Intervista a Sara Marini, finalista al Premio Tenco nella categoria Miglior Album in Dialetto con lo splendido “Torrendeadomo”

Scritto da: Vanoli

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Sara Marini è indubbiamente una di quelle artiste in grado, con le sue canzoni, di trasmettere tanto della propria storia e del proprio io.

Ne ha dato una fragorosa conferma col suo recente lavoro,“Torrendeadomo”, in cui è riuscita a far emergere la sua anima, radicata tra l’Umbria e una Sardegna, quella amata dell’infanzia, pienamente ritrovata e qui a lungo omaggiata. Non solo, si tratta di un lavoro sì molto personale, intimo, in cui affiorano in superficie tematiche autobiografiche, ma al contempo contaminato e allestito in collaborazione con un gruppo di fidati musicisti e autori, tutti legati alla sua vicenda umana e artistica.

La Marini, senza sgomitare e armata del solo puro talento che emana placido dalla sua penna e dalle sue note, ma anche (soprattutto, verrebbe da aggiungere) dalla sua splendida voce, è riuscita a far issare il suo album fin quasi in cima in una rassegna prestigiosa come quella del Premio Tenco, che ogni anno assegna le Targhe ai migliori dischi dell’anno.

Lei, in gara tra le Opere in dialetto, è giunta tra i cinque finalisti, lasciando infine lo scettro a un gruppo che, senza timore di smentita, possiamo annoverare tra i mostri sacri della musica italiana, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, autori di un album onestamente notevole. Poco male, Sara si è fatta largo tra tantissimi lavori meritevoli provenienti dalle diverse aree geografiche italiane, evidenziando uno stile peculiare, pur tra tante differenti suggestioni e matrici. Canzoni indubbiamente popolari ma che, forse, più che appartenere alla vasta famiglia del folk, guardano ancora oltre, annoverandosi tra i solchi di un macro genere, che più che musicale, è associato a un’attitudine, a una visione, come quello della world music.

 

Foto di Gianfilippo Masserano

 

Avendo, da Giurato della Rassegna, segnalato il suo disco sin dalla prima turnazione, e poichè figura ormai tra i miei ascolti preferiti dell’ultimo periodo, avevo voglia di saperne di più dalle sue parole.

Contattata telefonicamente, Sara si è mostrata da subito disponibile e gentile, umile ma allo stesso tempo consapevole e sicura di ciò che vuole realizzare con la propria musica.

Ecco di seguito il resoconto nel dettaglio della nostra lunga chiacchierata.

“Ciao Sara, ci siamo già sentiti tramite i social, e mi fa molto piacere avere l’occasione di approfondire e sviscerare un po’ il tuo lavoro di artista, la tua esperienza. Intanto, inizio con l’arrogarmi il titolo di porta fortuna, visto che ti ho votata dall’inizio per le Targhe Tenco e sei arrivata tanto così dall’aggiudicartela, tra i cinque finalisti nella tua categoria!”

“Sì, è stato grandioso! Ti ringrazio davvero tanto”.

“Partirei proprio dal presente, e quindi riferendomi a quest’exploit del Tenco. Come l’hai vissuto, come lo stai vivendo e soprattutto cosa significa per te? Lo vedi come un riconoscimento del tuo lavoro?”

“Sì, diciamo che è stata una cosa inaspettata, in un momento abbastanza buio per noi artisti è stato un bel carburante, no? Anche perchè ero vicina veramente a dei mostri sacri della musica popolare italiana. Sono veramente soddisfatta di aver raggiunto questo obiettivo. Che posso dire? Non ci sono molte parole per spiegare, è una sensazione strana perchè veramente non me l’aspettavo. Per me questo disco è arrivato dall’anima, io alle cose grandi non ci penso mai, quindi quando arrivano è un po’ una doccia fredda, ma in questo caso, di quelle “rilassanti”, molto molto belle”.

“E’ un peccato che sia così difficile riuscire a suonare in giro: anche solo rimanendo alla dimensione del Premio Tenco, poteva essere un’ottima occasione magari quella di esibirsi lì, se non sul palco, su uno dei tanti spazi itineranti allestiti durante i giorni della Rassegna, non trovi?”

“Infatti, io praticamente non ho ancora avuto la possibilità di presentare come si deve il disco, perchè purtroppo una volta uscito, poi da lì a poco è esploso l’enorme problema legato al Covid. E’ stato molto strano, tanto che ci siamo fermati ancora prima di iniziare e solo adesso riprenderemo piano piano. Riparto da qui, dall’Umbria il 12 agosto con la prima presentazione che farò al Teatro Romano di Gubbio, in una location bellissima fra l’altro”.

