Elisa Montaldo - Fistful of planets part II

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Scritto da: Athos_Enrile

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Elisa Montaldo Fistful of planets part IIAutoprodotto, 2021

 

 

 

A distanza di pochi mesi dall’ultima uscita, “dévoiler”, Elisa Montaldo prepara “Fistful of planets part II” - il seguito del “part I” (uscito nel 2016) - che ho ascoltato in anteprima.

Potrei dare un’immagine di insieme citando… “l’inizio di un viaggio e la fermatura del cerchio” … va da sé che un lustro di vita comporta cambiamenti e differenti visioni del mondo, anche se il credo basico rimane lo stesso.

Il commento di un nuovo progetto può essere guidato dall’interpretazione personale, ma appare illuminante poter avere la visione di chi crea, concetti basati su elementi oggettivi e linee guida certe. Ed è per questo che, come spesso capita, ho posto alcune domande a Elisa che, rispondendo come sempre con entusiasmo, mi ha permesso di andare in profondità: l’intervista a seguire risulterà icastica.

L’immagine di Elisa Montaldo è, a mio giudizio, in continua evoluzione e il ruolo di tastierista in ambito prog, seppur gratificante, risulta sempre più stretto e limitativo, perché le sue qualità, coltivate nel tempo, le permettono di ambire ad una dimensione che oltrepassa il singolo genere, una nuova proposta musicale che annoda passioni, credo profondo, impegno sociale, cultura e sperimentazione.

Un raccontarsi mettendo a disposizione del mondo le proprie emozioni utilizzando l’elemento sonoro e visivo.

Ma non basta. Chiosa Elisa: “Ho scoperto che scrivere musica per me è ancora qualcosa di inspiegabile, l’idea, la melodia, le parole, arrivano così, senza premeditazione, e ogni volta sembra l’ultima ispirazione…”.

Avverto che una delle attuali preoccupazioni della sensibile Elisa sia quella di non essere compresa appieno e c’è da concordare, perché un lavoro così complesso, vario e fuori dagli schemi come “part II” potrebbe trovare resistenza in chi ha negli occhi e nella testa un quadretto ben preciso che la colloca tra le poche donne del prog, davanti ad una tastiera.

“We need people with an open mind…”, mi viene da dire, perché l’“esperienza polisensoriale” che ci viene proposta necessita di apertura mentale e voglia di allargare gli orizzonti personali.

Per tutti i dati oggettivi. Le info e i contatti consiglio un clic sul seguente link:

https://mat2020comunicatistampa.blogspot.com/2021/05/elisa-montaldo-fistful-of-planets-part.html

Ma cosa significa “esperienza polisensoriale”?

Partiamo dalle protagoniste, più di una, perché oltre ad Elisa troviamo Delphine - fotografa/grafica, visionaria - e La Strega del Castello, creatrice di profumi artistici e scrittrice.

Nelle prossime righe sarà la stessa Elisa a raccontare nei dettagli la distribuzione dei compiti e la meta, ma vorrei sottolineare un concetto che conosco nei dettagli e di cui sono stato testimone nel tempo, quello legato all’effetto sinestesico della musica, capace di creare  situazioni in cui la stimolazione uditiva si unisce a quella olfattiva, tattile o visiva, una miscela, non sempre positiva, attraverso la quale i ricordi prendono vita, spinti da sonorità conosciute che al loro arrivo producono profumi e immagini indelebili.

 

 

La volontà di Elisa è quella di… “creare uno spazio “polveroso”, come se il passare del tempo cosmico avesse fatto arrugginire i pianeti e avesse cosparso di polvere la galassia, un cumulo di relitti meccanici in orbita e di pietre millenarie che fluttuano con incrostazioni e polveri gravitanti…”.

Questa lunga introduzione è necessaria per dare rilievo ad un lavoro che, lo anticipo, è di grandissima qualità, al di fuori di schemi ed etichette riconosciute.

I quasi 45 di musica - suddivisa su 9 tracce - permettono di creare un viaggio che può essere comparativo - tra fruitore e artista - perché il tentativo di decodificare lo spirito dell’autrice convive con un itinerario del tutto personale, quello che scaturisce spontaneo quando l’ascolto diventa esperienza di vita. E così il percorso di Elisa suggerisce differenti ramificazioni.

Dal punto di vista delle collaborazioni, una mia domanda specifica porta alla sottolineatura dei vari ospiti… ancora un po’ di pazienza!

Veniamo agli aspetti musicali, gli unici di cui posso scrivere al momento.

Il viaggio nel tempo - e nello spazio - inizia con “Valse des Sirenés” - musica e parole di Attala Alexandre, che vede Elisa alla voce e al piano, con l’intervento di Matteo Nahum per quanto riguarda gli arrangiamenti.

La perla trovata in rotazione libera nella galassia è una canzone/valzer che, attraverso un suono antico e la puntina claudicante di un vecchio grammofono, riporta ad una musica sacra, ancestrale, primigenia.

È un punto di partenza carico di malinconia, come solo la lingua francese sa suscitare, una proposta di immagini in bianco e nero e un odore intenso di fumo proveniente dai tabarin, tra danze notturne e varietà.

Segue “Floating /Wasting Life”, parole e musica di Elisa Montaldo che canta e si propone alle tastiere con le percussioni affidate a Paolo Tixi/Mattia Olsson e Hampus Nordgren Hemlin impegnato in una miriade di strumenti (mellotron, basso, vibrafono e tubular bells).

