Cortez - Phoebus

Postato in Il Pozzo dei Dannati

Scritto da: maudrup

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Cortez Phoebus(Throatruiner Records, 2012)

Voto: 70

#PER CHI AMA: Post-hardcore, Math, Dillinger Escape Plan, Converge

 

Anche se non ho fatto il liceo classico, da bambino ho trascorso tante ore sulle pagine de “La vita è meravigliosa” l’enciclopedia di mia mamma, che narrava con splendide illustrazioni le vicende della mitologia greca (infanzia triste, ne convengo), per cui una cosa la so: Phoebus è l’altro nome del dio Apollo, la personificazione del sole. Quale contrasto più grande tra il titolo dell’opera e la sua copertina, peraltro specchio fedele dell’atmosfera plumbea dipinta (con un solo colore, rigorosamente il nero) dal suono pesantissimo di questo trio svizzero, che affonda le sue radici nel feroce post-hardcore di tipi poco raccomandabili quali Dillinger Escape Plan e Converge, di cui i Cortez paiono quasi una versione europea. Alla fine dei 7 minuti e mezzo di “Temps Mort”, il pezzo di apertura, pensavo di avere trovato uno dei dischi dell’anno: un incedere minaccioso e inesorabile, un crescendo di chitarre e ritmiche serrate ma dall’approccio molto free, che poi ti arrivano addosso travolgendoti come una valanga di neve e ghiaccio. Quasi una versione 2013 di quel capolavoro immortale di “New Day Rising” degli Husker Dü. Purtroppo però, in un certo senso, le sorprese finiscono qui, e il resto del programma non riesce a mantenere del tutto quanto promesso. Chiarisco subito, a scanso di equivoci, che i tre ci sanno fare, e anche parecchio, e che ogni traccia produce più o meno l’effetto che otterreste a posizionarvi davanti al motore di un Boeing 747, ma il punto è proprio questo: la prima volta ti rialzi cercando di capire cosa ti ha colpito, la seconda pure, la terza ti pianti bene sulle gambe e pensi “Cazzo, che botta”, la quarta inizi a sapere cosa aspettarti e poi sei lì che ti sorprendi a pensare “ok, bello, ma poi?”. Il punto non è certo la qualità dei brani, che presi singolarmente sono quasi tutti molto validi (alcuni più di altri, oltre alla già citata “Temps Mort”, la tortuosa “Arrogants Que Nous Sommes” e la ferocissima “Un Lendemain Sans Chaines…”), ma proprio una certa ripetitività che si fa strada con l’andare dei minuti, la chitarra macina riff che non brillano per originalità, la ritmica rimane sempre sparatissima senza accennare a tirare mai il fiato e la manopola dei volumi costantemente sull’undici. L’altra (parziale) variazione sul tema è quella della conclusiva “Borellia”, con i suoi muri rumoristi e le reiterazioni ossessive che sfociano in un maelstrom noise davvero apocalittico. E proprio le qualità intraviste nei due brani di apertura e chiusura sono il motivo per cui ci si ritrova alla fine con un senso amaro in bocca, di occasione non del tutto sfruttata. Sarebbe bastato forse qualche intermezzo, qualche alternanza tra piano e forte, qualche oasi di relativa calma a far sì che quella scatenata dai ginevrini fosse davvero la tempesta perfetta.