“Quindi giochi in casa?”

“Proprio così e ne sono molto contenta, partire da qua è una cosa a cui tenevo… e poi sarò anche in Sardegna, perciò si può ben dire che parto dalle mie due origini. Meglio di così, per il momento che stiamo vivendo, non poteva andare. Il bisogno di lavorare c’è ma soprattutto la voglia di ripartire, di riconquistare un palco è proprio tanta, perchè per un musicista è come se ti mancasse l’aria”.

“E’ così per me anche da semplice spettatore, immagino che la sensazione sia ancora più forte per chi in prima persona è protagonista di uno spettacolo”

“Mi manca da spettatrice e anche da artista, in tutti i casi: io poi sono una che si alimenta molto con i concerti, mi piace molto la musica dal vivo, mi faccio attraversare da tante cose quando assisto a uno spettacolo, quindi mi manca quest’aspetto qua”.

“Tra l’altro un disco come il tuo dal vivo dovrebbe sprigionare davvero tanta emozione ed energia. Le canzoni già in studio sono notevoli, in ambito live come rendono?”

“C’è stato veramente un bellissimo lavoro in studio, perchè abbiamo cercato di dare un senso a tutto quello che abbiamo composto;  vale per tutte le persone che hanno composto i brani assieme a me, perchè io non sono autrice unica di tutti i pezzi, sono autrice della metà dei testi, mentre nell’altra metà mi sono avvalsa di collaborazioni importanti. Ho cercato di creare un sound corposo, multiforme”.

 
 

“Dal vivo avrai la band che ti ha accompagnato magnificamente in studio, il tuo pool di collaboratori?”

“Io cercherò di portare nel possibile tutta la band che ha partecipato alla realizzazione dell’album, però come tu sai non è così semplice suonare con la formazione al completo, specie in un periodo come questo. In questo caso, per la presentazione qui in Umbria saremo in sei, con special gust Monica Neri all’organetto, e saranno presenti pianoforti, chitarre… i musicisti con me sono per la maggior parte polistrumentisti, quindi in scena si sentiranno davvero tante sonorità vicine al disco”.

“Sarà un sound bello organico, mi stai dicendo?”

“Sì, assolutamente sì, perchè appunto siamo in sei e nel presentarlo la prima volta l’idea era quella di dare un’immagine fedele a quello che si ascolta sul disco, quel tipo di suono”.

“Un sound bellissimo, su cui torneremo più avanti. Adesso però andrei a monte, a quando ti eri messi alle prese con il seguito del tuo già interessante album d’esordio. Un album, quello nuovo da poco pubblicato, pieno di rimandi e di interventi sia in fase di scrittura (cito almeno tua zia Nicolina, che a mio avviso ha scritto, se mi posso sbilanciare, due tra le più belle canzoni del disco!). Ecco, tu avevi la percezione, mentre lo scrivevi, che stavi facendo un bel salto di qualità, un lavoro di un certo peso, al di là del piazzamento al Tenco? Ti rendevi conto di avere tra le mani un lavoro che ti identificava, partendo come fa da radici lontane (umbre, sarde)? Insomma, fai una sana autovalutazione! Che messaggio volevi mandare all’ascoltatore?”

“E’ una domanda difficile in realtà quella che mi stai facendo, perchè io sono una donna molto pratica, che non si crea molte aspettative nella vita, quindi questo disco è stato proprio un’esigenza mia e, ti dirò, sono stata nel cammino anche molto combattuta perchè mi capitava di pensare: “ma a chi interessa un lavoro autobiografico?”. La ricerca di queste mie radici è stata fortemente voluta per dare un senso alle problematiche che io ho vissuto tra questi due posti, perchè, in confidenza (visto che dicevi che vorresti sviscerare), i miei genitori si erano separati in un momento della mia vita molto particolare. Quindi mio padre era tornato in Sardegna, mia madre era rimasta in Umbria. Io con la Sardegna ho avuto un blackout di circa 10-15 anni in pratica”.

“Hai dovuto riscoprirla un po’?”

