Aruna Azura - A Story of a World's Betrayal

Postato in Il Pozzo dei Dannati

Scritto da: franz

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Aruna Azura A Story of a World s Betrayal(Metal Scrap Records, 2013)

Voto: 70

#PER CHI AMA: Brutal Death/Jazz/Progressive/Hard Rock

 

Murmansk è la più grande città del mondo posta all'interno del Circolo polare Artico e anche la città che ha dato i natali a questi stralunati Aruna Azura. Li appello in questo modo perché il primo pensiero che ho fatto ascoltandoli, è stato “suonano dannatamente come gli Infernal Poetry”. Proprio la band nostrana infatti rappresenta la maggiore influenza per questo quintetto dedito a sonorità techno death progressive, che esce per la Metal Scrap Records. Si parte con “Rites” e già mi sembra di essere sulle montagne russe, con le chitarre, schizoidi, che si rincorrono tra sali e scendi da urlo e le vocals belle corrosive. Ma con l’inizio di “Disaster Lullaby” non vi è già più traccia delle influenze riscontrate nella opening track. I ritmi sono lenti, delicati, con la voce che passa con una certa disinvoltura dal growling terrificante al cleaning e le ritmiche che piano piano acquisiscono una maggiore grinta per tornare a pestare in modo convulso e disarticolato, con un break affidato ad una chitarra spagnoleggiante ed un finale in cui convergono una miriade di influenze, decisamente estranee al metal. Disorientato da questa ninna nanna, passo a “Empty Dawn”, smanioso di capire quali diavolerie ha da offrirmi questo cd. Il suono di una radio trasmette programmi confusi, la frequenza si aggiusta e nelle orecchie mi ritrovo un’altra band, dedita a sonorità space rock progressive, con una voce pulita che francamente non si dimostra di buon valore. Calma ragazzi, tanto la sorpresa è dietro l’angolo e i ragazzoni russi ci prendono per i fondelli ancora una volta, offrendoci un mix tra death metal, hard rock e glam. Fate voi. Preparazione tecnica superlativa, ottime le linee di chitarra, un po’ confuso l’utilizzo delle tre modalità vocali, la produzione forse è un po’ troppo ovattata. Sono disorientato perché riesco ad apprezzare (e tanto) questo disco, solamente a tratti. Alcuni frangenti (quelli più ruffiani) sono di bassa digeribilità e cosi la seconda parte della terza traccia diventa inascoltabile, tanto da spingermi a skippare alla successiva “Substance”. Il rombo di un motore di una moto apre la song, accompagnata da un riffing sincopato, a tratti brutale. Gorgheggi cavernosi si alternano a un cantato stridulo e contestualmente la musica si infila tra queste maglie, passando da un feroce riffing serrato ad aperture rock. Diavolo, mi piace. Non mi piace più. Come devo fare per assimilare questo lavoro? Invito anche voi a dare un ascolto a questo disco perché anche gli undici minuti di “Let Them Live” non mi sono certo d’aiuto, soprattutto quando nel tessuto della song compare Louis Armstrong con ”What a Wonderful World”. Troppa carne al fuoco e forse miscelata non proprio nel migliore dei modi. Gli Aruna Azura, forti del loro isolamento nell’estremo nord, hanno messo insieme in un bel calderone, le influenze provenienti dai mondi più disparati: jazz, brutal death, progressive, thrash convergono in un esplosivo concept relativo ad un viaggio in differenti mondi, ove ormai giace il ricordo di una civiltà che si è autodistrutta...