"Darwin": il commento di Carlo Massarini

Scritto da: MAT2020

Questo utente ha pubblicato 2085 articoli.

Hello Popolo del Prog,

“condivido” questo bellissimo articolo su “Darwin” e il mondo che lo circondava nel 1972, scritto dal mitico Carlo Massarini. Oggi con un telefonino, sono tutti “fotografi”, con la tastiera sono tutti “giornalisti” … prova, prova a pensare un po’ diverso!

Le foto le ho aggiunte io…

Di tutto un Pop.

Wazza

 

 

Nei primi anni ’70 in Italia c’è un big bang impressionante: da una parte i cantautori, dall’altra i nuovi gruppi. Il numero delle neonate rock band è incredibile, e la maggior parte sono sulla scia dei gruppi di progressive inglese, King Crimson (i primi) ed ELP, Jethro Tull e Yes e, sempre in alto nei nostri cuori, i Genesis e Gentle Giant: sarà per una certa vicinanza al classico europeo (il blues qui è proprio dall’altra parte dell’oceano), a quelle melodie ariose e romantiche, sarà perché il prog è un rock complesso ed evidentemente la nostra generazione era di cerebrali, ma i gruppi di successo di quegli anni avevano tutti l’etichetta progressiva. PFM, BMS, Trip, Orme, Balletto di Bronzo, Osanna, Arti&Mestieri e via svisando, ce ne sono cento e hanno la loro pagina su Wikipedia.

Ai tempi li avreste trovati nei circuiti alternativi, spesso tutti insieme in quei festival di musica pop che ogni municipalità un po’ moderna metteva in scena. Pischelli che ci provavano e virtuosi che uscivano freschi freschi da qualche conservatorio, chi amante del jazz e chi dei chitarroni elettrici, la fauna era nutrita e ben diversificata. È in uno di questi raduni-con-gara che si incontrano sei ragazzi di Roma e provincia. Da Marino vengono i fratelli Nocenzi, un già omone con barba da Moschettiere di nome Vittorio e il minore, babyface Gianni. Il dio dei Castelli (chiunque Egli sia) gli ha fatto dono di dieci dita da prestigiatori delle tastiere: Gianni rigorosamente al piano, finalmente tutto quello studiare serve a qualcosa, e Vittorio dietro organo Hammond e tastiere varie e una paretina di valvole e fili e manopole che allora voleva dire sintetizzatore, generalmente il Moog. Sono l’unico gruppo italiano con due tastieristi, e non è che ce ne siano comunque molti al mondo, ricordo solo Argent e Procol Harum.

Al secondo Festival Pop di Caracalla con una prima formazione va male, ma nel backstage scoccano amicizie. A fare le prove nella stalla riadattata di casa Nocenzi arrivano Pierluigi Calderoni alla batteria, Marcello Todaro alla chitarra, Renato D’Angelo al basso, e un gentle giant dalla barba nera, un bel girovita e una bellissima voce. Francesco di Giacomo, anche lui dai Castelli, è un personaggio unico, è l’elemento distintivo, quello che – con un’alchimia che sa di vino e bruschetta, ma in verità raffinatissima – crea la formazione più originale di tutto il prog italiano.

Il Banco è totalmente originale. Fai fatica a trovare una controparte inglese, non assomigliano a nessuno, senti appena degli accenti – ma la materia non può che essere comune – dei dischi inglesi di quegli anni, veri programmi scolastici per studenti progressivi.

La verità è che nessuno ha una doppia tastiera e un cantante così, nessuno ha quel dono di fondere rock e melodramma, jazz e poesia, ispirazione e virtuosismi classicheggianti (ai tempi obbligatori) e spirito sanguigno quando serve alzare ritmo e compattezza. Vittorio è il principale compositore, cresciuto a Beatles (soprattutto “Sgt Pepper”) e musica classica: Bach e Chopin, la musica sinfonica dell’800, Beethoven e Tchaikoswski, la musica del 900 americano come Aaron Copeland e le poliritmie etno/classiche dell’ungherese Bela Bartok. E il prog inglese?

