La musica significativa del 2018 secondo Claudio Milano (pt.20)

Scritto da: MAT2020

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Fotografia di Paolo Bretti

Racconta Claudio Milano: "Ho preso appunti per un intero anno, a definire gli ascolti a mio avviso più innovativi del 2018, tra centinaia di pubblicazioni ascoltate.
Ne è venuto fuori un articolo massivo, a fotografare all'incirca 50 brani/segnalazioni di live appartenenti ad ambiti assai distanti: classica contemporanea, nuovo jazz e musiche afro-americane, folk, rock, elettronica, musiche di confine tutte...” 
                                                                                  
 
4. Piccola parentesi live:
 
Non si usa più da tempo in ambito critico valutare i dischi dal vivo come momento creativo tout court e non strettamente celebrativo. La storia del rock tutta è costellata da gemme imprescindibili e gli ultimi anni non sono stati da meno, nonostante questo capitoli essenziali come “Inni” dei Sigur Rós o “Cut the World” di Antony and the Johnsons siano stati ridotti a celebrazione, quasi la musica non fosse anche auto-manifestazione dipendente dall'esecuzione di un musicista.
Negli ultimi anni i Motorpsycho si sono distinti con un'attività dal vivo senza tregua e tale da garantire ai propri cultori un suono in costante evoluzione, potente, dinamico, immaginifico, profondamente creativo, su un palco quanto e più che in studio.
Il tour che è seguito al bellissimo “The Tower”, ha visto il combo al massimo del proprio potenziale, capace di disegnare caleidoscopiche evoluzioni di suono appresso a brani pari a monoliti, granitici, a tratti marziali quanto iniettati da soluzioni jazzistiche. Qualcosa di davvero lisergico, tanto più grazie al contributo al mellotron di un grande Reine Fiske, glorioso polistrumentista nei Dungen. Un esito che è valso alla mente di molti l'appellativo di “best live band on the planet”. Forse no, forse...
 
Diverso il caso di Bill Callahan, alla memoria di molti chiaro con il moniker SMOG. Accompagnato da una sola chitarra acustica e da una voce resa davvero magica dallo scorrere degli anni e ora più che mai capace di bassi cavernosissimi, si è distinto per dei live recital di gran spessore emotivo. Questo a raccontare come, anche quando un musicista non si manifesta con un nuovo album o davanti a grandi platee, possa lasciare un solco, un seminato che forse non apparirà chiaro al momento, ma che prima o poi appirirà nella sua bellezza. Perché ci sono vite che sanno brillare anche solo con un silenzio.
 
I The Soft Moon non hanno licenziato un disco di particolare importanza nel 2018 ma la loro macchina sonica ha raggiunto dal vivo una potenza comunicativa degna di nota. E' il loro tribalismo a far la differenza. Una modalità personalissima che tiene conto tanto della realtà dei rave party, quanto pianeta dark nelle sue declinazioni non eteree. La sezione ritmica è il loro punto di forza, tanto nell'uso di percussioni che per un basso elettrico assai solido e nelle migliori intuizioni usato con abbondanti iniezioni funky. Il canto ha forte personalità soprattutto nell'uso di uno stregonesco falsettone.
Da vedere.
 
Da poco i C'Mon Tigre hanno licenziato un disco, ancora una volta di interesse assoluto, se vi capita di vederli, li troverete più vitali e convincenti su un palco, che non tra le pareti di uno studio. Allo stesso modo dicasi per i già citati I Hate My Village.
 
 

 

IN MEMORIA:

