David Byrne - American utopia (2018)

Postato in Let It Bleed

Scritto da: Alberto Calorosi

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David Byrne American utopiaLabel: Nonesuch

Issued: 2018

 

 

 

 

 

 

Al di là dell'estemporaneo esordio demenzial-industrial-lapalissiano I dance like this ("I dance like this / because it feels so damn good / if I could dance better / well you know that I would" potrebbe ricordare a qualcuno quel capolavoro di tautologia sinottica che era Sad songs sull'omonimo David Byrne) l'embyrneo, cioè la cosmologia inconfondibilmente iperrealistica (Bullet) eppure nitidamente naif (il paradiso di pollame teorizzato nelle prime strofe di Everyday is a miracle, oppure quello canino di Dog's mind, senz'altro affine alla gloriosa copertina di Uh oh) di D-B appare lucidamente dissonante nei contenuti sia personali sia politici (cfr. ad esempio It's not dark here, una specie di inno alla libertà di pensiero e la polemica massificata di Doing the right thing). Altrettanto eterogenee le sonorità, solo saltuariamente reminescenti del passato (ormai remoto) da Testa parlante dell'autore (Gasoline and dirty sheets vs. l'album Little creatures, oppure Everybody's coming to my house, una sorta di prequel di Burning down the house, da Speaking in tongues), altrimenti geometriche e spaziali, in un gioco di trame elettroniche (Here), funky (It's not dark up here) e tribali (Bullet) che non poteva essere orchestrato da altri se non Brian EuclidEno. Tanta professione, ma manca il guizzo.

 

Sì però avrei fretta: Gasoline and dirty sheets / Everybody's coming to my house