Human Void - Era Zero

Postato in Il Pozzo dei Dannati

Scritto da: franz

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human-void-era zero(Crash & Burn Records, 2011)

Voto: 70

#PER CHI AMA: Cyber Black, Samael

 

Me la sono presa comoda, devo essere sincero, molto condizionato dal fatto che non mi sia del tutto chiaro se questa band italica esista ancora o si sia reincarnata in una qualche altra ipertecnologica creatura, ma mi auguro di potervi svelare ben presto il destino dei nostri. Gli Human Void ho avuto il piacere di incontrarli di persona, averli miei ospiti in radio quando ancora erano dei pivelli; ascoltare “Era Zero” mi ha dato l’enorme piacere di constatare la progressiva crescita musicale dei nostri, e la consapevolezza che ci siano ancora ampi margini di miglioramento. L’album consta di nove pezzi, che si spingono verso i meandri sconfinati e non del tutto esplorati, della musica elettro black, contaminata da influenze industriali. Certo l’attacco affidato ad “Extinction” suona decisamente più death a livello di chitarre (quasi swedish), black a livello vocale con l’affilata voce di Gabry (decisamente mai sopra le righe) ad imperversare, mentre tutto l’apparato noise/effettistico/elettronico, contribuisce a donare al lavoro quell’aura cibernetica, che emergerà prepotentemente e successivamente, all’ingresso di “Coronal Mass Ejection” (eletta mia song preferita), tanto da richiamarmi a livello sensoriale, il sound dei (defunti?) The Kovenant. La performance degli Human Void è piuttosto interessante, anche se qua e là si avvisano ancora delle sbavature da correggere (vedi l’uso della drum machine) per una prossima ipotetica release. “Critical Mind” è un breve intermezzo noise che spiana il terreno ad “Acid Rain” che si apre in un modo inquietante (tanto da rievocarmi “Generator” degli Aborym) per poi evolvere in un mid-tempo ahimè controllato (avrei infatti preferito un’esplosione dirompente di caos). Siamo ancora distanti anni luce, dai fasti della band capitolina, ancora troppo superiore rispetto al combo trentino, tuttavia non c’è da lamentarsi affatto della bontà della proposta. Sono convinto che col duro lavoro e con l’esperienza, gli Human Void possano evolvere e maturare ulteriormente e una song come “Tunguska” dimostra tutto il dinamismo, la vena cyber black (di scuola Samael) e la voglia di perseguire quegli obiettivi, che scorrono nelle vene degli Human Void. Il trittico finale di song ci regala gli ultimi quindici minuti di musica, che attraverso una traccia un po’ più banale ed un oscuro intermezzo, arrivano alla conclusiva “Metamorphosis”, un’altra song che, pur puzzando di cioccolato svizzero (chiaro il riferimento ai Samael), sancisce la qualità della proposta dei nostrani Human Void. Ed ora attendiamo fiduciosi per il futuro…

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