COMATOSE VIGIL - Fuimus, Non Sumus

Postato in Il Pozzo dei Dannati

Scritto da: franz

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(Solitude Productions, 2011)

Voto: 85

Un giorno di pioggia. Un funerale. Il mio funerale. Le note dei Comatose Vigil ad accompagnare la sepoltura, mentre il pianto contenuto dei presenti, si presenta di fronte alla Signora Morte. E io rinchiuso in quella bara oscura, ho freddo, con la consapevolezza che tutto è finito; l’unica cosa a cui non possiamo sottrarci è finalmente giunta a prelevarmi e portarmi via con sé. La musica del terzetto russo è cupa, straziante e angosciante, come può essere il sopraggiungere della morte stessa. Tre lunghi infiniti brani di drammatico funeral doom, che si aprono con il primo capitolo, la title track, quasi mezz’ora di suoni funerei che non possono far altro che annunciare qualcosa di tremendamente negativo, la perdita di una vita umana. Non c’è alcuno spazio riservato alla luce, neppure ad un barlume insignificante di speranza, sono solo le tenebre che avvolgono la vita, rendendola inutile e priva di alcun significato. La musica dei Comatose Vigil è quanto di più oscuro ci potessimo aspettare in questo ambito (e dire che mi ero spaventato con i Septic Mind), ma qui i toni apocalittici, si fanno ancora più catastrofici, con un riffing pesante, ossessivo, lento che scandisce gli ultimi istanti che ci sono rimasti da vivere, come i tocchi di una campana che suona a morto. Parafrasando il titolo di questa release, “Fummo, non Siamo”, ci troviamo di fronte ad uno scenario di morte globale, forse portata dai venti di guerra che flagellano costantemente il nostro degradato pianeta. E ad annunciare la fine del mondo, ci pensa la voce tremendamente growling di A.K. iEzor, accompagnato dalla sezione ritmica della consistenza di un mammut di Vig’iLL e dagli emozionanti quanto mai sconvolgenti (e vincenti) inserti di tastiera di Zigr. “Autophobia” con i suoi ventitre minuti abbondanti di disperazione è il masso che ci mancava, quello da un quintale ancorato alle nostre gambe che improvvisamente cadono in acqua; una discesa lenta e dolorosa nel profondo degli abissi, mentre i nostri polmoni si riempiono di acqua fino a scoppiare. Si, la morte torna sovrana, come unica regina del mondo, a cui nessuno può sottrarsi, neppure gli uomini più potenti del pianeta. La morte è il giusto destino per tutti e il cammino verso di essa è accompagnato ancora una volta dalle note di questa straordinaria band, che in questa traccia hanno anche l’ardore di un magnifico inserto ambient, straordinari. Gli ultimi ventiquattro minuti sono per “The Day Heaven Wept”, l’ultimo cappio da cingersi al collo prima di salire su quella sedia da cui non si scenderà più. Il terzo capitolo celebra, con toni apparentemente meno lugubri la fine dell’esistenza, anche se la malinconia di fondo pervade ovviamente l’intero magnifico brano. Certo, il funeral doom non è un genere aperto a tutti, tuttavia non abbiate paura ad avvicinarvi, giusto solo per curiosità, a dare un ascolto a questo magniloquente lavoro. Ora ne ho la certezza: dopo avere ascoltato “Fuimus, Non Sumus…”, non ho più paura di affrontare nostra Signora.