Intervista a Gianni Nocenzi-7 agosto 2019

Scritto da: Athos_Enrile

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All’interno della “Rassegna D'Autore e d'Amore 2019”, svoltasi a Bordighera la prima settimana di agosto, uno dei protagonisti aveva un nome particolarmente importante, estremamente significativo per chi ha amato e ama la musica progressiva: Gianni Nocenzi.
 
Ho seguito la sua storia con il BANCO sin dai primi anni ’70, ma non avevo mai avuto l’opportunità di parlargli direttamente, comunicando sempre attraverso interposta persona.
Il 7 di agosto l’ho incontrato in occasione del concerto ligure e, nonostante non fosse per lui il momento migliore - 30 minuti prima della performance - si è dimostrato molto disponibile e gentile, e mi ha gratificato il fatto che sia un lettore abituale di MAT2020.
 
Nonostante il poco tempo a disposizione, dalla nostra chiacchierata sono emerse cose interessanti, alcune particolarmente delicate e personali… vale la pena leggere!
 

 

Lo scambio di battute…
 
Dopo tanta attesa riesco ad incontrati… tra un po’ salirai sul palco, ma vorrei provare rapidamente a soddisfare qualche curiosità…
 
Sono stato a lungo lontano dai riflettori, un periodo che inizialmente doveva essere breve, trasformatosi poi in uno spazio temporale di 22/23 anni… sai, uno parla quando ha delle cose da dire, e non mi sembrava il caso, in quel momento, di apparire e diventare una sorta di tuttologo, intervenendo sulle cose più disparate, come spesso accade. Poi mi sono reso conto che questa mia presa di posizione poteva essere scambiata per scortesia… ne approfitto ora per dire che non era assolutamente così! Il mio ragionamento fatto nel 1985 era: “… se in Italia si gioca così io mi chiamo fuori”, ma non ce l’avevo con nessuno di quelli con cui avevo condiviso il percorso sino a quel momento, ma piuttosto con quell’andamento negativo che iniziava a palesarsi e che puntualmente ci ha portato al deserto assoluto in cui viviamo oggi.
 
Vorrei parlare del recente passato, quella sorta di reunion di cui sono stato testimone avvenuta a Volpedo nel 2009, dove tu ti sei ritrovato con la quasi totalità del BANCO per un concerto da sogno…
 
La mia partecipazione a quel concerto è stata casuale e il motivo per cui è accaduto è legato ad un nome preciso, quello di Rodolfo Maltese, che tornava sul palco dopo la prima fase della malattia; successe magicamente che eravamo tutti presenti (mancava Renato D’Angelo, N.d.R). Quindi non si può considerare una reunion, come invece avvenne nel 2002.
Quando Rodolfo mi spiegò la situazione pensai subito che non sarei potuto mancare.
Ho un ricordo bellissimo di quella serata, un concerto realizzato senza prove in un periodo in cui ero preso da molte altre cose, ma l’idea di suonare con Rodolfo dopo quanto gli era accaduto, pensando che tutto fosse ormai alla spalle, mi provocò una grande emozione, e mi sono trovato davvero a mio agio; non è mancato il divertimento, e di quella sera ricordo bene un momento dissacrante, quando Francesco Di Giacomo, in fase di presentazione, passando ad uno ad uno i musicisti, arrivato al trombettista annunciò il suo strumento: “Tromba”, e aggiunse: “Beato lui!”. Questa che potrebbe sembrare una battutaccia era in realtà l’impronta digitale di Francesco, il suo modo per sdrammatizzare.
 
La prima volta che vi vidi dal vivo ero un adolescente, al Teatro Alcione di Genova, e ricordo che al mixer era presente Marcello Todaro, ed era forse era il primo vostro concerto dopo l’avvicendamento dei chitarristi, da Todaro a Maltese…
 
Il BANCO è sempre stato qualcosa di diverso da un gruppo musicale, non c’era una gestione rigida alle spalle, e parlare di “famiglia” sarebbe riduttivo.
Per noi la qualità del suono era fondamentale, e quando c’è stato l’avvicendamento tra chitarre abbiamo pensato che nessuno meglio di Marcello poteva aiutarci, perchè conosceva tutti gli arrangiamenti e aveva un grande talento legato alla gestione dei suoni, tanto che ha continuato su quella strada e ora prosegue a San Diego, in California, dove vive da molti anni.
 
Parliamo del presente?
 
