Dethrone the Sovereign - Harbingers of Pestilence

Postato in Il Pozzo dei Dannati

Scritto da: franz

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Dethrone the Sovereign Harbingers of Pestilence(Famined Records, 2017)

Voto: 75

#PER CHI AMA: Deathcore/Djent, Fallujah, The Contortionist, The Faceless

 

 

 


Non sono un fan del deathcore, ma ho sempre pensato che se una band sia in grado di suonare bene il genere (i Fallujah ad esempio), me ne potrei innamorare. Ecco quindi ritrovarmi tra le mani il lavoro dei Dethrone the Sovereign, sestetto proveniente da Salt Lake City che proprio verso i già menzionati Fallujah, volge il proprio sguardo, puntando ad un sound progressivo, sicuramente aggressivo, in grado di chiamare in causa parallelismi anche con realtà più votate al djent. E il risultato è questo sorprendente 'Harbringers of Pestilence', album che si sviluppa lungo nove tracce che, partendo dal deathcore ispirato di "Era of Deception Pt I", si snocciola poi attraverso il sound più articolato e strumentale di "Era of Deception Pt II" che strizza l'occhiolino a Cynic e The Contortionist, per quella forte componente jazz progressive insita nella loro musica (che qui ritornerà anche negli incipit di "Torch of Prometheus" e "The Eternal Void"). E questo diventa anche il punto di forza dei nostri sei musicisti che spezzano la ferocia tipica del genere con passaggi mozzafiato affidati a splendide melodie e giochi di chitarra che ci fanno affrontare con maggiore fiducia le successive e più schizzate tracce, dove inevitabilmente ad attenderci ci sono le classiche chitarrone deathcore con ritmi sincopati, scale ritmiche da brivido, vocioni mostruosi, ma anche tutti quei giochini celestiali tanto cari ai Fallujah, affidati a brillanti parti atmosferiche ("Weavers of Illusion" ne è un bell'esempio). E ancora spettacolari sono le orchestrazioni della title track, ubriacante quanto basta nella sua rincorsa ritmica e nei suoi brillantissimi break che interrompono il frenetico chitarrismo della band. Poi si corre, veloci e schizoidi con una batteria al limite della contraerea, voci che si alternano tra lo screaming acido e il growling profondo, e una sezione ritmica davvero impressionante, che chiama in causa Periphery e altri mostri sacri del genere; spettacolare a tal proposito il finale di "The Vitruvian Augmentation". A chiudere il disco ci pensano le atmosfere eteree di "Perennial Eclipse", un altro pezzo davvero ben calibrato che si muove tra il death e partiture djent, forse le più palesi nell'intero disco. 'Harbringers of Pestilence' è un signor album che saprà ingolosire tutti i fan del genere.