Living colour - Vivid (1988)

Postato in Let It Bleed

Scritto da: Alberto Calorosi

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Living colour VividLabel: Epic

Issued: 1988

 

 

 

 

 

 

L'incredibile riff spaccafottutiottanta che incendia il primo vividissimo singolo dell'album e della carriera dei Colori viventi traccia inconsapevolmente una inestricabile rotta trentennale e contemporaneamente un invalicabile solco nei confronti dei coevi collettivi metal-funky-spaccaqualcosamanontroppo (i Red hot chili peppers partoriranno Mother's milk l'anno successivo ma Introduce youself dei Faith no more era stato introdotto da almeno un annetto), inconfondibile trademark del chitarrismo ipernevrile di Reid (sentite il solo finale della quasi-pop-song I want to know) che funziona esclusivamente se sostenuto dal basso inarrestabile e oltraggiosamente fuuuunk di Muzz Skillings (sentite quanto carbone vola nella caldaia nella rocchettosa Middle man, o nella sciamannata Funny vibe, aperta da un opinabile riffing iso-satrianico). Svariate incursioni filo-metal (Middle man) o quasi-punk (Desperate people), ma siamo sempre negli anni fanculottanta, quindi non possono mancare la ballatonza (Broken heart) del ponte e un secondo singolo innocuamente funky-pop e MTV friendly nei suoni e nelle liriche (Glamour boy). Qualcosa che stemperi a dovere i graffi profondi incisi con le unghie dal dicotomico testo di Cult of personality nelle tenere coscienze 80teen che volente o nolente costituiscono il molle tessuto sociale post-yuppie fineottanta. Se vi interessa, a metà album c'è una trascurabile cover di Memories can't wait (Talking heads).

 

Sì però avrei fretta: Cult of personality / Which way to America