HOLLOWSCENE - Hollowscene (Broken Coriolanus - prima parte)

Postato in Yasta la Vista

Scritto da: cspigenova

Questo utente ha pubblicato 196 articoli.

Hollowscene(Black Widow Records, 2018)

 

 

 

Prog classico e ricercatezza letteraria dei testi per gli Hollowscene. La loro storia principia all’inizio degli anni Novanta quando il tastierista Lino Cicala e il chitarrista e cantante Andrea Massimo fondano i Banaau; dopo una lunga pausa, nel 2016 il duo cementa attorno a sé altri cinque componenti con i quali, proprio nello stesso periodo, producono The Burial.
Di lì a poco, con un minimo rimpasto, l’ensemble sceglie un nuovo nome, Hollowscene, nato dal gioco di parole tra “olocene” e “scena vuota” (ma il loro amore per il poeta T.S. Eliot ci rimanda alla poesia The Hollow Men).
L’impianto attuale vede, oltre alla sezione ritmica (Tony Alemanno al basso e Matteo Paparazzo alla batteria), un’aggiunta di chitarre (Walter Kesten) e di tastiere (Andrea Zani), oltre al flauto (Demetra Fogazza). Un’altra caratteristica della band è il totale coinvolgimento vocale nei cori. Ciò spiega benissimo perché in questo loro ultimo lavoro sia stata aggiunta in coda una cover dei Gentle Giant.
Il grosso del CD ruota attorno a Broken Coriolanus, concept in cinque tracce sulla notissima figura leggendaria della storia romana, vissuto agli albori della repubblica e tratto ad esempio per l’integrità morale. La fonte di ispirazione è Shakespeare, mediato, però, dal solito Eliot, visto che Coriolano è citato in The Waste Land (La terra desolata) proprio come Broken Coriolanus.
Prog sinfonico al 100% con arrangiamenti sontuosi e raffinati, ma non chiamiamolo neo-prog, per favore. E nemmeno regressive. L’impressione (più che positiva) è che gli Hollowscene riprendano i moduli stilistici del prog europeo anni Settanta (in una declinazione geografica tra Gran Bretagna e Germania), ma li facciano propri, grazie ad un approccio comunque personale. Non saranno originali i riferimenti (e chi non ne ha?), ma autonomo è il modo di dare sostanza alla propria idea musicale.
L’opener Welcome To Rome ricorda i Genesis nell’apertura poliritmica, nei cambi di atmosfera e nei colori della chitarra solista, mentre la voce di Massimo mostra similitudini con quella di Kerry Minnear dei Gentle Giant. Prima ho citato la Germania; non pensiamo affatto al krautrock, semmai riferiamoci al filone sinfonico soprattutto dei Triumvirat (quante connessioni, soprattutto, con Spartacus), ma anche degli Eloy e dei Nektar (britannici ma, di fatto nati, musicalmente ad Amburgo).
Quel clima si sente anche in A Brave Fellow, composizione più complessa rispetto alla precedente. Inizialmente si muove su un tema in 7/4, quindi si sposta verso territori di quiete da cui emergono solo la voce e il piano, ma una tensione di un riff apre alla chitarra hackettiana che, in crescendo, porta a galla un sound figlio Supper’s Ready.
Efficace anche la variabilità atmosferica di Traitor: si passa con disinvoltura da episodi più ritmicamente serrati (con ampio utilizzo di terzinati) ad ariose aperture sinfoniche alla Yes, in un gioco di evoluzioni non sempre prevedibili, come l’utilizzo di tempi composti che aiutano a spezzare l’ordito (notevole la spaccatura in 5/4 al minuto 7’14”).
Slippery Turns (atsumori) si contraddistingue invece per l’interludio recitativo in giapponese del guest Takehiro Uehi: l’effetto è straniante in quanto, dopo una parte lenta per voce e pianoforte, arriva una processione alla Fly on a Windshield di The Lamb… su cui si innesta la sezione declamatoria.
La chiusa di Rage & Sorrow, con i suoi abbondanti 13 minuti, va ascoltata come una suite in grado di sintetizzare gli elementi sostanziali della tavolozza creativa degli Hollowscene: il nucleo tematico iniziale (annunciato dal flauto, ripreso dalle chitarre e sviluppato dal canto) ci avvicina a qualcosa dei Khan di Steve Hillage (guarda un po’… proprio Hollow Stone), ma gli impasti vocali e certi vezzi contrappuntistici indicano una strada verso i Gentle Giant, nonostante l’onnipresenza del dettato genesisiano (arpeggi di chitarra, movimenti dei bassi, staccature ritmiche, ostinati, loop metrici in 7/8, frasi all’unisono). Anche qui vorrei essere chiaro: i Genesis degli anni Settanta hanno lasciato in eredità una grammatica fondamentale per chi fa prog. Un conto è scopiazzare, un conto è utilizzare le lezioni per sviluppare ulteriori proiezioni musicali. Gli Hollowscene scrivono con onesta consapevolezza, come i pittori manieristi del tardo Cinquecento dipingevano pensando a Raffaello.
 
Ma non finisce qui. La prossima volta prenderò in esame le due tracce che completano il CD (la cover dei Gentle Giant The Moon is Down e il ripescaggio del 1990 The Worm, su versi di E.A. Poe).
 
(Riccardo Storti)