Didier Lockwood - un breve omaggio
 
 
Lockwood, noto a qualcuno in quanto membro fondatore dei Magma, è stato uno dei più grandi violinisti contemporanei, ma anche compositore e direttore d'orchestra dalle qualità insondabili. In qualità di strumentista quanto in quella di autore, ha segnato una pagina importante di una musica che ha voluto abbattere barriere tra generi, portando il jazz prima e poi la classica ad accettare elementi provenienti dalla musica rock. Il punto è che il musicista francese, lo ha fatto con una cognizione di causa e una preparazione che in pochissimi hanno mostrato. Questo gli è valso l'encomio dei più grandi musicisti coevi in ambito jazz e rock, ma anche porte aperte nelle sale da concerto "colto". Dalla sua immensa discografia andrò a segnalare due titoli estranei al mondo del rock, la “Suite Concertante Pour Violon Et Orchestre", per lui composta da Jean-Philippe Vanbeselaere, nel 2010 e "Open Doors", buona pagina jazz-fusion pubblicata nel 2017 assieme a Antonio Faraò, André Ceccarelli, Daryl Hall. Si tratta di due capitoli che mostrano ampiamente quanto fervida fosse la vena del musicista negli ultimi anni. Con quartetto citato in ultimo, il violinista ha regalato alcuni bellissimi concerti nei primi giorni del 2018 (da ricordare quello a Parigi, il 29 Gennaio), prima dell'improvvisa scomparsa.
Non essendo disponibili in rete video del 2018, ripiegherò su altri, uno in quartetto del 2017:
Qui, a Vienna nel 2011 e in chiave appena più "avant", assieme a Mike Stern, Dave Weckl, Tom Kennedy:
Lo straordinario tributo di “musica altra” a Django Reinhardt:
 
Mentre scrivevo questo articolo, nel Febbraio 2019, Mark Hollis è scomparso e non solo dalle scene.
 
Mark Hollis - un breve ritratto:
 
 
 
