Stefano Barotti - Il grande temporale

Postato in Yasta la Vista

Scritto da: Athos_Enrile

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Stefano Barotti Il Grande TemporaleStanza Nascosta Records, 2020

 

 

già pubblicato su MAT2020 di febbraio 

 

Se è vero che etimologicamente parlando il “cantautore” è colui che propone personalmente i brani che crea, l’immagine dell’uomo solo sul palco con la sua chitarra è da tempo consolidata e riconduce agli anni in cui, tra le tante svolte, ci fu quella musicale che, tra le possibili direzioni, prese anche quella dell’impegno sociale e delle liriche “mica stupide”.

Non so se le nuove generazioni hanno chiaro tale ruolo, magari non è importante porsi il problema, ma sento sempre la necessità di dare una collocazione all’artista di cui parlo.

Sono entrato in contatto col mondo di Stefano Barotti nel 2014 quando ascoltai casualmente il suo secondo album (il primo è “Uomini in costruzione” - del 2003), “Gli Ospiti”, uscito sette anni prima, un disco che fa parte dei miei viaggi familiari e che, nel tempo, ha contagiato tutti, diventando un must quando si sale in auto e il programma prevede qualche ora di viaggio: impegno e leggerezza sonora, al contempo.

Nel 2015 arriva “Pensieri verticali” ed è di fresca uscita “Il grande temporale”, oggetto del mio commento.

Alcuni giorni fa, in uno dei tanti sondaggi/giochi sui social, qualcuno ha posto una domanda relativa al “cantautore preferito” e io, senza pensarci un attimo, ho cliccato su Barotti, un artista che riesce sempre a darmi grandi soddisfazioni: amo il colore della sua voce -inconfondibile e caratterizzante -, la delicatezza usata nell’affrontare temi giganteschi, la varietà della proposta sonora - tra elemento acustico, elettrico e divagazioni tra i generi -, il dosato ermetismo fatto di cose dette e subito nascoste - una coperta sonora usata con grande perizia e sensibilità -, quell’interminabile tocco malinconico in cui a volte piace crogiolarsi e che ti rimane dentro per tutto il giorno.

Il nuovo disco, distribuito da “La Stanza Nascosta Records”, ha queste caratteristiche di fondo, anche se Barotti indossa nuovi abiti, conseguenza di ovvi cambiamenti personali: chi meglio di un cantautore è in grado di trasferire frammenti di vita propria in musica!

Registrato tra l’Italia e gli Stati Uniti, “Il grande temporale” annovera un cast musicale d’eccezione che inserisco a fine articolo, estrapolato dalle parole dell’autore.

Nel press kit fornito dall’Ufficio Stampa è presente una descrizione minuziosa di ogni singolo brano, perfetta per demolire il cripticismo che si cela dietro ogni canzone degna di questo nome, un aiuto di cui anche io ho usufruito. Vediamo però dove mi conducono le sollecitazioni da ascolto.

 

 

Si apre con la title track, un biglietto da visita molto efficacie, il racconto di un amore impossibile, lacerante e totalizzante, l’annullamento della razionalità a favore del trasporto senza limiti.

Musicalmente molto coinvolgente, con una dicotomia precisa fornita dai cambi di ritmo e di atmosfera che, partendo dalla tranquillità acustica iniziale arriva allo stravolgimento dettato dal rock, con finali venature prog.

Ma quanto è vincente la trasposizione dell’amore sconvolgente con l’immagine del “grande temporale”!

“Painter Loser” tratta un argomento attualissimo, acuitosi in questo anno appena terminato ma da sempre presente in un paese in cui la parola “cultura” è tra le più gettonate ma resta un termine che non trova un seguito pratico. E a quel punto, quando la musica - ma l’arte in genere - non paga, ci si deve inventare un mestiere che dia sostentamento, perché alla fine tutti tengono famiglia. Ogni mestiere ha una propria dignità, ma i talenti personali vanno incanalati e utilizzati nel modo corretto, senza dover ricorrere ad espedienti.

Musicalmente parlando un brano da potenziale rotazione radiofonica, anche se la base reggae non rientra nei miei gusti personali.

“Spatola e spugna” parla di calcio, anche se per catturare i nomi che snocciola Barotti occorre avere una certa età e sapere che, di una grande Inter, posizionata tra fine anni ’70 e fine ’80, facevano parte personaggi come Beccalossi, Altobelli, Bordon, Bersellini e Prisco.