“Sì, perchè mi mancava proprio tanto. Fai conto che io per quindici anni stavo lì durante le estati per 3 o 4 mesi, poi andavo anche da sola, quindi la mia infanzia e in parte la mia adolescenza l’ho vissuta anche lì, nonostante io sia nata e abbia vissuto in Umbria. Sono state due Terre che allo stesso modo mi hanno accolto e che fanno parte di me. Io vivo queste due Regioni in modo molto viscerale per tanti aspetti. Per questo sono stata molto combattuta, perchè pensavo che non sarebbe interessato a nessuno una cosa del genere, così intima per certi versi, così mia. In realtà poi ho lasciato perdere questo pensiero e mi sono detta: “Senti, questa cosa, questo disco serve a me, per riscoprire certi luoghi e di conseguenza per riscoprirmi”. E’ un lavoro dove veramente ho raccontato attraverso la musica e le parole cosa significa per me appartenere a uno e a più luoghi, e diciamo che a un certo punto c’è stato un momento in cui mi sono fermata, pensando “cavoli, però, questi sono brani belli, i testi sono forti”. Mi sono infine autoconvinta che questi testi ce l’hanno una propria forza, ce l’hanno per me, per come li ho vissuti e per come li ho cercati. Ad esempio, hai nominato mia zia (lei non è una musicista, ma si diletta a scrivere anche in dialetto ed è davvero molto brava)… ecco, lei quando ha scritto il testo, io le avevo parlato di quelle sensazioni, delle emozioni che provavo ed è nata “Una rundine in sas aeras”.

 
 

“Un brano, come accennavo prima, a mio modo di vedere splendido, che apre il disco in maniera molto suggestiva e subito ti culla, sapendo creare quell’atmosfera così accogliente, nonostante il testo abbia poi anche altri significati. A seguire c’è poi “Terra rossa”, una sorta di tua rivendicazione, una canzone più “battuta” e che si avvicina a un certo tipo di folk, meno legato in apparenza alla Sardegna e all’Umbria”

“Lo hai ascoltato bene questo disco, mi fa piacere”.

“Certo, l’ho ascoltato benissimo e fa parte degli ascolti di queste ultime settimane, tanto che io analizzerei anche i singoli episodi, se non ci fosse il rischio di diventare un po’ pedante. Però se hai qualche considerazione da fare su una particolare canzone, sono qui pronto a raccogliere ogni cosa. Per esempio il tuo mi sembra un meticciato, molto vero, e sei riuscita a renderlo benissimo insieme a diversi collaboratori come ad esempio Claudia Fofi (con cui tu avevi già avuto ottime esperienze in tempi non sospetti). Tu come definiresti il tuo stile?”

“Tutti i musicisti che hanno collaborato con me a questo disco conoscono bene il mio percorso musicale, e mi hanno fatto riscoprire in alcuni casi delle emozioni nate da musiche adatte a me, a parte forse proprio “Terra rossa”, un brano di Claudia Fofi che avevo già cantato e che era stato inserito nel progetto “Le Core” ma che sentivo l’esigenza di inserire qui, perchè avevo la necessità di un pezzo che parlasse di una terra effettiva, rappresentando bene la Sardegna, la quale ha una parte di terra rossa e una parte di terra nera. Parla della voglia di non avere una sola radice insomma:“voglio essere senza radici”, canto a un certo punto”.

“Infatti, quella frase lì è molto forte, arriva diretta, e sembra quasi una contraddizione in termini anche se non lo è…”

“No, non lo è perchè è vero che sono radicata, ma di fatto sono radicata in due terre”.

 
 

“Ecco, il meticciato di cui ti chiedevo prima riflette musicalmente questa tua ambivalenza delle radici. Volendo lo si può catalogare nel macro genere del folk ma poi ascoltando “Torrendeadomo” (che significa appunto Ritorno a casa) ci si imbatte in brani che si collegano alla tradizione (la splendida “Pitzinna deo”), in dialetto sardo (l’intensa “Bentu Lentu”) altre in dialetto eugubino (“Solo ‘nna vita”); ci sono delle  filastrocche, delle canzoni in italiano e un irresistibile strumentale come “Già gioca”. E’ stata voluta questa cosa di “spiazzare” un po’ l’ascoltatore?”

“E’ stata voluta questa cosa, perchè la ricerca del sound non è stata casuale. Io credo comunque che il suono di questo disco sia omogeneo, a prescindere che poi ci siano canzoni magari in dialetto umbro e in dialetto sardo. C’è stato inoltre un lavoro di rilettura di queste filastrocche, con arrangiamenti molto particolari e utilizzando oltretutto degli strumenti che non siano tradizionali, anzi, io mi sono in un certo senso molto allontanata dall’utilizzo degli strumenti tradizionali, ricercando un sound che sia più attinente alla world music, che è quella che a me appartiene di più. Ho inserito così le percussioni mediterranee ad esempio in un brano come “Staccia minaccia”, oppure in “Solo ‘nna vita” ci ho messo i Krakeb marocchini e il Daf iraniano”.

