Meniscus - War of Currents

Postato in Il Pozzo dei Dannati

Scritto da: franz

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(The Bird’s Robe Records, 2011)

Voto: 70

È tempo di rilassarsi, non posso certo martoriare costantemente le mie orecchie con brutal death o black satanico. Ecco perché ho preso il nuovo disco degli australiani Meniscus e l’ho infilato nel mio lettore, consapevole di quello che avrei trovato, avendo da poco recensito positivamente anche il loro debut EP. Partendo da un ottimo digipack, sotto un profilo prettamente estetico, con una cover cd che richiama quella cascata di lettere e numeri che compariva nel film “Matrix”, su uno sfondo bianco questa volta, la musica dei nostri aussie boys torna a percorrere il filone del post rock, cosi come era stato per il loro precedente lavoro, perdendo tuttavia un pizzico di smalto che tanto mi aveva ben impressionato in “Absence of I”. Mentre le prime due songs, “Room3327” e “130” ripercorrono quanto proposto in precedenza, “Immersion” si rivela molto più pacata, stentando proprio a decollare e trascinandosi pesantemente nell’oblio della noia. Chiaro, la band australiana non è diventata scarsa tutto di un colpo, sembra semplicemente essersi un attimo smarrita, alla ricerca di una visione ancora più intimista della propria musica, ed in tal caso devi essere un fenomeno e non aver paura di rischiare di perdere la faccia, altrimenti il rischio di fare una figuraccia è là dietro l’angolo. Beh per i Meniscus voglio essere chiaro: un passo indietro è stato fatto, e questo mi dispiace, ma sono certo che comunque anche voi avrete modo di perdonare questa defiance, anche perché nei 38 minuti di “War of Currents”, tutti gli elementi classici del genere sono comunque riscontrabili. Partendo dicevamo da un post rock strumentale, il trio cerca di sviluppare il proprio sound lanciandosi in divagazioni space rock progressive che ne esaltano la performance, nella più sperimentale delle tracce, “Fight Club”, in cui fa la sua comparsa in modo importante anche l’elettronica e finalmente un riff di chitarra dotato di un certo mood melanconico. Torno a ribadire la necessità di avere un vocalist, che possa aggiungere un quid in quei momenti che rischiano di intorpidire anche l’ascoltatore più attento. L’abilità della band non si discute, rimango perplesso su alcune scelte ridondanti che sono state fatte in sede di stesura dei pezzi. Meglio rendere più scorrevoli i pezzi, piuttosto che ripetere alcuni giri all’infinito in un loop, ahimè non ipnotico, semmai alquanto tedioso. Comunque i Meniscus rimangono eccellenti esponenti di un post rock, che sta vivendo in questo momento un boom, che non avevo di certo pronosticato. Da rivedere o meglio risentire…