Arktika - Symmetry

Postato in Il Pozzo dei Dannati

Scritto da: franz

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Arktika Symmetry(Autoprodotto, 2012)

Voto: 70

#PER CHI AMA: Sonorità Post (Hardcore/Rock)

 

Questa storia della riesumazione del vinile mi fa un po’ incazzare: cavolo per 10 anni ho collezionato vinili, dal ‘84 al ’94 e poi sono svaniti nel nulla. A quel punto, ho deciso di dedicarmi alla musica su cd, svendendo tutti i miei lp e costituendo un’importante libreria musicale e ora, alcuni tra gli artisti che più mi interessano, hanno deciso di far uscire la loro opera in vinile o in formato digitale, escludendo a priori il cd, e impedendomi pertanto di recensire un lavoro, in modo sereno, ma che diamine. Per gli Arktika mi è toccato quindi fare uno strappo alla regola, e salvarmi le tracce sul mio lettore mp3, pur di avere modo di usufruire della musica di questi ragazzi teutonici. Il genere? Post hardcore, e oramai credo di avere una grave dipendenza da tutto ciò che reca nel nome la preposizione post-. Eh va beh, dopo questa recensione andrò in una clinica per farmi disintossicare, nel frattempo provo a godermi le tracce di “Symmetry”, album di cinque pezzi, che sarebbe in effetti limitativo bollare come post hardcore, visto che di hardcore è rimasta solo la vetriolica voce (talvolta quasi emo, a dire il vero), e tra l’altro non rappresenta neppure il pezzo forte della band. Gli Arktika fondano infatti il loro successo, tessendo inebrianti linee di chitarra post-rock (e ci risiamo): eccellente in tal senso “Broken Flowers”, brano gentile, emozionale, che vede l’utilizzo finalmente decente delle vocals, almeno per due terzi del brano, prima che un riffing pesante si impossessi della ritmica e la timbrica assassina, salti fuori nuovamente. Ho capito, devo imparare a soprassedere, andare oltre a questi miei limiti, per non scagliarmi contro un album, quando in realtà non lo meriterebbe. Già perché “Symmetry” è davvero un buon album: l’intermezzo ambient di “The Living Receiver” ci permette di rilassarci, predisponendoci all’ascolto della seconda metà di questa release, inaugurata nuovamente dall’intemperanza (per fortuna solo vocale) di “Sermon”, che invece a livello musicale continua a muoversi prettamente su tenue e semplici sonorità post rock e solo in rari momenti, spinge poco più sull’acceleratore, mantenendo comunque costantemente una buona dose fluttuante di melodie. A chiudere il disco ci pensa “Bridgeburner”, il mio pezzo favorito, quasi undici minuti di eteree melodie sognanti, che prendendomi per mano, mi accompagneranno dolcemente tra le braccia di Morfeo.