“C’è a monte un grande studio e anche tutti questi strumenti particolari che vanno a impreziosire indubbiamente l’intero lavoro”

“Sì, è stato molto pensato e ricercato il suono, attraverso strumenti diversi ma che, anche grazie al contributo importante del percussionista Francesco Savoretti, alla fine è risultato omogeneo e riconoscibile. Lui, insieme a Goffredo Degli Esposti e a Paolo Ceccarelli hanno fatto un grande lavoro, ognuno col proprio strumento ha reso tutto molto caratteristico, anche se poi ti rendi conto che lo strumento principe è in ogni caso la chitarra. Una chitarra che può essere classica come acustica, e alla quale poi si aggiungono armonicamente il colore dell’organetto, il pianoforte di Lorenzo Cannelli, il basso di Franz Piombino, tutti insomma hanno contribuito alla riuscita del progetto”.

 
 

“Il pianoforte in effetti risalta molto nello strumentale (“Già gioca”), ti da’ quel giusto stacco laddove il brano potrebbe sembrare un classico strumentale come lo potresti trovare, chessò?, in un album di musica irlandese (che io adoro!). Invece il suono di quel pianoforte, che sorregge il tutto, lo definisce al meglio e finisce per caratterizzarlo, rendendolo molto originale”

“Sì, “Già gioca” è un brano di Goffredo che assomiglia a una tarantella, se lo vogliamo pensare alla maniera tradizionale; in realtà ha un sound molto moderno, per l’utilizzo appunto del pianoforte che si sposa bene anche con strumenti tradizionali come la zampogna e il tamburo a cornice, però lì c’è proprio un suono che porta a una visione moderna. E’ stato un lavoro di arrangiamento sensato, omogeneo, volevamo non riproporre brani tradizionali nella maniera tradizionale, anche perchè penso che sia stato già fatto egregiamente come tipo di lavoro, se pensiamo a una Elena Ledda in Sardegna e a una Lucilla Galeazzi in Umbria”.

“Infatti, questo ti ha portato a cercare una tua via?”

“Una nostra chiave, io preferisco riferirmi al plurale, perchè io ho pensato a tutto e negli anni ho elaborato questo lavoro come una sorta di viaggio fra queste due isole e ai miei musicisti ho voluto trasmettere il frutto della mia ricerca”.

“Già, perchè tu per isola intendi anche l’Umbria che, anche se non ha sbocchi sul mare, al contrario essendo avvolta dalle montagne, risulta comunque isolata e quindi possono esserci delle affinità tra le due terre?”

“Esatto, questo è proprio un concetto fondamentale del disco, le due isole Umbria e Sardegna, che volevo riuscire a trasmettere. Io ho raccontato ai musicisti proprio quello che volevo ottenere, e loro hanno trasformato in musica insieme a me, a mia zia, quelle parole. Volevo realizzare qualcosa e in pratica ho detto: “voglio che questo album racconti di me e che però che non sia noioso e abbia un sound moderno!” Allo stesso tempo i testi non sono scontati, e ciò non è per niente facile… devo dire che sono soddisfatta del risultato finale”.

“Direi che fai bene, visto quanto è bello e piacevole il disco e quanto stia piacendo anche tra gli addetti ai lavori. Tornando a te, guardandoti indietro, quand’è che è scattata la molla della musica world? Cos’è che ti ha portato ad approfondire i tuoi studi, le tue ricerche al punto da realizzare album che andassero in quella direzione lì?”

“Guarda, la scelta di rimanere su questa linea è perchè sono stata influenzata sempre da tante cose. Ho avuto un maestro, Bruno De Franceschi, gli sarà sempre grato, che mi ha indirizzata verso questa musica, studiavo tecnica vocale e lui mi disse: “tu devi assolutamente riscoprire la musica sarda, la musica umbra…”.

“E questo poteva aiutarti anche a valorizzare la tua vocalità e il tuo modo di cantare immagino”

“Sì! Assolutamente! E’ iniziato tutto un po’ da lì, nel 2009, questa cosa, e io ero già abbastanza grandicella voglio dire, venivo già da un’esperienza vocale di un certo tipo. Avevo un background intenso, perchè già cantavo, da autodidatta poi, e dall’incontro con questo maestro, ma anche con Claudia Fofi, sono entrata a far parte di un quartetto vocale dove cantavamo proprio di emigrazione, di radici. Da lì ho scoperto una vocalità che per me era abbastanza sconosciuta, ho deciso di approfondire e in pratica non mi sono più fermata. Non solo metaforicamente, perchè ho fatto anche tanti viaggi, sono un’appassionata di musica sudamericana, quindi sono andata in Brasile, ho scoperto la loro musica tradizionale. Attraverso questi viaggi, ho avuto modo di conoscere bene Paesi come appunto il Brasile, l’Uruguay, l’Argentina e mi sono resa conto che lì la musica folk viene molto alimentata anche dai Festival: c’è veramente tanta attenzione, tanto fermento e sono molto bravi pure a esportarla, perchè la musica brasiliana, spagnola, il tango, riscuotono tanto interesse, è una cosa molto rilevante. Ho capito che anch’io ero portata per questo e ho voluto in tutti i modi approfondire questo tipo di musica, poi io sono anche molto curiosa, ho studiato tanto e mi sono affiancata anche ai più grandi, la già citata Elena Ledda per la musica sarda, per quella napoletana Nando Citarella, poi Giovanna Marini, secondo me a livello italiano mi sono accostata ai più grandi”.

