Fratelli Mancuso - Manzamà

Postato in Yasta la Vista

Scritto da: Vanoli

Questo utente ha pubblicato 485 articoli.

Fratelli Mancuso ManzamaCrinali/Squi Libri, 2020

 

 

 

Mancavano all’appello da un po’ di tempo, almeno da un punto di vista discografico, i fratelli Enzo e Lorenzo Mancuso, alfieri di una musica che affonda le sue radici in quel vasto universo “popolare” di suoni, storie e suggestioni, ereditate e fatte mirabilmente proprie dalla loro amata terra natìa Sicilia.

“Manzamà” (che significa “Non sia mai”) è il successore di “Requiem”, uscito dieci e passa anni prima, ma nel frattempo i Nostri hanno tenuto viva la propria arte, fatta di felici commistioni tra musica e teatro, senza disdegnare felici incursioni in quel mondo cinematografico che ben presto ha saputo denotare delle notevoli potenzialità nelle loro canzoni, simili a un caleidoscopio di colori e sonorità avvolgenti, antiche, struggenti.

 

Foto di proprietà di Enzo e Lorenzo Mancuso

Lunghissima e ricca di soddisfazioni è la carriera dei due fratelli che, armati di speranza e tanta motivazione, emigrarono in Inghilterra a metà degli anni settanta, dove – oltre a lavorare nelle fabbriche – entrarono in contatto con il variegato e tumultuoso humus di quel periodo storico, le cui istanze sociali si stavano ben delineando; il tutto filtrato da una tendenza per l’arte sempre spiccata e all’avanguardia da quelle parti.

Il richiamo della propria terra d’origine si era nel frattempo rinforzato e innaffiato di studi e applicazione, con un talento per gli strumenti dell’apparato folk che stava emergendo a piene mani, tanto da farne due validi polistrumentisti, in possesso inoltre di doti compositive (e interpretative) non indifferenti.

Altra terra d’adozione nel loro caso è stata la Spagna con l’incontro provvidenziale con il musicista Joaquin Diaz, il quale rimase folgorato dalle capacità dei Nostri, che in quel momento si stavano esibendo in Castiglia a Soria nell’ambito di un convegno di etnologia e folklore. Ottennero così un contratto discografico e la possibilità di esordire con “Nesci Maria”, dando il via nel 1986 a un percorso che si dipanerà poi finalmente nella nostra Penisola, senza tuttavia mai recidere il fortunato legame con la Spagna.

I primi fragorosi riscontri giunsero però nella seconda metà degli anni novanta con “Bella Maria”, grazie anche al fatto che il regista Anthony Minghella (altra personalità di rilievo che si innamorò artisticamente di loro) scelse di attingere a quel lavoro per il suo film di successo “Il talento di Mr. Ripley”.

 

Credit Foto: Giancarlo Ferlito

Nelle canzoni dei Fratelli Mancuso non solo è fortissima una componente narrativa che va a esplorare un vissuto fatto di emigrazione, dolore, nostalgia, e delle molteplici esperienze che la vita sa offrire, ma essa va a braccetto nel migliore dei modi con una ricerca e uno studio degli aspetti musicali sempre rinnovati e portati avanti con grande perizia.

Non è da meno questo nuovo lavoro, realizzato insieme alla 802 Records, per il quale i Mancuso si sono avvalsi di preziose collaborazioni, dagli arrangiamenti (curati da Franco Battiato e Aldo Giordano) ai musicisti in studio, gente del calibro di Giovanni Sollima, Ferruccio Spinetti, German Diaz e altri ancora, ad adornare un tessuto sonoro divenuto infine raffinato, intenso e vibrante.

Una nota di merito va alla Squi(libri) Editori che, come da consuetudine, ha rivestito splendidamente la confezione dell’album, rendendo indispensabile la consultazione di un libretto in grado di valorizzare ulteriormente l’opera, dagli affascinanti dipinti di Beppe Stasi che corredano il tutto, alle parole dei testi, così pregnanti ed evocative (e ottimamente tradotte, che per chi come il sottoscritto non è siciliano, è un’occasione importante di comprendere al meglio ogni sfumatura verbale, in maniera da entrare ancora più a fondo tra i meandri del disco).

Al di là della scelta di rendere graficamente anche in italiano questi versi, c’è da ammettere comunque che l’utilizzo del dialetto siciliano è assolutamente più efficace in un contesto simile, oltre che maggiormente funzionale al genere di riferimento.

Ogni canzone, dall’iniziale “Lassami dormiri” alla title track, passando per la delicata “Li suonni”, ci giunge inalterata nella sua primordiale bellezza e come pervasa da antica magia, e da un senso di struggimento e calore che viene trasmesso con grande autenticità.

Brani come “Lacrima” (sorta di topos letterario disseminato anche altrove), “Ti canusciu firita” o la conclusiva “Cori miu” mettono in evidenza il grande spessore autoriale dei due protagonisti, che arrivano finanche a commuovere in un episodio come “Animi”, dove vengono messi in fila tanti nomi quanto sono stati purtroppo i morti dopo un’attraversata in mare, in uno dei viaggi della disperazione.

 

Un assaggio della splendida “Ti canusciu firita”

Anche la poetica “Un velu d’aria” assolve ottimamente il suo compito, emozionando l’ascoltatore con le sue carezze acustiche e un cantato viscerale e appassionato.

In altri momenti il versante musicale si arricchisce di nuove suggestioni, come in “Tu vidè ti nni va”, dove emerge la ghironda o nella già citata “Ti canusciu firita”, abbellita dalle dolci e toccanti note di pianoforte avvolte dal suono maestoso e intimo al tempo stesso degli archi. E’ questa la mia canzone preferita del disco, anche per gli intensi vocalizzi che fanno capolino nel finale, come accade nell’altrettanto magnetica “Rosa di carta”.

Diventa quasi pleonastico passare in rassegna l’intera scaletta, laddove bastano pochi episodi l’uno dietro l’altro a farci capire che siamo davanti a un lavoro composito, omogeneo, incentrato su temi esistenziali che partono dal cuore, che lì si sedimentano e si sviluppano per affrontare al meglio le incombenze della vita.

Mi viene da definirlo in primis un disco d’amore, seppure declinato nelle sue molteplici forme, portatore di significati diversi ma il cui linguaggio è sempre universale.

 

Io con il cd “Manzamà” dei Fratelli Mancuso

E’ illuminante per approcciarsi al meglio alla loro parabola artistica leggere le parole dei Fratelli Mancuso in quella toccante introduzione che arricchisce il packaging di “Manzamà”, tratta dal discorso che i due tennero in occasione del dottorato honoris causa loro conferito dall’Università di Messina lo scorso anno.

Descrivono infatti nel migliore dei modi la loro esperienza musicale che in questo caso va di pari passi con una ricerca culturale e storica, dove far confluire “come dentro a un vortice” fatti, storie e volti che messi insieme hanno contribuito a definirne il percorso umano e artistico.

E fra le pieghe di questo lavoro ricco di sfumature, che cresce ad ogni ascolto, è possibile vedere tradotto tutto ciò in potenti immagini e parole.

Teniamoci stretti artisti simili, facciamo nostre le loro storie, lasciamoci emozionare e trasportare in questo viaggio che attingendo dagli insegnamenti del passato ci può condurre nel futuro, dandoci delle solide ancore di salvezza.