L’autore ci riporta a tempi che, anche calcisticamente parlando, non torneranno più e di cui si ha nostalgia, anni in cui le partite andavano tutte in scena alla domenica e alla stessa ora e le radioline ci tenevano aggiornati attraverso mitici speakers; i calciatori era uomini in cui potersi riconoscere e il denaro a loro collegato non era argomento presente nelle cronache quotidiane.

In questo contesto si inserisce la storia di Paolo, lavoratore precario, fidanzato con Silvia e tifoso dell’Inter, il cui sogno è quello di assistere a una finale di Coppa Campioni al Parco dei Principi, ma soprattutto di avere un lavoro sicuro.

Una ballad che si trasforma in tormentone positivo quando entra in scena il ritornello: “E allora spatola e malta… spatola e spugna…”.

Il quarto episodio ci permette di conoscere “Tra il cielo e il prato”: cosa è rimasto di noi, di quel bimbo che eravamo? Se lo incontrassimo per caso, che tipo di confronto sarebbe? Gli chiederemmo scusa pensando a quanto abbiamo deviato il percorso rispetto ai sogni e agli obiettivi di quei giorni lontani? I cambiamenti fanno parte di ogni vita, ma riuscire a trattenere frammenti di quel bimbo che eravamo appare oggi imperativo. 

Musica che ci riporta indietro nel tempo, tra melodia di immediato appeal e atmosfere seventies.

“Aleppo” introduce il tema della guerra. Capitale culturale del mondo islamico, centro di interminabili e inutili battaglie, devastata da dolore e macerie.

In questo contesto viene descritta una storia commovente che vede protagonisti una madre e il proprio cucciolo che lei difende ad ogni passaggio aereo, trasformandosi da angelo a scudo, mentre la luna - spesso presente dei pensieri di Barotti - osserva ogni movimento e diventa simbolo di continuità. Mood melanconico e iter che non prevede grossi sobbalzi ritmici ma fornisce il senso della tragedia.

“Stanotte ho fatto un sogno” è devastante, da ascoltare in compagnia se si vuole mantenere un certo contegno legato al pudore della lacrima spontanea.

Tutti, prima o poi, sono destinati a patire l’assenza di un affetto, ma spesso è una mancanza unicamente fisica che non impedisce al ricordo massacrante di riempire vuoti che restano comunque incolmabili, perché l’opera di sostituzione non genera mai totale appagamento.

Gli archi rappresentano il cesellamento della canzone, con una partecipazione che a posteriori diventa simbolica, quella di Roberto Ortolan, scomparso lo scorso aprile. Probabile sia questa l’ultima canzone registrata dal chitarrista.

Un blues lento è quello che introduce e conduce “Mi ha telefonato Tom Waits”, un omaggio al primo album del cantautore statunitense uscito nel 1973, “Closing time”, evidentemente un lavoro cha ha saputo influenzare e toccare Barotti.

Una storia in cui l’autore segue il consiglio di Waits, quello di eliminare il DJ che corteggia la sua fidanzata.

Bellissima la ricerca della rima unendo la lingua italiana e quella inglese: “… e così ho sparato al dj, tre colpi nella notte di yesterday…”.

Emozionante la parte finale, molto “aperta” e corale, dove Barotti prende in prestito altre parole nobili, quelle di “Jealous guy”: “I began to lose control, I’m a jealous guy”.

“Quando racconterò” è un’altra pillola molto intimistica, un’atmosfera nostalgica acuita dall’uso di sax e clarinetto, una parte significativa del viaggio descritto dall’autore.

Dice Barotti: “La canzone è nata a Berlino durante un viaggio senza data di ritorno. La partenza, il viaggio, una nuova pagina bianca dove scrivere giorni nuovi. Sentirsi cambiati spolverandosi gli occhi con nuove realtà visive. E poi la sensazione delle ali, del non tornare. Prendere le distanze dalle proprie impronte guardandole dall’alto, sentendosi quasi un alieno nella propria astronave. Mettere insieme i propri errori e farne un materasso per le notti a venire. L’idea che qualcuno ci stia aspettando, ma non è chiaro se quel qualcuno lo ritroveremo nel passato o nel futuro.”

