Traffic: accadde nel luglio del 1970

Scritto da: MAT2020

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Usciva i primi giorni di luglio del 1970 l'album dei Traffic "John Barleycorn Must Die", capolavoro della musica rock-jazz-prog-etno-blues (c’è di tutto !!)
Se non lo conosci... cambia mestiere!
Wazza
 

 
 
Di Paolo Madeddu
 
A volte per raggiungere un obiettivo ci si deve muovere in direzione opposta. Nel 1970 il 22enne Steve Winwood, enfant prodige coccolato come un gattino dal boss della Island Chris Blackwell, riuscì dopo 4 anni di tentativi a fare dei Traffic il proprio gruppo. E non solo: per imporre il proprio modernissimo jazz-rock il fanciullo di Birmingham si ritrovò ad usare come cavallo di Troia una ballata scozzese del 1400.
 
I Traffic si erano sciolti dopo i sovrumani sforzi di far convivere sotto lo stesso tetto Winwood e Dave Mason, confezionatore di “hit” adatti ai mutevoli umori degli anni ‘60: dalla fantasmagorica psichedelia di “Hole in my shoe” al gagliardo blues-rock di “Feelin’ alright”. Ma il ragazzo-prodigio attorno al quale era stata costruita la band assisteva insofferente, incapace di andare verso il pubblico come Mason, e del tutto allergico agli ingredienti principali del pop: strofa, ritornello e minutaggio contenuto. La tensione aveva indotto lo stesso Mason a fare fagotto, ma un Winwood demotivato aveva già deciso in cuor suo che nonostante l’amicizia con Jim Capaldi e Chris Wood, i Traffic non erano la sua band. Rispettato il contratto, col mesto epitaffio intitolato perentoriamente “Last exit”, si era fatto coinvolgere dai “supergrupp” in voga all’epoca: i Blind Faith (Eric Clapton, Ginger Baker e Rick Grech), e poi gli Air Force (lo stesso Baker, Grech, Denny Laine e il ritrovato Wood). I risultati un pò grigi lo fecero optare per la carriera solista, anzi, solipsista: un disco intitolato “Mad shadows” in cui avrebbe suonato tutti gli strumenti, libero finalmente da soci ingombranti.
A questo scopo, si trovava in studio con un brano intitolato “Stranger to himself” - quando cominciò ad avere dei problemi. Intanto, i testi non gli venivano di getto - anzi: le pagine ostinatamente bianche finirono per ispirargli “Empty pages”. Preoccupato, chiese aiuto a Jim Capaldi. Il quale lo raggiunse, e già che c’era mise anche mano alla batteria per “Every mother’s son”. Ma mancava ancora qualcosa, il sound era insipido. Di qui, la svolta: via il produttore Guy Stevens, sostituito da Blackwell in persona. A questi parve che un sax e un flauto avrebbero rappresentato un contrappunto ideale per le lunghe escursioni strumentali che Winwood aveva in mente: perché non chiamare il fido Chris Wood? E la scintilla a lungo attesa scoccò.
 
Wood accettò di non firmare alcun pezzo (mentre a Capaldi furono riconosciuti i diritti per i testi), ma il suo contributo fu enorme: impossibile immaginare l’irresistibile suite strumentale “Glad” senza l’apporto del suo sax. Impossibile concepire la suadente bellezza di “John Barleycorn” senza il suo flauto a dare profondità. E’ impossibile per Winwood arrivare senza Wood a tale brano, un’antica canzone sulle virtù del malto che già aveva colpito l’Immaginazione del poeta Robert Burns e dello scrittore Jack London. Stando a Capaldi, “Un giorno Chris si presentò con un disco dei Watersons, un gruppo folk. Era una raccolta di antiche ballate intitolata “A calendar of frost and fire”. Fu quello a darci la spinta verso la seconda vita dei Traffic... Steve era il leader dei Traffic, questo è sempre stato fuori discussione, ma Chris era magico. Aveva lo spirito, l’anima e le orecchie per captare certe cose, e far diventare “John Barleycorn” un pezzo che lasciò senza fiato migliaia di americani”.
 
 
Così, la tradizione folk britannica che già si stava affacciando dai solchi di Jethro Tull e Led Zeppelin, ottenne ulteriori, autorevoli divulgatori. “John Barleycorn”, lunga e carezzevole, spiccava in mezzo a un disco che miscelava sonorità di tutt’altro stampo. La voce di Winwood, adagiata su una delicata sequenza di accordi, raggiungeva (come già era successo in “Can’t find my way home” dei Blind Faith) picchi evocativi “da mozzare il fiato” non solo agli americani, ma anche agli italiani (tra cui, malauguratamente, anche Salvatores, che ne ha fatto un uso alquanto balordo in “Nirvana”).
 
A quel punto, i Traffic erano davvero vivi e frementi come mai in vita loro. Da una specie di jam-session continuata, nella quale Winwood decise di fare a meno delle chitarre e concentrarsi sui dialoghi tra tastiere e fiati, nacquero i tre brani che non a caso costituirono la prima facciata del disco: la già citata “Glad”, la splendida “Freedom rider”, la ricca “Empty pages” (con due organi suonati da Wood e Winwood, e quest’ultimo impegnato anche in un sontuoso assolo di piano elettrico).
 
Il disco venne chiuso così, con tre pezzi per lato. Per molti, questo sound “espanso” e carico di promesse, improvvisato ma all’interno di una struttura riconoscibile come quella di una canzone, fu una folgorazione: “John Barleycorn must die” fu il primo passo verso l’esplorazione di quei territori chiamati jazz-rock, e descritti come un Eldorado. In realtà le spedizioni, anche per gli stessi Traffic, fruttarono carichi di spezie, ma niente oro: più ci si allontanava dal vile rock, per incentivare la più aristocratica inclinazione all’improvvisazione, e più si dava la sensazione di accompagnare il can per l’aia. Alla fine degli anni ‘70, con una certa frustrazione, Winwood lasciò perdere, e nel descrivere un “Arc of a diver” tornò a muoversi con un equipaggiamento non molto elegante - ma così utile: strofa, ritornello e minutaggio contenuto.