Dopemachine - Dopemachine

Postato in Il Pozzo dei Dannati

Scritto da: franz

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Dopemachine(Let Me Eat You, 2016)

Voto: 75

#PER CHI AMA: Post Metal/Drone/Math Rock

 

 

 

Un'odissea... Quasi sei mesi ci sono voluti infatti a quest'album per giungere tra le mie mani; credo abbia percorso migliaia e migliaia di km in giro per l'Europa, un po' come fece Ulisse per ritornare alla sua amata Itaca, ma tant'è che ne è valsa la pena. Sto parlando dei russi Dopemachine, originari di San Pietroburgo e quando penso a quella magnifica città, confido sempre di ritrovare nelle band originarie di quella zona, la genialità degli ahimè scomparsi Follow the White Rabbit. Non siamo certi a livelli di follia e menti superiori di quell'incredibile realtà sparita ahimè troppo presto, ma i Dopemachine la sanno lunga e nella loro proposta, coniugano con sapienza e una certa raffinatezza, sonorità densissime che si rifanno a post metal, sludge, drone, math, post-rock, doom, noise e psych in un crogiolo di stili che si condensano amabilmente nei due pezzi semi-strumentali a loro disposizione (per oltre 40 minuti di musica). "Dope" apre (chiuderà ovviamente "Machine") con sonorità circolari che vanno via via ingrossandosi a livello di fragore delle chitarre, le cui linee, perennemente instabili, acquisiscono strane forme, liquide, massicce e compatte, e infine gassose, materializzandosi quindi nei diversi stati della materia, con delle urla in background che rendono il tutto ancora più precario ed allucinato, riflettendosi in un'alternanza stilistica pregna di significati. Nelle sue circonvoluzioni, il sound dei quattro musici russi assume sembianze eteree, sognanti o addirittura paranoiche, asfissianti ed ossessive, che vengono assorbite anche dalla seconda traccia. "Machine" si infila fin da subito in reconditi luoghi misteriosi e da li si districa in contorte e convulse sonorità droniche che per oltre sei minuti ci mantengono ipnotizzati. Poi è nuovamente quella mutevolezza a prendere il sopravvento ed ecco la psichedelia ad emergere dal suono desolato e malinconico delle chitarre su cui si stagliano, per una manciata di minuti, anche dei flebili ed incomprensibili vocalizzi in background, in un sound in costante ma effimero equilibrio con se stesso, che trova modo di accelerare pericolosamente in uno schizoide finale. Due tracce avvincenti, sicuramente non facili da digerire, ma di dotate di grande fascino.