Campos - Viva (2017)

Postato in Let It Bleed

Scritto da: Alberto Calorosi

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campos vivaLabel: Aloch dischi

Issued: 2017

 

 

 

 

 

 

Chitarra acustica riverberante, sporcata da un'elettronica crepitante e sabbiosa (Am I a man, Cargo cult et al.), persino prossima a una specie di trip-hop decostruito (Uneven steps), o subliminalmente tribale (How my son). Rileverete fin dai primi accordi quella profondità di suono affascinante e scura, repentina e spaventevole come il freddo che sopraggiunge nel deserto. C'è molto dei primi Calexico, quelli di The black light, per esempio, ma anche Tim Buckley (You keep thinking). Nel prosieguo la vegetazione musicale si dirada ulteriormente. Nel deserto rimangono un filo vitale di chitarra, una voce disidratata e miraggi sonori elettronici (Space, Storm). Il vostro viaggio lisergico nel deserto sta prendendo una brutta piega (Far away). Sentite la vita sfuggire in un afflato, quando finalmente il sole sorge nuovamente. Quel sole mattiniero e sonno-folkeggiante che filtrava dalla tapparella di Beck in Morning phase (Freezing, Straight ahead). Siete salvi. Vi è andata bene, stavolta. Ma ricordate: mai assecondare i seducenti consigli del Re Lucertola.

 

Sì però avrei fretta: Freedom to think / You keep thinking

 

 

Due chiacchiere con gli autori

Q1 - Campos? Come mai? Wikipedia mi segnala un cratere su Marte. Forse la vostra musica proviene da lì?

A1 - Il nome Campos viene dal cognome di un ex calciatore messicano. Jorge Campos. Per la precisione portiere (spesso giocava anche da attaccante). Un personaggio molto particolare perché indossava dei completi dai colori sgargianti da lui stesso disegnati. Insomma uno che non passava inosservato. A distanza di anni è infatti rimasto impresso nelle nostre menti... Un altro motivo è perché è una parola singola e semplice. E poi ci piaceva che ricordasse il sudamerica... un po' come la nostra musica giusto? Del cratere non sapevamo niente, Marte rimane sempre e comunque una buona connessione, mi viene subito in mente David Bowie. Noi però per adesso ci occupiamo delle faccende terrene.

Q2 - Come  quanto ha influito la distanza fisica tra i membri della band sul processo creativo?

A2 - La distanza ha influito molto. Il processo creativo in questo caso si è dovuto adattare alle circostanze, non potendo fare altrimenti. E' venuto a mancare un po’ (l’aspetto umano se vuoi) il confronto diretto e lo scambio di idee immediato tipico della sala prove, che è stato sostituito da messaggi, telefonate e trasferimenti di progetti e bozze. I tempi si sono dilatati e ognuno ha avuto modo di lavorare sulle tracce singolarmente, seguendo i propri ritmi. Però aggiungo che oggigiorno non è una cosa così strana. Le nuove tecnologie e i social network fanno ormai parte della vita quotidiana. E questo ha cambiato radicalmente i rapporti sociali. Noi ci siamo adattati ed è stata una cosa piuttosto naturale.

Q3 - Secondo me c'è qualcosa di fortemente cinematografico nel vostro suono. Mi sbaglio? C'è qualche regista per il quale vendereste l'anima al diavolo pur di scrivergli le musiche?

A3 - Che tu abbia avuto questa impressione ci fa molto piacere. Sicuramente c'è l'intenzione di ricreare delle immagini attraverso il suono. Delle immagini che si mescolano e si fondono l'una nell'altra lasciando libera interpretazione a chi ascolta. L'anima al diavolo la venderemmo per molto meno, comunque un paio ce ne sono. Kaurismaki, Ciprì e Maresco (anche se dubito lavoreranno ancora insieme) e il primo Carlo Verdone.