Replica di Alfano a Fabbri su 'Volta la carta'

Scritto da: Innocenzo Alfano

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Riceviamo ed inoltriamo la missiva di Innocenzo Alfano che espone una "controreplica" alla precedente replica di Lucio Fabbri.

E' consigliato leggere le prime due due parti di questo interessante scambio di vedute qui.

 

Ringrazio Lucio Fabbri per aver scritto una replica pubblica al mio articolo, perché così facendo egli ha senz’altro dato un contribuito all’ampliamento delle (poche) idee e del (magro) dibattito attorno alla musica rock, un genere dove il confronto e le riflessioni avvengono più che altro sul terreno del gossip e dell’aneddotica. Quindi l’intervento di Fabbri è stato senza dubbio molto utile. Ora, in breve, e attraverso cinque punti, vorrei commentare le sue parole, con la speranza che il confronto possa interessare e coinvolgere anche i semplici appassionati.

1) Sì, forse potevo dire subito che l’arrangiamento “incriminato” non era della PFM, ma volevo partire collegando le prime battute dell’articolo al titolo del medesimo, e andare poi a ritroso scoprendo – per così dire – le carte piano piano. Mi è venuto così, non credo ci siano delle scorrettezze, e comunque, il fatto che l’arrangiamento di Volta la carta non sia della PFM, alla fine risulta essere un dato non equivoco. A proposito: il titolo dell’articolo sta solo a significare che nell’album quasi omonimo ci sono degli arrangiamenti non originali, sebbene indicati come tali; quali sono e perché non sono originali lo spiego nell’articolo (e non nel titolo).

2) Non ho capito la differenza – e neppure la definizione – che Fabbri fa tra composizione e arrangiamento: la trovo un po’ troppo ingarbugliata. Io su questo ho comunque le mie idee, che vanno al di là dell’articolo oggetto di questo pubblico confronto. Per me nel rock, in generale, ed escluse le cover, composizione e arrangiamento coincidono, cioè sono sinonimi. Infatti la mia tesi è che, nel rock, la composizione (o arrangiamento) è di carattere collettivo, e questo vuol dire che ogni singolo musicista, in un gruppo, dà il proprio contributo compositivo realizzando, cioè ideando ed eseguendo, le parti del proprio strumento (qualche volta pure i testi sono scritti a più mani). La tesi a me sembra del tutto ovvia, anche se, lo riconosco, non è affatto “popolare”, anche perché nel rock le riflessioni su dati che non abbiano a che fare con il gossip e con l’aneddotica, purtroppo, e come anticipato, non abbondano. Di tutto questo ho parlato in uno dei capitoli di Effetto Pop dal titolo “Diritti, e doveri, d’autore”. Il libro è stato pubblicato nel 2008, e nel 2010 è uscita la seconda edizione, ampliata di una trentina di pagine.

3) Non conoscevo, prima che me lo segnalasse Fabbri, il cd “Fabrizio De André e PFM in concerto”, sul quale in effetti manca la parola “arrangiamenti”, suppongo, tuttavia, per ragioni diverse da quelle che auspico io nel mio articolo. Ha fatto peraltro bene Fabbri a spiegare la genesi di quella dicitura, che io, come tanti altri immagino, non conoscevo. E d’altra parte gli acquirenti di dischi non possono conoscere, e non sono tenuti a conoscere, le manovre “contrattual-diplomatiche” – come le definisce Fabbri – che stanno dietro alla realizzazione di un 33 giri e del suo titolo. Le informazioni a disposizione dell’acquirente di un disco sono quelle riportate sulla confezione, e su quelle l’acquirente, se vuole, svolge le proprie riflessioni e basa i propri giudizi. A proposito: chi conosce i due live del ’79 e dell’80 forse si chiederà come mai, dopo quasi trent’anni di esistenza, sia stata eliminata quella “storica” parola dal titolo. Domanda: nel libretto allegato al cd (do per scontato che ci sia un libretto) viene spiegato quello che Fabbri spiega nella sua replica al mio articolo? Spererei di sì. In ogni caso vorrei precisare che io nell’articolo faccio riferimento solo al primo dei due live, dato che i due lp non uscirono in contemporanea ma a distanza di molti mesi l’uno dall’altro. E nel primo live, come Fabbri mi conferma, tre brani su dieci non furono arrangiati dalla PFM. Tre su dieci non è esattamente un’inezia, ma il 30% del totale, quasi un terzo, e a me sembrava ingiusto (e continua a sembrarlo) che a qualcuno venisse attribuita la paternità del 70% di un lavoro svolto e anche il 30% di un lavoro svolto da altri. Penso che solo nel rock una cosa simile possa essere considerata “normale”. Per me, ad ogni modo, non lo è.

4) Non credo che il termine plagio, riferito a Volta la carta, sia fuori luogo nel mio articolo, come sostiene Fabbri, solo perché il tema originale del brano sarebbe “di dominio pubblico”. In altre parti del mondo, per esempio in Gran Bretagna, quando una composizione è antica aggiungono perlomeno la parolina “traditional”, accompagnata da “arranged by”. Gli Steeleye Span hanno fatto così. Anche perché “di dominio pubblico” vuol dire, credo, a disposizione di tutti, ma se il primo che arriva ci mette il proprio nome sotto, il pubblico dominio sparisce e la composizione diventa di quello che ci ha messo il nome. Non lo trovo corretto. Sempre riguardo al termine plagio, infine, non bisogna pensare subito agli avvocati e ai tribunali quando viene citato. Esiste anche una forma estensiva del termine, non giuridica, che vuol dire “ciò che viene spacciato per proprio” (ma evidentemente non lo è). Ecco, di questo io cerco di parlare nell’articolo.

5) D’accordo, alla fine ciò che rimane è la musica, ma quando la musica è di Cesare bisognerebbe avere la correttezza di dire che è, appunto, di Cesare...

 

Cordiali saluti

Innocenzo Alfano

Pisa, 05-05-2011