Allochiria - Omonoia

Postato in Il Pozzo dei Dannati

Scritto da: franz

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Allochiria Omonoia(Autoprodotto, 2014)

Voto: 75

#PER CHI AMA: Post Sludge, Neurosis

 

Post metal dalla Grecia? Certo che si può, e a pensarlo sono gli Allochiria, band ateniese che giunge al debutto sulla lunga distanza con 'Omonoia', album uscito nei primi giorni di questo 2014 e segue a più di tre anni l'omonimo debut EP. Il lavoro ha colpito la mia attenzione per la sua intrigante cover, con la fotografia di un vecchio uomo dalla barba lunga con impressi sul volto disegni stilizzati di un qualche dispositivo meccanico. Passando ad un livello più profondo di valutazione, diciamo che la band esordisce con “Today Will Die Tomorrow”, una song lisergica, in cui una bombastica produzione ne amplifica esageratamente il risultato finale. La prima parte del brano è completamente strumentale e abbraccia prettamente l'ambito post rock, prima di abbandonarsi ai caustici vocalizzi della brava Irene, che declama nelle liriche 'The Garden of Proserpine' di Algernon Charles Swinburne. Si, avete letto bene, una dolce fanciulla che imprime il suo marcescente marchio vocale, una sorta di Steve Von Till al femminile. “Oppression” è invece un fulgido esempio di suoni post sludge, di quelli che generano tachicardia e lentamente fanno arrancare, fino a piegarsi sulle ginocchia. É breve per nostra fortuna, altrimenti il rischio di soccombere già alla seconda traccia si profilava assai elevato. “Archetypal Attraction to Circular Things” è una lunga traccia liquida, che mi dà l'idea di nuotare nelle viscere marine percependo i suoni dei cetacei che mi circondano. In sottofondo anche il canto delle sirene con un'atmosfera rilassatissima che in realtà solo presagio di una condizione mutevole. Non tarda ad arrivare infatti l'onda anomala ad agitare il mio mare, cosi come il canto angelico di quelle donne mezzo umano mezzo pesce, lascia il posto al growling incattivito della vocalist ellenica. La musica però, sebbene il ritmo si sia nel frattempo inasprito, si mantiene melodica e venata di striature malinconiche, prima di sopirsi nel finale. Notevole. “We Crave What We Lack” è una traccia ben più canonica che segue i classici dettami di Neurosis e compagnia, che vive il suo massimo spunto nella seconda metà, ben più calibrata e che non trascende livelli di ferocia inaudita. Un breve intermezzo ed è il turno di “K.”, song ritmata, quasi marziale con le vocals di Irene in primo piano; il pezzo vive il suo sussulto nella tribale parte centrale che evoca quegli assoli di tamburi che ogni tanto si vedono ai concerti dei gods di Oakland. Niente male. Brano dopo brano rimango sempre più affascinato dalla proposta del combo greco, che pensa di chiudere il platter con i dodici minuti abbondanti di “Humanity is False”. Un incipit notturno dischiude le porte al riffing possente e distorto del duo composto da John K. e Steve K.. Ma è sempre il drumming tribale di Ilias ad avere il ruolo da protagonista indiscusso di questo eccellente album, che lo candida inaspettatamente a porsi tra i miei album preferiti di questo 2014. Granitici.