 

Foto di Isabella Sannipoli

“Hai visto che anche in Italia, nonostante la musica folk e world non abbiano la stessa risonanza e visibilità mediatica che hanno in Sudamerica, c’è un retaggio storico e culturale che vale la pena riscoprire e divulgare?”

“Certo, dici bene! Penso però che forse si dovrebbero aprire di più le Regioni. Se tutte le Regioni facessero ad esempio come la Puglia, impegnata in questi progetti ambiziosi di divulgazione, sarebbe l’ideale e avremmo anche tutti la possibilità di attingere a questo tipo di musica più facilmente. Probabilmente dico questo alla luce del grande successo che ha avuto la Notte della Taranta che, vuoi o non vuoi, è un evento che attira moltissima gente”.

“Che poi, adesso è vero che è diventato anche un business in un certo senso, ma ha mantenuto la sua funzione e la sua autenticità. Arrivare in prima serata Rai amplifica tantissimo il tutto e da’ un’esposizione enorme ai musicisti”

“E’ un mondo che mi piace, mi rappresenta, infatti da dieci anni ormai mi ci dedico e sin dal primo disco ci divertimmo a rielaborare e riarrangiare brani anche famosi, avevo già studiato con Francesca Breschi e ho sentito sempre più la voglia e la necessità di esprimermi in questo modo. Poi tante altre esperienze, in duo in cui cantavamo musica etnica, insomma, le ricerche in questo campo continuano, non si fermano. Un lavoro di questo tipo, con questo approccio, comporta molta ricerca. Ci vuole costanza, passione, ci vogliono anche i viaggi: non è sempre facile, ma se affrontati in un certo finiscono per arricchirti con le musiche di luoghi diversi, vieni attraversato da ritmi, suoni, culture, sensazioni e questo diventa un bagaglio molto importante che poi uno si porta dietro. E’ fondamentale infine riuscire a comunicare questo bagaglio di esperienze”.

Parole sante quelle di Sara Marini, che mi sento di condividere pienamente. Le chiedo, in dirittura d’arrivo della nostra chiacchierata, qualcosa sui suoi progetti, e lei torna a soffermarsi sull’importanza di portare in giro le sue nuove canzoni.

“Ho molta voglia di far ascoltare questo album che è ancora nuovissimo in pratica: come detto non ho avuto modo di presentarlo ufficialmente dal vivo e al momento quello è il primo obiettivo che, per fortuna a breve si realizzerà. C’è stato tanto lavoro dietro da parte di tutti e va assolutamente valorizzato. Voglio parlare delle mie radici, della ricerca che ho fatto. E’ vero, si nomina sempre la globalizzazione, è un aspetto importante ma lo è altrettanto per l’uomo riconoscersi in qualcosa che gli appartiene. E’ la mia missione in questo momento!”.

“E tu ti sei completamente riconciliata con la tua parte sarda?”

“Sì, nel modo più assoluto, altrimenti non sarebbe potuto uscire niente di tutto ciò”.

“Ti confermo che sei riuscita con “Torrendeadomo” a trasmettere tutto il tuo amore e la tua passione per le due Terre da cui provieni”

“Il mio legame è molto forte con entrambe, mi rappresentano allo stesso modo. Sono due Regioni anche ostiche se vogliamo, non sempre è stato facile, da una parte c’è tanta bellezza, dall’altra anche una certa chiusura, specie nei centri più piccoli, non solo per i musicisti. I legami sono profondissimi ma non sempre facili da gestire, ecco. Con la musica ho trovato però la mia via e il modo, la voglia di comunicare la mia autenticità”.

E questa autenticità, questi legami emergono egregiamente fra le pieghe di questo album che, cari miei lettori, vi consiglio caldamente di ascoltare, non solo se già predisposti a un certo tipo di musica: fidatevi, non ne resterete delusi!