Yuval Ron - Somewhere in This Universe, Somebody Hits a Drum (featurin Marco Minnemann)

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Scritto da: MAT2020

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Autore: Andrea Pintelli

 

Yuval Ron Somewhere in This UniverseYuval Ron / Wrong Notes Music, 2019

 

 

Uscito qualche mese fa, questo album dei tedeschi Yuval Ron (dal nome del loro leader, chitarra e voce) dal titolo “Somewhere in This Universe, Somebody Hits a Drum” è stato registrato negli studi Bubble di Berlino, nell’arco temporale che va dal 2016 al 2019, ad opera dello stesso Yuval Ron.
 
Fanno parte della band Marco Minnemann alla batteria (come recita la nota di copertina), Roberto Badoglio al basso, Matt Paull alle tastiere. I membri del gruppo si presentano nelle foto interne vestiti con tute da esploratori spaziali, clichè caro a certi stilemi di fine anni ’70 / inizi ‘80, nel chiaro intento di celebrare visivamente lo space rock di quel tempo. Musicalmente, invece, essi ricalcano la scena Progressive degli anni ’90, e questo è reso palese dall’utilizzo degli effetti della chitarra, ma anche dal muro di tastiere aggiunto, aspetti già conosciuti.
 
Ovviamente il disco non è tutto qui, le idee sono ben palesate, anche perché lo si può anche leggere come intenzionalmente evocativo fin dalla prima traccia omonima “Somewhere in This Universe, Somebody Hits a Drum”, dove la voce ricopre tale ruolo, ma poi un troppo giocoso intro di tastiere (sembra ricavato dai suoni dei primi videogiochi spaziali) fa da contraltare a un suono di chitarra monocorde.
 
“Gravitational Lensing” è più serioso nell’approccio iniziale, meno goliardico; ecco quindi Yuval Ron stesso che si scatena con un assolo di cui sopra, nel ripetersi di un refrain che fa da tappeto sonoro alle sue evoluzioni.
 
“Kuiper Belt” ha echi da uno spazio profondo che i nostri vorrebbero rappresentare, soprattutto nel continuo intrecciarsi dei protagonisti principali di questo disco, che sono, come detto, chitarra e tastiera. Un lodevole e fantasioso lavoro di basso è quel qualcosa in più che rende onore a questa terza traccia.
 
Con “WiFi in Emerald City” arriva il coraggio di spingersi in direzioni più care alle nostre orecchie, una dignitosa espressione in tempi dispari che viene svolta con maestria e ben calibrando i suoni d’insieme. Si tratta di una mini-suite che nella seconda parte sfocia in un intricato assolo di Yuval, come sempre ben coadiuvato dai suoi compari. La terza parte è un crescendo (soprattutto chitarristico) inarrestabile, sia come velocità, sia come idea, che poi torna in maniera netta al motivo iniziale; chiusura del cerchio. Probabilmente il picco creativo dell’album, ricavato da un’armonia collettiva che avrebbe potuto essere centrale nella direzione dell’intero lavoro.
 
“The Discovery of Phoebe” parte da atmosfere misteriose ma rilassate, nulla di sinistro ma piuttosto un esercizio fatto in assenza di gravità che ha come protagonista il basso elettrico. Dopo altro assolo di Yuval, nella seconda parte si vira verso sonorità più heavy, mai stucchevoli, che poi vengono sfumate per tornare alla tranquillità d’apertura.
 
“I Believe in Astronauts”, ultima canzone-suite, chiude in maniera piacevole questo lavoro che profuma di lontano. Viene dato risalto alla batteria di Minnemann, giustamente, che non copre mai gli altri suoni (un bel merito).
Insomma, un album che può essere ascoltato durante un lungo viaggio o una passeggiata nello spazio, ammesso che la vostra psiche sia abituata a incontrare le stelle.