CYNIC - Focus

Postato in Il Pozzo dei Dannati

Scritto da: PaoloNadir

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Roadrunner Records, 1993

Correva il 1993 e quattro ragazzi con ormai un certo nome alle spalle ed alcuni demo circolanti nell’underground decisero di registrare finalmente il frutto del loro genio.

Il disco in questione uscì col titolo di Focus e loro erano i Cynic.

C’era stata molta attesa per quel lavoro, gran parte del mondo metal di allora li conosceva attraverso le loro collaborazioni con altri gruppi (Masvidal-Reinert in Human dei Death ad esempio) e tale attesa non fu vana.

Focus esplose come qualcosa di inaudito, quasi incomprensibile nella sua ricerca armonica e nella sua impeccabile e straordinaria esecuzione tecnica.

Non era il death techno-intelligente e ben suonato di Shuldiner, né il “crossover” tentato dagli Atheist fondendo alcuni elementi non metal in un contesto molto metal, ma bensì qualcosa di assolutamente nuovo sotto ogni aspetto.

All’epoca nel metal Focus si impose come il lavoro tecnico definitivo, ben al di sopra di tutte le altre band (pur interessante Spheres dei Pestilence non potrebbe reggere il confronto) e a giudizio di chi scrive rimane ancor oggi un parametro di riferimento imprescindibile per tutto un certo tipo di metal.

Ma a tanta padronanza tecnica fece pari un’altrettanto ispirato songwriting?

Straordinariamente la risposta è sì.

“Veil of Maya” ci introduce nelle trame meravigliose di questo lavoro, coi suoi accordi spazianti fra il diminuito e le seconde (o none se ci prendiamo il lusso di non considerare l’omissione della terza) per poi lanciarsi nelle ritmiche armonizzate a due chitarre tanto care ai nostri che ne faranno lungo tutte le tracce del disco un tratto quasi distintivo.

Il tempo di lasciarsi trasportare ed ecco l’arpeggio pulito a precipitarci in un altro contesto, per poi riprendere sino a sublimare in uno dei più begli assoli del lavoro ma forse anche della musica metal in generale.

Si prosegue con “Celestial Voyage” ed è chiaro che è stato creato un marchio di fabbrica (dice nulla l’uso dell'’harmonizer (digitech vocalist II) sulla voce?); il pezzo suona quasi angelico, eppure il metal è presente intrecciato sì con soluzioni melodiche quasi jazzistiche ma senza perdere un’oncia di durezza o decisione.

Avanti con “The eagle nature” ed il copione è lo stesso, basso a tessere parti ritmico-armoniche in coppia col bravissimo Reinert e sovrapposizione di chitarre a disegnare.

Ascoltarsi le battute da 1.38 in poi per capire…

“Sentiment” si apre con un giro di basso paradossalmente semplice su cui poi s’innesta un’atmosfera onirica creata dalle axes di Paul e Jason che piomba in un quasi recitato con tanto di voce femminile (ora non è una novità, all’epoca correva il 1993).

E’ questo uno dei pezzi più sognanti e “prog” di tutto il lavoro…Sbalorditivo.

Si continua con la liquidità di “I’m but in wave to” introdotta da un arpeggio francamente maestoso che sfocia poi in un apertura melodicissima e “larga” ove il basso apre ed invita l’intervento delle chitarre distorte, cosa che non tarda ad arrivare (a 1.42 si può ascoltare a mio giudizio forse il più bel riff del lavoro) ed evolve in un continuum di tecnica e gusto ispiratissimo.

Arriviamo all’epica “Uroboric Forms” forse il pezzo “definitivo” del lavoro, sicuramente il più veloce, forse il più tecnico ed intricato?

Sicuramente bellissimo e straordinario, grande assolo centrale, stacco pulito e nuovamente cenni di cantato femminile, grande lavoro della batteria e nuovo solo.

Tutto finito?

Neppure per idea, reprise cattiva, ritorno dei riff iniziali e straordinario finale (ascoltare cosa combina Reinert alle casse…). “Textures” è un pezzo completamente strumentale che suona a cavallo di una fusion piuttosto evoluta ed un prog quasi “settantiano” nell’intenzione.

Pezzo nuovamente bellissimo, ricco di sentimento e virtuosismo e grande intervento di Malone al centro della song.

Il disco termina con “How could I” col riff iniziale dettato dalla guitar-synth e l’evoluzione in un territorio cui ormai i nostri ci hanno piacevolmente abituato, da brivido l’arpeggio a stacchi, ma tutti i riffs sono grandiosamente ispirati.

Concludendo, come ho avuto modo di dire in una mia precedente recensione, ci sono dischi cui è inutile dare un voto, Focus è uno di questi rari esempi.

Sbalorditivo? Seminale? Unico?

Lascio all’ascoltatore il commento, se non lo aveste compratelo!

Tracklist

  1. Veil of Maya - 5:23
  2. Celestial Voyage - 3:40
  3. The Eagle Nature - 3:31
  4. Sentiment - 4:24
  5. I'm But a Wave To... - 5:31
  6. Uroboric Forms - 3:32
  7. Textures - 4:42
  8. How Could I - 5:29