«Li ho sentiti dopo!», mi racconta Nocenzi Sr. alla vigilia del suo 70esimo, passato come sempre a suonare e incidere, «noi stavamo a soli 20 km da Roma, ma era un mondo lontano. Non c’erano negozi di dischi, il prog inglese l’ho sentito solo dopo che avevamo già fatto i nostri. Grande impressione mi fece “Atom Heart Mother”, ma è inevitabile che, se i Gentle Giant o i Genesis o altri avevano ascoltato le stesse cose, ci fossero dei passaggi simili. Io componevo con in mente la struttura della musica sinfonica, che permetteva di far tornare un tema in un’altra tonalità, e riconnettersi con il precedente, in modo circolare. Scrivevo musica complessa che cercavamo di mantenere fresca e immediata. Ma che fatica, in mezzo a tutti quei tempi dispari, a trovare una metrica per il testo, con le parole plurisillabiche italiane! Io e Francesco insieme, bel mal di pancia, col rischio di cadere da un contenuto alto nella banalità, e ritrovarsi con un pugno di mosche».

Assolutamente italiani, e puramente progressivi.

 

 

Il Banco fra il 1972 e il ’73 pubblica tre album, è pazzesca la quantità di creatività che viene riversata su vinile. I primi due sono capolavori, il terzo “Io sono nato Libero” quasi. Il primo, semplicemente “BMS”, copertina originale a salvadanaio da collezionisti, è l’irruzione sulla scena con il ritmo dispari martellante di ’R.I.P.’ e quel lungo viaggio fantasy che è ’Il Giardino del Mago’.

Il secondo, “Darwin”, è il nostro contributo all’allora fiorente moda dei dischi concettuali, inaugurata dagli Who con “Tommy” nel ’69, terreno stimolante ma anche scivoloso sul quale il rischio è fare figure barbine. Il tema scelto è suggestivo, intrigante, ma anche complesso e sentiero difficile sul quale incamminarsi: una riflessione sull’evoluzione dal punto di vista darwiniano, ovvero le specie frutto di una lentissima evoluzione, lasciando al pensiero religioso – l’Eden, Adamo ed Eva, il peccato originale, la Creazione – il ruolo di metafora: «Darwin era un religioso, ma riteneva che il valore della trasposizione allegorica fosse esclusivamente di tipo divulgativo, come nelle favole, più facili da introiettare attraverso una metafora».

Da un punto di vista musicale la costruzione è sontuosa, 47’ in cui trovare una varietà di temi e di soluzioni di alto livello, ma quello che dà all’opera una profondità definitiva sono i testi di Francesco di Giacomo, filtrati da una ispirazione poetica che riveste di umanità questo lunghissimo viaggio, dai batteri alle prime forme di vita fino ai primi uomini e la prima consapevolezza. Big, questo il suo nickname, si rivela un autore eccellente, che sa far volare la fantasia e riportarla a terra, tanto che i testi – cosa rara – stanno in piedi anche da soli, senza musica.

E, non dimentichiamo, siamo in un paese cattolico (e 50 anni fa), in cui il creazionismo rimane ancora – per quanto scientificamente ormai superato – un caposaldo della nostra religione. Francesco ribalta la visione, e ci porta in un mondo visuale, dove ogni parola proietta immagini e scenari, significati e protagonisti.

 

“Prova, prova a pensare un po’ diverso

Niente da grandi dei fu fabbricato

Ma il creato s’è creato da sè

Cellule fibre energia e calore..

…Strati grigi di lava e di coralli

Cieli umidi e senza colori

Ecco il mondo sta respirando

Muschi e licheni verdi spugne di terra

Fanno da serra al germoglio che verrà”

 

L’inizio è leggero, un’aria cosmica che soffia su scenari da brodo primordiale. Un Hammond sottile ci ha accolto nella capsula del tempo poi, come se arrivasse una tempesta di tuoni e saette, quando tutta la band entra ci catapulta a miliardi di anni fa con il classico sincopato che è il loro marchio di fabbrica: la vita animale si sta creando, cellule si uniscono, l’evoluzione porta questi esseri dall’acqua alla terra…

 

“Informi esseri il mare vomita

Sospinti a cumuli su spiagge putride

I branchi torbidi la terra ospita

Strisciando salgono sui loro simili

E il tempo cambierà i corpi flaccidi

In forme utili a sopravvivere”

 

Il certificato-prog arriva subito dopo, nel lungo interludio in cui si intrecciano tastiere su pianissimi e fortissimi che strappano via. Poi si ricomincia, come se il viaggio fosse ripartito di colpo. E alle fine di questo percorso che sorprende e stordisce, l’uomo moderno guarda indietro, il presupposto scientifico spazza via ogni leggenda:

 

“E se nel fossile di un cranio atavico

Riscopro forme che a me somigliano

Allora Adamo no non può più esistere

E sette giorni soli son pochi per creare

E ora ditemi se la mia genesi

Fu d’altri uomini o di un quadrupede

Adamo è morto ormai e la mia genesi

Non è di uomini ma di quadrumani”.

