La risposta di Franco Mussida a Bernardo Lanzetti

Scritto da: Athos_Enrile

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Ieri Bernardo Lanzetti ha posto una questione “delicata” a Franco Mussida, che si può leggere qui.

Ecco la risposta di Mussida.

Caro Bernardo,

una premessa. L’articolo non intende prendere posizioni politiche, sottolinea un fatto umanistico. L’esempio del presidente Usa è talmente eclatante che lo si è preso a modello per la sua straordinarietà. In tanti paesi la violenza è un fatto giornaliero, in alcuni la repressione è prevista per legge. Si parlava dell’impulso a distruggere che esiste in ognuno di noi, e nella riflessione ne spiego le ragioni. Vale per tutti i popoli della terra, gli uomini appartengono ad una sola razza: quella umana appunto. Quindi, la violenza distruttiva sta in tutti quanti, compresi cinesi, russi, noi italiani o americani. Occorre quindi insegnare alla gente a costruire, poiché distruggere non ha bisogno di maestri, ci viene naturale. Nel ragionamento ho inserito la Musica poiché in origine non fu pensata per incitare alla violenza, ma per educarci a costruire, ad aprire spiragli di dialogo con gli Dei, il cielo, il creato. Successivamente è stata organizzata in suoni, per dare voce alle nostre intenzioni emotive, prenderne coscienza. Ricordo che in India e nella Grecia antica la si impiegava per educare il sentire del popolo. Ma tu mi chiedi se è nata prima la poesia della parola o la Musica. Le forme, qualsiasi forma, in ogni caso arrivano sempre un attimo dopo la necessita di manifestare un’intenzione, prima di tutto emotiva. Dolore e gioia li manifestiamo istintivamente attraverso un urlo o una risata. Al buio di notte picchiare uno stinco contro uno sgabello fa molto male. Il suono onomatopeico istintivo è più o meno una vocale Ahhhhhhhhh… soprattutto. Non c’è un urlo inglese giapponese o tedesco, nè un ridere francese o messicano. Queste manifestazioni sonore sono elementi primari. Solo molto più avanti, i nostri antenati si sono chiesti: “che nome diamo a questo sentimento che ci prende quando sentiamo male o proviamo gioia?” Allora qui sì che si sono scatenate le diversità, si è generata quella babele che nel mondo del suono, quello delle pure intenzioni emotive non c’è. Noi italiani quelle intenzioni emotive le chiamiamo: “dolore, gioia”. Gli anglosassoni “Pain” o “Joy”. Se fate un giro sul traduttore di Google c’è da sbizzarrirsi con le parole più diverse. Concludo ricordando, anche a me stesso, che le parole cominciano a prendere le loro forme fino a diventare poesia, solo dopo, quando in noi si sviluppa, si fa largo quello speciale “caglio spirituale" umano che chiamiamo intelletto, che da quel mare immenso di intenzioni emotive solidifica porzioni di suono alle quali associa, appiccica una immagine e la nomina. Ed ecco le parole.

Franco

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