ALL THE COLD - One Year of Cold

Postato in Il Pozzo dei Dannati

Scritto da: franz

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(Kunsthauch, 2009)

Voto: 85

“One Year of Cold” (letteralmente “Un anno di Freddo”) è una compilation che racchiude i migliori brani del duo di Murmansk costituito da Winter e Nordsjel, contenuti negli innumerevoli split rilasciati in passato. Quel che balza subito all’orecchio sin dall’iniziale “Cast Winter” è l’impronta “Burzumiana” assunta dalla band russa: atmosfere gelide, in cui è il solo vento siberiano a soffiare e pungere il viso; melodie malinconico/depressive, figlie di un underground (quello russo) pullulante di realtà funeral doom; un incedere lento, quasi ipnotico per il ridondante enunciare delle stesse ritmiche quasi a voler ricalcare costantemente uno stato di disagio perenne. Non so esattamente da dove nasca questo malumore di fondo, questo senso di inquietudine che avvolge tutte le band provenienti dall’ex grande Unione Sovietica, so solo che c’è un qualcosa che le accomuna tutte, ossia il rifiuto del mondo che li circonda e che li spinge a vomitare (qui non solo in senso figurato, dovreste sentire la voce del vocalist, nelle sue sporadiche apparizioni) tutto il proprio dissapore, odio e disperazione nei confronti della vita e della società. La seconda traccia vede proprio l’affacciarsi del vocalist nella sua veste dannatamente oscura e malvagia con uno screaming spaventosamente disumano mentre la musica continua ad essere maledettamente atmosferica, melodica e capace di dipingere paesaggi invernali, ma senza montagne o foreste, solo il camminare nella neve ghiacciata in mezzo al nulla, con la sensazione di quel suono ovattato, attutito, quel silenzio in grado di stordire per l’enorme rumore che fa. Ecco le innumerevoli sensazioni che vengono sprigionate da questo “One Year of Cold”, che oltre a descriverle in musica, le narra anche all’interno delle sue liriche. Il senso di disagio contagia anche me, mi aliena da tutto e da tutti, soprattutto nella quarta desolante “New Day Without Me” e nella successiva “Message of Silence Space”, in grado di lasciarmi una profonda sensazione di disperazione al termine dei suoi infinitamente ripetitivi e strazianti lunghissimi minuti (sedici e undici rispettivamente) fatti di suoni ambient, decisamente lugubri e avvilenti. Non c’è luce, non c’è positività, non v’è alcun briciolo di speranza nei nove brani contenuti in questo lavoro; e ciò che affascina maggiormente è che non ci troviamo al cospetto della solita band funeral doom da cui aspettarsi realmente questo genere di sentimento, appesantito solitamente da una ritmica soffocante e pachidermica. Qui gran parte dello spazio è lasciato ai sintetizzatori mortificanti, a quei tocchi di pianoforte tristissimi che lasciano solo segni indelebili nel più profondo dell’anima, ferite che con somma difficoltà si rimargineranno. Sono cresciuto con la musica di Burzum e da poco la sto rivalutando, ma qui siamo al cospetto di due grandissimi artisti che riprendendo le sonorità del conte, rielaborandole con il feeling polare tipico russo, hanno rilasciato una testimonianza meravigliosa della loro genialità; da sottolineare tra l’altro che le ultime due splendide tracce sono inedite bonus track, cariche di un feeling autodistruttivo senza precedenti. Peccato solo che una simile release non possa essere apprezzata da un pubblico numeroso e sia, ahimè, destinata ad un esiguo gruppo di anime dannate che, come il duo Winter & Nordsjel, è tormentato nel corpo e nell’anima. Io lo sono e non posso far altro che celebrare questo lavoro e custodirlo gelosamente nella mia collezione di cd speciali.