Poesia nella poesia.

L’esclamazione “eiattattira” introduce “Enzo”, una dedica e al contempo una sottolineatura dell’importanza di un musicista come Enzo Jannacci, secondo Barotti il cantautore che ha lasciato un vuoto maggiore.

La 127 rossa di Jannacci diventa fonte di ispirazione all’interno di una canzone adatta al cabaret della Milano degli anni Sessanta, sonorità semplici ma cariche di significati e critica educata ma pesante alla musica che ci circonda: “Se ci fosse un dio delle canzoni spegnerebbe le luci, butterebbe i microfoni, certamente abbasserebbe i volumi…”.

Con “Marta” arriva la denuncia spinta e attuale: Barotti affronta il problema della violenza sulle donne. Un quadretto antico e irrisolto quello che viene descritto, particolarmente toccante quando la lirica si sposa alla musica e le bassezze umane e le storture culturali si amplificano a dismisura.

Alcune sfumature mi hanno riportato a trame acustiche del passato, invenzioni di Ian Anderson.

Chiude l’album “Tutto nuovo”, dedicata al figlio o meglio, al momento in cui l’autore apprese la notizia del forte cambiamento che da lì a poco lo avrebbe riguardato.

Privilegio dell’artista fissare per sempre certi momenti, tra i più importanti nella vita.

Ho apprezzato tantissimo il suo pensiero: “La sensazione è stata quella di essere finito dentro una specie di bolla, dove tutto si dilata e rallenta e perdi definitivamente il diritto al suicidio.”

Un modo importante per chiudere un lavoro così impegnativo, un “rappelle” per tutti quelli che non comprendono la responsabilità derivante dall’arrivo di una nuova vita, che porterà cambiamenti e rinunce, ma darà significato all’esistenza.

 

 

Un maestro, Stefano Barotti, la cui musica va tenuta nelle immediate vicinanze, pronta ad intervenire in tutte le circostanze della vita, da custodire nei rivoli quotidiani, negli anfratti più impensati, utilizzata per ricordare, riflettere, gioire e, senza dubbio, piangere.

E se il mondo fosse un po’ più equilibrato, se ci fossero più Jannacci in circolazione, le canzoni di Barotti riempirebbero gli spazi radiofonici, gli spettacoli televisivi e tutto ciò che produce visibilità. Non è questione di fama o di denaro, ma di arte, cultura, o più semplicemente di canzoni, quelle che possono farci rivivere tutta la gamma possibile dei sentimenti, diventando l’unità di misura del tempo che scorre.

L’ascolto di “Il grande temporale” mi ha riportato ad un periodo preciso della mia vita, quell’adolescenza in cui tutto avrebbe dovuto essere roseo, ma arrivava sempre la domenica sera e “Il commissario Maigret”, rigorosamente in bianco e nero, alimentava il mio disagio giovanile. Ma il lunedì era dietro l’angolo… fortunatamente!

Gli ospiti e le collaborazioni sono parte importantissima di questo progetto e sono sviscerati dall’autore stesso:

“Tra gli ospiti speciali (dagli Stati Uniti e non solo) -racconta il cantautore - Joe e Marc Pisapia, Jono Manson, Mark Clark e John Egenes.

Alla produzione artistica hanno partecipato Fabrizio Sisti (prezioso il suo contributo alle tastiere, al piano, ai sintetizzatori e all’organo Hammond), Alessio Bertelli, ingegnere del suono, e il batterista Vladimiro Carboni.

Mi piace ricordare anche Marco Giongrandi (chitarra elettrica e banjo), Max De Bernardi (chitarre) e Paolo Ercoli (dobro e mandolino).

Due le voci femminili, la bravissima Veronica Sbergia e l’esordiente Laura Bassani.

Gli arrangiamenti e la direzione degli archi sono stati curati da Roberto Martinelli.

Hanno preso parte al lavoro anche Roberto Ortolan (recentemente scomparso, N.d. R.), alla voce e alle chitarre, Nico Pistolesi (piano), Davide L’Abbate (chitarre) e Vittorio Alinari (sax soprano e clarinetto basso.) Le linee di basso sono di James Haggerty e Luca Silvestri; al contrabbasso Pietro Martinelli e l’amico Matteo Giannetti.”

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