Tutti lo conoscono in modo più o meno diretto, come autore coi Talk Talk di alcuni dei più sofisticati brani di synth pop, genere del quale fu pioniere assieme e in maniera diversa, a John Foxx, Tears for Fears, OMD, Eurythmics, Frankie Goes to Hollywood, Soft Cell, Depeche Mode.
La hitpiù famosa della band, “Such a Shame”, nel 1984 stazionò nella top tenitaliana per più di un mese.
A partire dal terzo album, “The Colour of Spring” (1986), i Talk Talk iniziarono una parabola inaspettata e gestita alla perfezione con altrettanto (e caso unico) riconosciuto plauso di critica e di pubblico, in buona misura a posteriori e mai abbastanza in Inghilterra.
Le forme dei brani iniziarono a diventare più articolate e vennero introdotti elementi desunti dalla musica blues/jazz e da quella classica, in una modalità estremamente elegante, mai dimostrativa, non trionfalistica, ma come a insinuarsi sotto il tessuto della materia sonica e a destabilizzarlo nelle fondamenta. Nebulose soniche pari a pulviscolo, dal quale emergono, improvvisi, volti in realtà sempre presenti, ma che non siamo riusciti a vedere. In questo nuovo percorso, Hollis identifica la composizione in musica con un fare pittorico. Grandi tele vengono dipinte anche con piccoli inserti, tocchi indispensabili quanto le stesure massive (“April 5th”).
Dopo il significativo capitolo "Live in London" dove la materia del suono, nota ai più, si espande all'inverosimile nel cercare coesistenza tra melodia perfetta e sofisticata forma, il percorso del combo giunge ad una definizione autenticamente artistica, anche nella gestione della composizione tra gli studi di registrazione, nell'album"Spirit of Eden" (1988), considerato unanimamente uno dei capolavori della storia della musica del tardo '900. Qui tutto diviene a fuoco, le forme si fanno estenuate a dare importanza al silenzio quanto a veri pieni orchestrali. Forme che si presentano con introduzioni atonali e cameristiche simili ad avvertimenti (“Eden”, “Desire”, “The Rainbow”). La critica parla di slow core(un genere di cui si faranno alfieri i Codeine e i Low su tutti (questi ultima anche tra i protagonisti di questo lungo articolo). A posteriori si dirà che da questo disco ha avuto origine il post-rock, movimento a cui aderiranno formalmente June of 44, Tortoise, Rachel's, Stereloab (tra i più nomi più aderenti alle geometrie soniche del filone, di cui pure faranno parte la deriva più psichedelica dei Bark Psychosis e le dilatazioni nordiche/paesaggistiche dei Sigur Ros). In realtà si tratta di qualcosa di non codificato e non codificabile. Un perfetto equilibrio tra forma canzone e sinfonismo figlio del minimalismo di fine anni '70/primi '80 e non estraneo al post-modernismo di quegli anni, del quale non viene accolta la tendenza a mostrare i generi in quadri isolati, cosa più affine all'estetica del progressive rock.
La forma canzone scomparirà quasi del tutto nell'ancora più estremo “Laughing Stock”,del 1991 (“Myrrhman”, “After the Flood”, “New Grass”), anche in questo caso si deve parlare di capolavoro, dall'afflato più estenuato, carattere monolitico e da sussulti che si fanno lacerazione della forma in “Tapehead”. Come osservare con attenzione un dipinto di Caspar David Friedrich, nell'ambiente intimo del proprio agito.
La carriera dei Talk Talk si interrompe e inizia quella solista di Hollis, che in realtà darà alle stampe un unico album(omonimo, nel 1998) di cantautorato cameristico estremamente bilanciato nel rendere un recital spoglio e con improvvise increspature a innestare la materia sonica in inflorescenze rigogliose (“A Life 1895 – 1915”, “The Gift”) . E'un disco dove è il silenzio ad aprire la prima traccia (“The Colour of Spring”, a riprendere il titolo dell'albumdella svolta), come un invito diretto a chi ascolta e manifesto programmatico. Il disco diviene un classico del genere da accostare (se proprio necessario) a quelli dei più grandi alfieri dello sparuto nugolo di musicisti che lo hanno avvicinato con stessa intensità intimista, Robert Wyatt, il Peter Hammill meno verboso, John Cale, il primissimo Gavin Friday, David Sylvian e poi, Kate Bush nella maturità (50 Words for Snow), giusto per fare alcuni nomi. Una gemma che curiosamente chiude anche una parabola artistica, se si eccettuano sparute partecipazioni a dischi altrui.
Non viene annunciato alcun tourpromozionale, di Hollis si perdono le tracce (le collaborazioni, avvengono sotto pseudonimo). Si è trattato in realtà di un addio progressivo andato consumandosi con la definizione della maturità creativa.
Tra le poche tracce pubblicate in futuro il solo tema di “ARB Section 1” (2012), era già rivelatore di “altro dove”, ma è “Smiling & Waving” (2001) con Anja Garbarek ad essere parto compiuto e degno d'assoluta attenzione, tale da rifondare in modo compiuto l'idea originaria di Canterbury Sound. In molti come me, hanno auspicato un ritorno a lui solo accreditato, ma probabilmente era avvenuta consapevolezza di un cerchio chiuso, cosa certo riscontrabile nei solchi di “Laughing Stock” e del disco solista. Chi come il sottoscritto però, fatica a trovare degni alfieri di materia così nobile, difficilmente è riuscito ad accettare questo abbandono.
C'è qualcosa che sfugge oggi nella valutazione del percorso di Mark Hollis e forse è meglio così, che rimanga sfuggente, perché domani ci sarà ancora da indagare e con il tempo che un ascolto così importante richiede. Anzitutto io non resto sorpreso di come un uomo che ha fatto del rispetto del silenzio in musica, non provocatorio (Cage è altra cosa), oggi per il silenzio con cui dal mondo della musica si è tenuto in disparte, venga ricordato. In seconda istanza, dischi come "Spirit of Eden" e "Laughing Stock", da decenni sono culto per ogni musicista che abbia orecchie. Chi scrive di "fiasco commerciale" parla di un primo responso di pubblico, ma a posteriori quei dischi hanno venduto centinaia di migliaia di copie, il che vuol dire che sono entrati in centinaia di migliaia di case, cosa oggi neanche immaginabile per un disco di successo medio. Non solo, credo proprio nel suo disco solista alberghino i semi di un'intimità universale ancora più grande e in questo caso, per molti ancora da scoprire, per tanti, da rivalutare.
Ti ho aspettato 21 anni nella speranza di un nuovo album, un rientro (forse e anche) “altro”, quel miracolo che solo a Scott Walker è spettato. Curiosamente, nell'averti perduto, Mark Hollis, è stato come averti ritrovato con un'intensità inaudita.