ALL I COULD BLEED - Burying the Past

Postato in Il Pozzo dei Dannati

Scritto da: franz

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(Darknagar Records, 2011)

Voto:65

“Essere o non essere, questo è il problema”… Questo il monologo di Amleto nell’opera omonima di Shakespeare, da cui deriva il mio di dilemma “mi piace o non mi piace”. Eh si perché questo lavoro fin dalle sue prime note mi ha gettato addosso questo dubbio profondo. “Burying the Past“ si apre infatti in modo alquanto scontato con un death melodico, moderno, che strizza l’occhiolino ai famosi colleghi finlandesi onnipresenti Children of Bodom e lasciandomi alquanto perplesso per la pochezza di idee proposte: chitarrine non troppo pesanti in “Private Hell”, abbondanza di tastiere, voci in versione screaming, mah, non mi convince poi tanto, anche se un break posto a metà brano mi fa rizzare immediatamente le orecchie e riacquisire l’interesse verso un cd che si stava dirigendo dritto dritto verso la stroncatura. Non saremo di fronte a dei fenomeni o a dei geni della musica, ma i nostri amici russi lentamente sanno conquistarmi. E la title track finalmente irrompe con delle chitarre un po’ più solide e potenti, con le keys a sostenere in modo poderoso il sound dei nostri, che inizia a prender una propria fisionomia, staccandosi dalla proposta dei Bodom e incanalandosi verso sonorità più votate al modern metal, con melodie intelligenti, intermezzi al limite del techno death, valanghe di inserti tastieristici a strizzare l’occhio anche ad un certo cyber metal; buoni i solos. Le keyboards aprono “Plague” e ancora una volta mi pongo il dubbio se il cd di questi All I Could Bleed in fondo riesce a conquistarmi: non saprei sono dibattuto, perché la song alterna momenti pallosi, triti e ritriti con altre aperture che denotano una certa personalità, ancora in stato embrionale per carità, ma quel solo di basso impazzito nel mezzo della canzone (ad opera di Ivan Stroev), quasi un tributo ai Death, mi fa sussultare dalla sedia, anche se poi il quartetto di Chelyabinsk, guidato dalle vocals malvagie della bellissima Psycheya, si mette ad inseguire improbabili percorsi black sinfonici. Forse le idee non sono ancora ben chiare e lo si capisce anche con la successiva “Under the Moon”, dove compaiono clean vocals maschili su un tappeto heavy-folk, che nuovamente mi mette in crisi, ben presto superata dalla ripresa, mai troppo esasperata a livello di velocità del quartetto russo. Insomma di carne al fuoco in queste nove tracce devo ammettere che ce n’è davvero molta, in quanto l’act est europeo non ha ancora ben deciso che genere musicale suonare, tuttavia, alla fine ad una conclusione sono giunto… il cd mi piace! Dategli un ascolto anche voi, meritano!