Oggi compio sette anni! Il 7 agosto del 2012 si è verificato il primo evento di questa ecatombe che riguarda la famiglia del BANCO… il 7 agosto del 2012 sono morto e sono rinato l’8 mattina, dopo che mi hanno diagnosticato una dissecazione dell’aorta, patologia con il 92% di mortalità. Quindi per un caso fortunato, quasi un miracolo, ho potuto vivere questa rinascita. È una cosa che è rimasta nell’ombra, volutamente, ma ora che è materia passata se ne può parlare, considerando anche che oggi, 7 di agosto, ricordiamo la data nel modo migliore possibile, qui a Bordighera, suonando e condividendo le emozioni personali con il pubblico.
 
Tra pochi giorni, il 2 di settembre, ti ritroverai a Verona sul palco con il BANCO. Ho sentito da poco Vittorio (Nocenzi) e ho trovato in lui un enorme entusiasmo…
 
Grazie a Dio lui ha ripreso alla grandissima. Però Vittorio è Vittorio, con un bazooka lo rallenti appena, neanche l’emorragia cerebrale l’ha fermato. Questa sua generosità, questa voglia di reinventare e rimboccarsi le maniche va gestita. Anche per questo vado a Verona con piacere, partecipando ad una sorta di data zero. Sento il bisogno di esserci, sapendo che Vittorio è contento e anche gli altri ragazzi che ho conosciuto lo sono; sono un po' preoccupato perché non so bene cosa dovrò fare, non è un programma da cui si può entrare e uscire a piacimento, anche perché da quando sono andato via tutti gli arrangiamenti sono stati riposizionati. Io farò l’apertura del concerto e poi vediamo se avrò tempo e spazio per fare qualche brano insieme. Ma è grande la voglia di essere presente a questo nuovo battesimo.
 
È facile per un osservatore esterno immaginare uno stato di profonda simbiosi con il tuo strumento: quale rapporto hai con il pianoforte?
 
Tocchi una nota dolente. Non posso purtroppo portarmi in giro il mio pianoforte, e visto i problemi che attanagliano qualsiasi organizzazione, in primis quelli economici, risulta difficile avere lo strumento adeguato, e nel mio caso risulta impossibile attenuare anche le piccole imperfezioni, essendo la mia un’esibizione in “solo”, e priva di testi. Lungi da me pretendere ogni volta uno Steinway gran coda o un Fazioli, va bene anche un Yamaha, però devi sentirlo tuo. Il pianoforte è un miracolo di ingegneria acustica. Solo la regolazione della meccanica e dei feltri è un gran lavoro a cui bisogna prestare attenzione, e non lo dico per presunzione; il programma che sto proponendo, può piacere o meno, ma è una mia proposta emozionale, non il mettere in mostra le mie competenze.
Quello che dovevo fare l’ho fatto, avendo avuto la fortuna di essere partito giovanissimo, e non devo più dare dimostrazione di chi io sia, evitando di evidenziare un virtuosismo fine a sé stesso, anche perché il mio lavoro è diventato nel tempo la ricerca dell'aspetto tecnologico della musica, dei mezzi di produzione dell'audio e della creazione dei suoni, a partire dal punto di vista meccanografico, con un tipo di ripresa che ho disegnato personalmente, che obbligatoriamente ho dovuto riportare sullo stereo per la limitazione del supporto, il CD o LP (che ancora non ho fatto ma voglio fare); io riprendo a 24 bit e 96 kilohertz in 5.1 con i microfoni posizionati sulla mia testa, e quel poco che rimane di queste cose comunque si può captare sul CD se lo si ascolta in cuffia. Una cosa semplice come Left and Right nel pianoforte, quando l’ascoltatore è seduto davanti al palcoscenico, normalmente è tangente al suo punto di vista, allora ho cortocircuitato questa cosa e ho messo un array microfonico 5.1 direttamente sulla mia testa: ascoltando il pezzo in cuffia è come essere seduto con me sulla panca, e si riesce a percepire il suono come lo sento io che sto suonando. Quindi la ricerca timbrica c’è, anche se non si usano campionatori o sintetizzatori, e il tutto ha il significato del portare quella che è anche una parte della mia esperienza di sound designer su una performance di piano solo. Restituire questo dal vivo purtroppo non è possibile, si può controllare solo la minima parte, legata alla performance, comunque lontana dalla perfezione dello studio; ma se lo strumento non è buono anche la tua performance inevitabilmente non lo sarà, perché non riesci a trovare l’equilibrio necessario.
Nei festival si trovano spesso pianoforti che hanno vissuto diverse stagioni, con meccaniche mal registrate, e spesso gli strumenti sono quelli che sono, mal calibrati, spesso “toccati” dalle intemperie atmosferiche e suonati da più mani. Tutte cose quasi sempre oscure agli organizzatori, difficilmente dentro agli aspetti tecnici.
Suonare in trio o in gruppo può significare anche coprire e mascherare eventuali mancanze, ma in un concerto per solo piano, dove si propone musica assoluta, la perfezione tecnica dello strumento gioca un ruolo fondamentale.
 