 

Siamo ancora ben lontani dalla fine di questa suite di 18’ (fortunatamente non definita tale), c’è l’inserimento di una fuga alla Bach all’organo mentre il pianoforte arpeggia e il basso s’impenna. Il finale ha la maestosità classica (ma suonata rock) di certi finali dei Procol Harum, poi rallenta per un attimo, lo sguardo va al cielo dove “alto arabescando un alcione stride sulle ginestre e sul mare”.

La vita è sbocciata, il passaggio da quadrumane a bipede sono milioni di anni riassunti in pochi minuti. Il tono lo conduce e lo porta lontano il moog, con brusche accelerate di ritmica e organo, le due tastiere si intrecciano, siamo in una masterclass alla facoltà di musica progressiva. Poi tutto si cheta, e si percepisce quasi fisicamente lo sforzo, i tentativi falliti e infine “la conquista della posizione eretta”:

 

“Potessi drizzare il collo oltre le fronde

E tener ritto il corpo opposto al vento

Io provo e cado e provo

E ritto sto per un momento…”

 

Dopo la tensione drammatica di questo inizio alquanto folgorante, si gira il disco (facciamo finta) e arriva un momento, se vogliamo, di relax. Per un brano l’uomo riposa e il proscenio è conquistato dai dinosauri e dagli altri animali poderosi che solcavano la terra. Per quello che possiamo sapere, siamo sfasati nella sequenza temporale dinosauri/uomo, ma “non avevamo pretese scientifiche, volevamo solo l’evocazione, l’emozione, elevare a metafora il paradigma biologico”, dice Vittorio. Il brano è qualcosa di completamente diverso di atmosfera, insolito a latitudini progressive, un cool jazz swingante, la ’Danza dei Grandi Rettili’.

 

 

Arriva poi il momento in cui l’ominide che si trova in un mondo inesplorato, selvaggio, scopre la forza che può dare la comunità dei consimili. Il branco può dare sicurezza, può proteggere e cacciare, sono i prodromi della socialità, della condivisione, ’Cento mani e cento occhi’ uniti. Il nostro inconsapevole antenato incontra un capobranco, che lo introduce al gruppo che si è aggregato intorno a lui:

 

“La nostra forza è in cento mani

E cento occhi fanno a noi la guardia

Tu sei da solo

Tu ora se vuoi puoi andare

Oppure restare e unirti a noi…”

 

Eppure, alla fine, il paradosso che regola ancor oggi la nostra società fa capolino, insinua un dubbio, una scelta a cui tutti noi andiamo inevitabilmente incontro, prima o poi. La sicurezza del branco da una parte, la voglia di individualità, di libertà, “la voglia di fuggire che mi porto dentro” dall’altra. Sliding doors ante-litteram.

’750.000 anni fa…l’amore?’ è una meraviglia assoluta, di quelle che ’scioglie il sangue dent’evvene, sai”, come cantava Dalla. Uno dei brani più toccanti della musica italiana, un arpeggio romantico di Gianni al pianoforte che si allarga in una sonata che non ha neanche bisogno di un videoclip, è vita ancestrale che scorre davanti agli occhi, il nostro antenato che da lontano guarda un gruppo di ominidi probabilmente un po’ più avanti nella scala dell’evoluzione, come la scienza ormai conferma:

 

“Già l’acqua inghiotte il sole

Ti danza il seno mentre corri a valle

Con il tuo branco ai pozzi

Le labbra secche vieni a dissetare

Corpo steso dai larghi fianchi

Nell’ombra sto, sto qui a vederti

Possederti, si possederti… possederti…”

 

Come è possibile? Un primate che avverte la consapevolezza del desiderio, e insieme quella di essere in uno stato meno evoluto, che manifestandosi creerebbe paura e turbamento…

 

“…Ed io tengo il respiro

Se mi vedessi fuggiresti via

E pianto l’unghie in terra

L’argilla rossa mi nasconde il viso

Ma vorrei per un momento stringerti a me

Qui sul mio petto

Ma non posso fuggiresti fuggiresti via da me

Io non posso possederti possederti

Io non posso fuggiresti

Possederti io non posso…

Anche per una volta sola”

 

