Marco Corrao - Pietre su pietre

Postato in Yasta la Vista

Scritto da: Vanoli

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Marco Corrao Pietre su pietreM.R.M. Records/Appaloosa Records, 2020

 

 

 

Mi rendo conto che questo mio blog sta diventando sempre più un contenitore (mi auguro per chi mi legge ricco di contenuti) di cose preziose, che magari non sono riuscito a valorizzare al momento giusto.

Ma c’è in fondo un momento migliore di un altro per parlare di qualcosa che ti ha colpito positivamente, sia esso un libro, un film, un disco o più semplicemente un fatto della vita?

Secondo me no, e allora ecco che la promessa con me stesso di recuperare il tempo perduto, dedicandolo a progetti validi che avevo per causa di forza maggiore lasciato indietro, la vado a rinnovare condividendo con voi le mie impressioni riguardo un album davvero ben fatto, profondo e piacevolissimo all’ascolto (che poi, a mio avviso rimane sempre questa la cosa più importante, il valore aggiunto, perché un album deve essere in primis “bello” da ascoltare).

 

Io con il bel cd di Marco Corrao

Il disco di cui vado volentieri a parlarvi è quello del cantautore siciliano trentanovenne Marco Corrao, che nella sua esperienza ha già avuto modo, oltre che di pubblicare dischi in proprio (“Pietre su pietre”, oggetto dell’articolo in questione, è il terzo della serie), di collaborare con artisti tra i più svariati come Eugenio Finardi, Moni Ovadia, Riccardo Tesi (che anche qui impreziosisce il lavoro con il suono del suo organetto) e altri ancora, e di mettere in fila una buona serie di concerti in giro per il mondo, specie Oltreoceano, con echi che giungono intatti nella sua musica fino ad oggi.

Già, perchè “Pietre su pietre”, pur essendo ancorato concettualmente in maniera indelebile alla sua amata Terra siciliana, sul piano squisitamente musicale ammicca in modo egregio ai grandi songwriters a stelle e strisce, non rinunciando tuttavia ad attingere con cura dalla tradizione cantautorale nostrana. Poi, ovviamente, c’è spazio anche per reminiscenze folk, ma pure in quel caso più da un punto di vista narrativo e descrittivo che non formale o filologico.

L’inizio è di quelli che si fanno ricordare: “Terra di meraviglie” (della quale uscirà nei prossimi giorni un videoclip) diventa un’ode sentita, poetica alla Sicilia, e paradigmatica del vero significato che Corrao intende trasmetterci, facendolo arrivare nella migliore maniera possibile, attraverso le sue nuove interessanti creature.

Una terra antica, meravigliosa (riagganciandomi al titolo), certamente ricca di contraddizioni e spesso messa alla berlina ma popolata da gente che con grande dignità non intende arrendersi (un topos letterario che ricorre più volte, magari non esplicitamente, tra le pieghe di versi ficcanti e diretti).

Più evocativa, pur nelle sue immagini che ben si stampano nella mente, è la successiva “Muro di gomma”, forse la traccia che meglio esemplifica l’ottimo livello da lui ormai acquisito nell’ambito della musica d’autore: il paragone con un mostro sacro come Ivano Fossati, almeno in questo caso, non ci pare azzardato. Oltretutto, a mio avviso Corrao presenta un timbro vocale e uno stile interpretativo similari al cantautore genovese.

Altra canzone impeccabile nella sua eleganza formale e nelle sue parole suggestive è “Isola”, mentre un primo stacco stilistico avviene con la successiva “Bona crianza”, tratta dalla colonna sonora di un documentario dedicato al rito della tonnara, scritta con Gabriele Giambertone.

 

 

Si arriva così al brano che intitola l’intera raccolta, di certo uno degli apici creativi del Nostro, musicalmente vivace e orecchiabile, e dal testo davvero in odor di poesia, visto che è l’adattamento mirabile di uno scritto di Federico Miragliotta.

E’ “Pietre su pietre” infatti il centro del progetto, posizionata strategicamente in mezzo alla scaletta, a scandirne l’importanza e il valore, come confermato appieno nel prosieguo del lavoro, che si apre con l’inaspettata “Una madre”.

Dico così perchè quest’ultimo è un brano differente dagli altri, forte di un arrangiamento minimale che lo rende tra il marziale e il tribale, con le parole di Corrao che acquisiscono forza e vigore inseguendo il tratto ipnotico dettato dalla musica. Indubbiamente l’uso del dialetto amplifica lo spessore dei versi, almeno questa è una mia impressione: ammetto di subire da sempre il fascino degli idiomi regionali!

 

Un intenso primo piano di Marco Corrao nella foto di Domenico Turrisi

Valore dell’album che è certificato anche dalla presenza di un brano come “Erasmo”, dal nome di un personaggio che sa catturare la curiosità e l’attenzione dell’autore per le sue incredibili (e forse inconsapevoli) peculiarità. Uno di quegli episodi degni della miglior canzone d’autore.

Resta da dire di altri due pezzi, oltremodo rappresentativi della sua felice vena autoriale: se in “Fior di macadam” aleggiano nuovamente certi alfieri nostrani (stavolta la mente me lo rimanda a De Andrè), è con la conclusiva “Gli ultimi passi” che Corrao pone un giusto sigillo su un lavoro che emana ad ogni singola nota una fortissima personalità.

Si tratta a tutti gli effetti di un esempio di spoken word che tradisce anche un’influenza che guarda a quella parte dell’America che già lo aveva visto protagonista: una lunga e profonda lettera a Dio che offre numerosi spunti di riflessione.

Un grande plauso a conti fatti va non solo all’autore – ci mancherebbe – ma anche a chi l’ha seguito e supportato in questo nuovo rilevante capitolo del suo percorso musicale.