La musica significativa del 2018 secondo Claudio Milano (pt.1)

Scritto da: MAT2020

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Fotografia di Paolo Bretti

Racconta Claudio Milano: "Ho preso appunti per un intero anno, a definire gli ascolti a mio avviso più innovativi del 2018, tra centinaia di pubblicazioni ascoltate.
Ne è venuto fuori un articolo massivo, a fotografare all'incirca 50 brani/segnalazioni di live appartenenti ad ambiti assai distanti: classica contemporanea, nuovo jazz e musiche afro-americane, folk, rock, elettronica, musiche di confine tutte...” 
                                                                                  
 
2000 e 18 anni (e qualche migliaio prima) per dar suono a musiche, oggi chiamate “nuove”.
 
 
 
Tim Hecker: “This Life” e “Kayed Out” (da Konoyo)
 
 
Tim Hecker è compositore nel senso antico del termine. La sua musica in quanto a composizione però non apporta nessuna particolare variante a quanto fatto in ambito classico tonale/minimale ed elettronico. E' fatta di progressive stratificazioni non dissimili da quelle di David Toop, estranee alla benché minima dissonanza e con intervalli assai prossimi, da studente di Conservatorio che ha disimparato ogni tecnica per ritornare alla pura percezione del suono originario, tranne che nel fare uso di continui effetti di pitch, detune, autotune ad indurre una sensazione di malessere in chi ascolta. Una cifra stilistica ad ogni modo, che nella splendida scrittura di This Life e nei suoi suoni inauditi, si fa davvero importante. Una composizione gestita con grande senso della misura nei singoli interventi sonici, organizzati al pari di un'estesa orchestra elettronica. La spazializzazione è fatta di micromovimenti, senza eccessi stereofonici nell'organizzazione del panpot. Assai bilanciato nell'organizzazione dello spettro sonico, il brano ha  suoni medi stabili a cui fanno da contraltare glissati-sirena di frequenze acute e gravi imponenti. Un monolite che nell'ideazione si discosta dalle lentissime trame dei drones prodotti negli ultimi anni da Rafael Anton Irisarri, Christian Fennesz, Ben Frost e comprimari. Il senso di allarme che se ne coglie ha un violento impatto emotivo che si fa via via insidioso nel finale. Sebbene il disco intero abbia senso di essere valutato come fatto per rimanere tra i capisaldi del genere, Kayed Out è composizione altrettanto essenziale. Permane un senso di profondo spaesamento, trasmesso attraverso sonorità che sembrano provenire da metalli sonori. L'equivalente di pietre sonore, qui diviene oggetto metallico fatto risuonare nelle coscienze. L'organizzazione spaziale del suono è qui assai mossa e il brano si presenta articolato in più sezioni, attraverso strutture ritmiche  (assai prossime a suoni di djembe) e melodiche tonali che si susseguono con continui cambi di scena, fino a reiterarsi con un'ostinato di simil-arpa, un po' stucchevole alla lunga. Una nuova forma di musique concrete assai vicina ad un'impressionismo per epoca digitale. Il finale torna anche qui a sfumare i contorni. Ad ogni modo e con soluzioni “cantabili”, un senso di serenità emerge negli sviluppi di questa traccia.
 
 
Lonnie Holley: “I Snack Off the Slave Ship” e “I Woke Up in a Fucked-Up America” (da MITH)
 
 
Lontano da biografie alquanto truculente che riguardano la vita di Lonnie Holley, ciò che mi interessa riportare è il suo essere artista vero e d'ampio raggio. Di vite sfortunate ce ne sono state milioni e poche di queste hanno prodotto bellezza, anzi, molto spesso hanno contribuito ad alimentare gli orrori in cui erano vissute. Il cantore americano è essenzialmente uno straordinario oratore in musica. Ad un salmodiare che avvicina blues della prim'ora, gospel e rap, è da ascrivere il suo canto devastato da abusi di ogni sorta. La densità del racconto, accesa al limite della psicosi, non ha alcun cedimento, come in un rituale catartico che conosce il solo sfinimento come battuta d'arresto. Ben poco peso avrebbe (purtroppo) il suo racconto, drammaticamente “scompensato” e pur artistico a prescindere, se non fosse accompagnato da una confezione sonica di pura eccellenza, della quale il cantore non è minimamente responsabile. Qualcuno ha ben capito che su di lui e la sua storia si poteva speculare e lo ha fatto straordinariamente bene. Una band di jazzisti di prim'ordine e della scena d'avanguardia newyorkese, intesse fraseggi ora cupi, ora cinici, ora spietatamente diretti, talvolta “cosmici”, in un richiamo a Sun Ra, che qui però trova tutt'altra materia di partenza. Due episodi del disco sono impressionanti per la saturazione emotiva che il canto e quanto tessuto appresso ad esso, riesce a rendere.
I Snack Off the Slave Ship, è una lunghissima declamazione ad opera di corde vocali devastate ma evocative all'inverosimile e capaci tanto in un roco da ex baritono leggero, prossimo al suono di una tromba, quanto in una purezza di emissione elegante e ricca di armoniche gospel/soul. Il pianoforte appena scordato, affronta fraseggi ora melodici, ora cupissimi. Le percussioni afro sono da preludio all'intervento ben più evocativo di una batteria a creare spirali nella percussione dei piatti. L'elettronica è sempre presente diretta quanto atmosferica. Un fischiettare contribuisce a rendere il tratto pollockiano materia sonica densa, organica e pulsante. Dilaniante come poche cose io abbia mai ascoltato.
I Woke Up in a Fucked-Up America, fa uso di pulsazioni elettroniche roboanti, marziali, applicate anche alla batteria. Il pianoforte conserva il suo tratto romantico-decadente, i fiati sono trattati al pari della batteria a creare una sorta di urlo “post tutto”, destrutturato quanto agguerrito e diretto. Un'invettiva nettamente più incisiva di qualsiasi produzione rap o hip hop che sia. Holley e sodali brevettano con questo disco una formula di soundpainting armato e psicotico, da “azione sonora” non dissimile da rito sciamanico o reading primordiale. Suoni e versi lucidamente anarchici a dichiarare attraverso rughe dell'anima, quanto una dittatura culturale (non solo in America) sia da sempre presente, accettata passivamente e inammissibile in un'epoca storica in cui torna ad essere apertamente dichiarata.