Lui vorrebbe stendere veli di foglie per lei e danzare insieme sotto la luna, “ma il labbro inerte non sa dire niente”. Il suo desiderio è più avanti del suo linguaggio, e la dicotomia fra mente e fisico è struggente. Francesco canta con tale emotività che non puoi far altro che calarti nei suoi panni, nel suo corpo tozzo di muscoli e peli, una prima passionale storia d’amore nel momento in cui l’istinto accoglie un primo sentimento. Non può far altro, lui così inadeguato, così tormentato dall’irraggiungibile miraggio, che osservarli da lontano, loro e quella Lucy che ha amato a prima vista. Si può chiamare amore? Chi lo sa, neuro-biologicamente, ma lo slancio è così potente che…

 

“Si è fatto scuro il cielo

Già ti allontani resta ancora a bere

Mia davvero ah fosse vero

Ma chi son io uno scimmione

Senza ragione senza ragione senza ragione

Uno scimmione fuggiresti fuggiresti

Uno scimmione uno scimmione senza ragione

Tu fuggiresti, tu fuggiresti…”.

 

Impossibile ricavalcare un’emozione del genere, e allora gli ultimi due brani sono tutt’altra cosa: ’Miserere alla Storia’ ha al suo interno tanti temi e mood diversi, e al centro Vittorio con voce effettata e stranita declama un’ode alla miseria umana, alla sua ambizione sfrenata, quando si perde il senso della storia, dell’evoluzione:

 

“Gloria a Babele

Rida la Sfinge ancora per millenni

Si fabbrichi nel cielo fino a Sirio

Schiumino i cavalli sulla Via Lattea

Ma quanta vita ha ancora il tuo intelletto

Se dietro a te scompare la tua razza?”

 

 

Il finale è affidato a una musica totalmente diversa, un valzer popolare che sa di giostre e di circo, un tocco felliniano che ci riporta a casa, lasciandoci però con la certezza che, alla fine, il nostro limite invalicabile è il tempo, sinonimo sia di evoluzione che di mortalità.

 

“Ruota eterna ruota pesante

Lenta nel tuo cigolio

Stai schiacciando le mie ossa e la mia volontà…

Ah ruota gigante

Perché dunque mi fai pensare

Se nel tuo girare

La mente poi mi frenerai

Va la ruota va

Un colpo non lo perde mai…”

 

Fine della storia, della allegoria che, come sempre, è solo l’inizio o il proseguimento di un’altra.

Questo album, come avrete capito, è un’avventura sonora e concettuale straordinaria. L’unico limite è il suono: quello del ’73, con le sole classiche otto piste di allora, è inciso un po’ piatto, batteria perduta al piano di sotto, senza dinamica. Tanto che il Banco, con altre formazioni, Gianni andato via e Vittorio unica tastiera, l’ha ripubblicato due volte: la prima nel ’91, suono trasparente e muscolare, batteria sbattuta in faccia, e nel 2013, quando sono stati ripubblicati entrambi i primi due Lp in versione deluxe: un live del 2012 + l’originale rimixato e rimasterizzato. La prima volta ha sempre quel non so che, gli altri fotografano bene non solo i cambiamenti del Banco, ma anche l’evoluzione (darwiniana anch’essa, in fondo) delle tecnologie di registrazione e post-produzione.

Per afferrare fino in fondo, per chi non c’era, il senso pionieristico di “Darwin” bisognerebbe riascoltarlo con le orecchie di ieri, quando gli anni ’70 erano ancora tutti da scoprire, le ambizioni alte, e il risultato da mettere in prospettiva storica. Vittorio, uomo trabordante di energia ancora oggi, totalmente dentro la sua musica e a modo suo vero survivor, guarda indietro: «Credo che quando è nato il progressive sia stato un esperimento d’avanguardia, perché la musica, come qualunque cosa, va messa nel contesto in cui nasce. Noi pensiamo a Caravaggio come un classico, ma quando Caravaggio ha dipinto i propri quadri è stata una rivoluzione incredibile. Lui ha pensato alla luce elettrica, ai tagli teatrali di nero e bianco quattrocento anni prima che Edison scoprisse la lampadina. Se oggi lo vediamo come un classico, allora era avanguardia, un innovatore. Il Banco oggi è un classico, siamo stati però sicuramente avanguardia, profonda avanguardia. Chiaramente, questo ci ha reso la vita difficile per certi versi, ma ci ha dato un respiro lungo per altri.

Carlo Massarini