi magazzini il sabato pomeriggio (riempiendo le borse e svuotando le tasche) o ballando un reggueton (dove le donne sono raccontate come oggetti), che ci inviata a distrarci e a non pensare...
Nella “Vita in sette capitoli” d’improvviso e senza avviso questa realtá cosí perfetta e brillante incomincia a rompersi, a sporcarsi attraverso otto monologhi fatti che furono creati attraverso l’improvvisazione e impregnati di situazioni estreme (matratto fisico, abbandono, violazione, droga, gravidanze precoce, morte) che i giovani attori hanno canalizzato attraverso immagini (a volte simboliche, altre volte crude e immediate) simboliche, parole, canzoni, balli e humor negro. Gli elementi scenici utilizzati per raccontare le storie sono minimi: alcune sedie, un telo bianco, e maschere a nascondere gli occhi dei 13 attori come metafora della realtá televisva che nasconde, che ci invita a non vedere. Maschere che cadono quando la voce degli otto monologhi si spoglia per raccontare quello che non si vede. Ogni volta che una storia finisce la scena ritorna al programma di televisione, dove la vita continua come se niente fosse, parlando di marche, di amori falliti, di gelosie, di mode. Parole senza spessore, nel fondo corazze per questi giovani imprigionati in una realtá dalla quale non sanno come scappare. Il senso di impotenza e di impossibilitá invadono la “Vita in sette Capitoli” arrivando a toccare lo spettatore e lasciandolo confuso di fronte a ció che molte volte preferirebbe non sapere.