Cosa hai in testa in questo momento se pensi al tuo futuro professionale?
 
Rispondo con tre parole: NON LO SO.
Ho passato i migliori anni della mia vita a “s-progettarmi”, come disse Carmelo Bene. Ora sono in una fase in cui aspetto che le cose accadano, perché è inutile programmare e progettare, entrando in un meccanismo perverso che non porta a nulla.
 
Riesci ancora a trovare soddisfazione nel condividere le cose con gli altri?
 
Assolutamente sì, perché mi piace suonare per la gente, anche se faccio pochissimi concerti; sono costretto a fare poche cose perché spesso viene a mancare quello che io chiamo il minimo sindacale, cosa che non accade in certi paesi stranieri. Mi riferisco a carenze tecniche di base: che ci siano suoni corretti, che ci sia un buon allineamento, che lo strumento sia ben accordato.
Ultimamente ho fatto una cosa per beneficienza, e a seguito di una mia domanda specifica mi hanno risposto che il pianoforte era stato accordato un’ora prima del trasporto sul palco! Settare un pianoforte e poi trasportarlo, pensando che l’accordatura rimarrà immutata, a discapito del travaglio meccanico subito, del cambio di temperatura e di umidità, non sapendo che spesso certi interventi vengono fatti anche tra un primo ed un secondo tempo, significa non conoscere aspetti importanti del mestiere di organizzatore, custode attento della qualità della proposta.
Quello che disarma è che questi atteggiamenti sono frequenti, magari basati sulla buona fede, che però dimostrano il gap culturale esistente, la mancanza dell’abc tecnico.
Di fronte a tutto questo, spesso, preferisco tacere e preservare il fegato, perché alla fine i problemi sono sempre gli stessi, non cambiano mai con il passare degli anni e sfociano in situazioni che è bene buttare sul comico, anche se in realtà, per un musicista, possono diventare drammatiche.
 
Aggiungo il pensiero di Gianni Nocenzi relativo al concetto di Musica Progressiva, estrapolato da quanto raccontato dal palco nel corso del concerto… Gianni, cosa è stato il Prog?
 
Parliamo di una definizione arrivata successivamente all’epoca in cui era in voga il genere, perché inizialmente si parlava di pop, rock… tante sottolineature diverse.
Proprio oggi sono stato intervistato da una ragazza che deve realizzare una tesi sul tema, e mi domandava cosa sia stato il Prog Italiano, e quindi mi chiedeva lumi sulle differenze di base e su ciò che avevo vissuto personalmente.
Quando ero poco più che adolescente, la mia generazione aveva in testa questa musica strana a cui era difficile dare un nome ma che, sintetizzando al massimo, potrei definire, almeno nell’intento, come una gran voglia di discontinuità, di rottura rispetto a ciò che era esistito sino a quel momento, e dal punto di vista artistico rappresentava una sfida, il provare a posizionare in un nuovo equilibrio - commettendo tanti errori e ingenuità - linguaggi musicali che sino ad allora erano stati considerati inconciliabili, addirittura antitetici: il classico, il jazz, il pop, il rock. Il tentativo era provare a vedere se questi differenti dialetti, caratterizzanti la grande musica del ‘900, potessero coesistere in una formulazione contemporanea. Sto parlando di fine anni ’60 e inizio ’70. Come me molti musicisti dell’epoca avevano in testa questo proposito, ma c’era un gruppo che, secondo me, lo faceva in maniera molto rigorosa, con testi bellissimi, arrangiamenti sofisticati, ma sempre al servizio dei contenuti. Quel gruppo di chiamava e si chiama Banco del Mutuo Soccorso.  
 
Il 2 di settembre, a Verona, la grande famiglia del BANCO si ritroverà e… sarà una nuova partenza!

 

Sunto della performance del concerto di Bordighera…