La musica significativa del 2018 secondo Claudio Milano (pt.9)

Scritto da: MAT2020

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Fotografia di Paolo Bretti

Racconta Claudio Milano: "Ho preso appunti per un intero anno, a definire gli ascolti a mio avviso più innovativi del 2018, tra centinaia di pubblicazioni ascoltate.
Ne è venuto fuori un articolo massivo, a fotografare all'incirca 50 brani/segnalazioni di live appartenenti ad ambiti assai distanti: classica contemporanea, nuovo jazz e musiche afro-americane, folk, rock, elettronica, musiche di confine tutte...” 
                                                                                  
 
2000 e 18 anni (e qualche migliaio prima) per dar suono a musiche, oggi chiamate “nuove”.
 
 
 

Josephine Foster: Faithful Fairy Harmony (da Faithful Fairy Harmony)

 

Il culto di Josephine Foster è appannaggio di pochi ma assidui seguaci da molti anni in qua. La cantautrice americana che voleva essere cantante lirica, ma che da anni alterna l'insegnamento della voce alla registrazione di album in buona misura tutti pregevoli e portatori di identità autonoma, è arrivata lo scorso anno alla pubblicazione di un doppio disco. “Svanito” come sempre e tanto più vario nella proposta delle singole tracce, ma unilaterale nell'espressione di una spiritualità autentica e di bellezza “altra”. Il suo canto da soprano leggero con scarso sostegno (in breve, la voce “traballa”), ha un fascino antico, sembra quello della vicina di casa freak che avrebbe voluto altro dalla vita, ma si è ricavata una dimensione così fuori dal mondo da risultare assai meglio di quello che avrebbe voluto (una semplice esecutrice). Sono tanti gli episodi del disco a risultare completamente a fuoco, l'ode folk per arpa e voce (che nel finale raggiunge un DO5 con grande naturalezza) di Soothsayer Song; la romanza per piano e voce di I Was Glad, dalle armonizzazioni ben ricercate; la magnifica Adieu Color Adieu, che trova una dimensione estaticamente corale e non ha timore nell'affrontare spigolose dissonanze in apertura e chiusura del pezzo; l'incanto mistico della pastorale Eternity, con un bel violoncello a dar calore; le sublimi trasfigurazioni di The Peak of Paradise, non estranee ad un'elettronica discreta quanto funzionale; l'andamento glam rock di Challenger che riporta direttamente alla mente alcuni episodi da “Transformer” di Lou Reed. E' il disco nel complesso (notevoli anche The Virgin of the SnowLord of Love, la “blakeiana” Little Lamb) a risultare degno di nota, così come lo era stato, ad esempio “This Coming Gladness” del 2008 (con la stralunata e magnifica Lullaby to All dove gli strumenti tutti facevano guerra tonale al cantato dagli intervalli ubriachi).

La title track, ha la capacità di riassumere tutto, in chiusura, attestandosi come gioiello di folk progressivo con pochi paragoni. Un accordo di sospensione armonica prelude a un breve recitativo, mentre in lontananza si sente il suono di un pianoforte come nelle vecchie incisioni in cui era possibile percepire appena in anticipo lo sviluppo dei brani (i nastri venivano usati più volte durante le take dello stesso pezzo in studio, per non incorrere in sprechi). L'andamento che segue è da tipico pastorale canto chiesastico americano, con annesso lirismo vocale intimista. Le armonizzazioni però vanno a complicarsi in sviluppi ora tardo romantici, ora da slancio glam rock. Poi una sospensione centrale con più modulazioni e un'innesto di chitarra elettrica dal suono grottesco, mentre violoncello e arpa aggiungono calore. Il canto trova nell'inserimento di controcanti, una dimensione ancora più convincente. Torna un breve recitativo e poi ancora un coro di voci dalle armonizzazioni swing primo '900. A seguire l'irrompere di un'elettrica roboante e psichedelica a cui fa eco un lungo arpeggiato d'arpa in detune. Adorabile, non ho altre parole.

 

Vessel: Arcanum (for Christalla) da “Queen of Golden Dogs”

 

Altro disco fuori dalla grazia di Dio per segnalare ancora una volta come se vi lamentate di ascoltare solo la stessa solfa è perché siete pigri.

Un lavoro di piccoli bozzetti musica da camera iniettata con abbondanti soluzioni elettroniche e qualche sapore esotico, è quanto il Dj Sebastian Gainsborough, in arte Vessel ci dona in ascolto. L'esito è interessante, anche se a volte non proprio “aggraziato”. Le armonizzazioni ardite di Zahir,  organizzate su piani distanti tra loro, tanto nel modo di trattare strumentazione che voci e tali da risolvere in un bizzarro coro che mette assieme Medioriente, Nord America e Vecchia Europa, sono un bel momento e l'esasperazione dell'impiego di melodine in modo “grezzo”, rende il tutto ancora più curioso. L'esotismo del canto di Torno-me eles e nau-e, che viene ridotto a polifonia (madrigale a tratti) classico-contemporanea, lo è molto di più. Nel lotto spiccano pure i rantoli industrial di Sand Tar Man Star, che risolvono in una sorta di coro di sirene tra Nord Africa e musica black americana e la più ruffiana Fantasma, dove un quartetto d'archi con armonizzazioni atonali incorre in derive dance (ma con dovizia di armonizzazioni da Bollywood). 

Su tutte e per dono di sintesi, l'altezzoso clavicembalo barocco di Arcanum, con cori onomatopeici da soundtrack cartoon annessi e archi. L'elettronica qui ubriaca il tutto progressivamente fino a sfaldarne i contorni e attestare fieramente “è il 2018”. 

Da encomio per la capacità metalinguistica, per l'inaudita faccia tosta. Il tutto non allontana la sensazione di esercizio di stile, ma il quadro è talmente singolare da avvincere.