Bathsheba - Servus

Postato in Il Pozzo dei Dannati

Scritto da: franz

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Bathsheba Servus(Svart Records, 2017)

Voto: 80

#PER CHI AMA: Doom Progressive/Post Black

 

 

 

La recensione di oggi la inizierei partendo dalla terza traccia del disco, "Manifest", song che esprime tutte le potenzialità di questo combo proveniente dal Belgio, dedito ad una raffinata forma di doom, guidato dalla suadente voce di Michelle Nocon. Ma torniamo al brano numero tre di 'Servus', vero manifesto di quella che è la proposta del quartetto di Genk. Il suono dei nostri si mostra drammatico e di certo ispirato ai grandi maestri del passato, Black Sabbath e Saint Vitus in testa, senza scordarci anche Candlemass e Cathedral. Il pezzo, nei suoi oltre 10 minuti, mette in mostra tecnica, l'amore dei nostri per sonorità lente e pesanti ispirate ai seventies, ma soprattutto uno spiccato senso melodico che si esplica attraverso uno splendido assolo "strappamutande" di oltre due minuti che mi ha lasciato interdetto, a bocca aperta, inebetito per cotanta bellezza, e forse proprio per questa mia reazione, ho voluto iniziare da qui, dal momento più elevato di questo disco, per poi tornare indietro e incominciare col parlarvi della opening track, "Conjuration of Fire". Si tratta di una song che combina il doom con un riffing venato di sonorità stoner, con la voce di Michelle che da soave sacerdotessa assume i contorni di strega malvagia, ricordandomi per certi versi Cadaveria negli Opera IX. "Ain Soph" ha un inizio assai vicino ad una tempesta post black prima che i tempi rallentino e un assolo di sax rubi la scena alla front-woman. Un sax che ci conduce in esclusivi jazz club e che dà un ulteriore tocco di classe ad un brano, che nel suo convulso finale, sfodera un altro furente attacco di musica estrema. Si giunge cosi alla quarta e più lineare "Demon 13", ove la streghetta Michelle ci delizia mostrandoci la sua duplice anima, attraverso vocalizzi che si dilettano tra modulazioni pulite e delicate ad altre più terrifiche e arcigne. È con la successiva "The Sleepless God" che la band torna a dipingere paesaggi apocalittici con quella che forse è la traccia più decadente dell'intero lavoro in cui mi preme sottolineare la performance terremotante dietro alle pelli di Jelle Stevens. Si è giunti nel frattempo all'epilogo di quest'ottimo debut album, con la conclusiva " I At the End of Everything", in cui è ancora l'ammaliante (e demoniaca) performance vocale di Michelle a tenere banco in un litanico mantra lisergico che ci condurrà fino alla fine di quest'ipnotico disco, a cui vi conviene dare molto più di un semplice ascolto.