Novae Militiae - Gash’khalah

Postato in Il Pozzo dei Dannati

Scritto da: franz

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Novae Militiae Gash khalah(Goathorned Productions, 2017)
 
Voto: 80

#PER CHI AMA: Black, Arkhon Infaustus, primi Aborym

 

 

 

È un black insano quello proposto dai Novae Militiae; provate ora ad immaginare la provenienza della band: Norvegia? Acqua. Belgio? Fuochino. Francia? Ovviamente si. Non c'è ormai nessun altro paese al mondo in grado di contrastare il dominio transalpino nella musica estrema. Arriva poi dalla capitale francese questo misterioso act, sospinto da pulsioni di odio e malvagità che sono state convogliate all'interno di questo loro secondo capitolo infernale, intitolato 'Gash’khalah'. Il ritualistico inizio di "The Chasm of the Cross" non lascia presagire nulla di buono. La tensione è già altissima sin dalle prime note, affidata alle sataniche vocals del frontman e alle atmosfere lugubri e spaventose in cui si muovono i nostri. Anfratti paurosi, con una luce fioca dove solo le agghiaccianti screaming vocals si odono in combinazione con un riffing degenerato che ci conduce a "Daemon Est Deus Inversus", song di una violenza folgorante, complice una ritmica corposa peraltro esaltata da una produzione piena e convincente che non trova un attimo di respiro se non nei pochi secondi che ci introducono alla debordante "Orders of the Most-High". Anche qui il canovaccio non cambia: l'assalto dirompente dell'act francese annichilisce non poco l'ascoltatore con colate laviche affidate al rutilante incedere di chitarre/basso e batteria e le demoniache vocals del vocalist a sovrastare la bestialità musicale generata. Terrificanti, non riesco a trovare altre parole per descrivere la pericolosità di tale ensemble. "Koakh Harsani" irrompe con linee sghembe di chitarra, le urla disumane, comparabili a quelle di un uomo le cui carni vengono divorate lentamente da un orso, mentre in background lavorano tenui linee di tastiera a creare un alone di mistero e sacralità. La riluttante e diabolica perversione dei Novae Militiae sa manifestarsi anche sotto altre forme, cosi come nella strisciante "Annunciation", la song meno ferale del lotto ma sicuramente la più carica di angoscia nel suo lento avanzare che sul finire del brano saprà comunque incendiare l'aria con un'altra tempesta infuocata. Un attacco black thrash divampa in "Black Temple Consecration", con le vocals che in un qualche modo ricordano quelle di Attila Csihar ai tempi di 'De Mysteriis dom Sathanas' ed un sound che nel suo evolversi, mantiene intatto quel suo alone straordinariamente e dannatamente malefico. Sono ancora sensazioni affidate al terrore quelle che si respirano nell'ammorbante "Fall of the Idols", song che arriva quasi ai limiti del funeral doom, in un black mid-tempo sinistro e maledetto. Siamo cosi arrivati all'epico finale di "Seven Cups of Divine Outrage", una song (la mia preferita peraltro) che somma tutte le influenze dei nostri che annoverano sicuramente i primi Aborym, i Mayhem, i Deathspell Omega, gli Arkhon Infaustus e tutto quello stuolo di band che fanno della malvagità, del satanismo e dell'odio, la propria missione. Bestiali.