“Smettiamola di sprecare la vita, dobbiamo smetterla di sprecare la vita e perderci… proviamo a trovare un significato, svegliamoci e facciamo la scelta giusta…”.

Magnifica nel significato e nella concatenazione vocale, con arrangiamenti raffinati che realizzano il bridge tra generi ed ere.

Lo strumentale “Earth’s Call”, di Elisa Montaldo, vede l’autrice alle tastiere accompagnata ancora da Olsson e Hampus Nordgren, con l’entrata in scena di frammenti del “mondo Samurai”: Steve Unruh al flauto, Rafael Pacha alla chitarra classica, Nina Uzelac al violoncello e Jose Manuel Medina alla gestione degli archi.

Il riferimento è all’esosfera, lo strato più esterno dell'atmosfera terrestre.

La sensazione d’ascolto rende vivide immagini caratterizzate da particelle che si disperdono nello spazio interplanetario, in rotazione libera in un caos entropico affascinate e preoccupante allo stesso tempo.

Un sogno ad occhi aperti!

“We are magic” (parole e musica di E.M), permette l’utilizzo di effetti e strumenti ricercati, come accade un po’ in tutto l’album.

Elisa Montaldo - piano, tastiere, effetti vari e autoharp - chiede ausilio ancora a Mattias Olsson e Hampus Nordgren Hemlin e realizza un “pezzo” sognante, di facilissima presa, questa volta in lingua inglese:

“Quando non sai dove stai andando, quando non riesci a vedere il tuo percorso, fermati un attimo e prova a sentire il ​​respiro del vento; se sei preoccupato per le tue scelte, se non trovi pace nella tua mente, rilassati e bevi un bicchiere di vino, c'è un modo segreto per fermare il tempo: cavalca tuo istinto e starai bene, respira la libertà del presente e non voltarti indietro… siamo magici!”.

La complicatezza degli arrangiamenti viene qui resa apparentemente semplice e concetti che pesano come macigni si riducono ad una dimensione comprensibile e "umana".

“Haiku” è un altro “quasi strumentale” di EM che la vede nel suo ruolo naturale, accompagnata ancora da Olsson alle percussioni ma con l’aggiunta di Ignazio Serventi alla chitarra classica e David Keller al violoncello; la parte recitativa e affidata a Yuko Tomiyama e Maitè Castrillo.

L’utilizzo di un componimento poetico giapponese per la descrizione in musica del “pianeta arancione”, una traccia acustica di grande atmosfera che permette di azzerare l’effetto gravità e liberare corpo e mente. Meravigliosa!

“Feeling/Nothing/Into the black hole” vede la compartecipazione autorale di Mattias Olsson e il ritorno di Steve Unruh al flauto e al violino elettrico, Stefano Guazzo al sassofono e Tiger Olsson alla voce nella seconda parte del brano.

Diviso in due sezioni, con la prima preparatoria ad una atmosfera distopica, sottolineata da un sax devastante che disegna emozioni molto forti:

“All'improvviso la luce sta svanendo e la gravità mi tira su fino al soffitto della mia stanza: dove sto galleggiando? Non è il mio solito mondo! Ho lasciato la terra dirigendomi verso l'ignoto perché qui non c'è speranza. Il buio del silenzio ci abbraccerà tutti e i fantasmi dei cieli antichi ci mostreranno come guardare nei buchi neri delle nostre anime perdute…”

Elisa, solitaria al pianoforte, descrive la sua interpretazione del “Wesak”, uno di quei giorni speciali in cui la divinità si piega amorevole sui suoi figli e li benedice, affinché ciascuno possa ricevere la sua parte di felicità.

L’idea che si materializza è quella del lungo cammino utile a presenziare alla grande festa, ogni anno in primavera, per partecipare ad un grande evento spirituale.

“Washing the clouds” è una canzone di Elisa di cui ho già parlato in altre occasioni, anche se in questo nuovo progetto assume ulteriore volto.

Una delle domande a seguire verte proprio su questo argomento, che sarà quindi sviscerato a dovere.

I protagonisti e i relativi strumenti sono:

Elisa Montaldo al piano, tastiere e voce

Paolo Tixi e Mattias Olsson alla batteria e percussioni

Diego Banchero al basso

Ignazio Serventi alle chitarre

Hampus Nordgren Hemlin al mellotron

David Keller al violoncello

 

Dice Elisa a proposito:

Un giorno guardando dalla finestra, vidi nel cielo delle nuvole nere e, poco distante, delle altre nuvole bianchissime. Immaginai che le nuvole fossero nere perché piene di “sporco”, di negatività… e quelle bianche non erano nient’altro che nuvole nere ma “pulite”, come se fossero state passate in lavatrice. Da questa surreale visione ho elaborato nella mia mente l’idea che, se le anime delle persone fossero come quelle nuvole, si potrebbero “lavare” e purificare per tornare ad essere belle e pure come all’inizio.

Una creazione che si è evoluta nel tempo, lasciando intatta l’idea di completa armonia con ciò che di bello ci circonda.

A chiusura si ritorna su “Valse des sirenes (grand finale)”, con gli arrangiamenti orchestrali di Jose Manuel Medina e il pianoforte di Elisa Montaldo.

Valzer meraviglioso che termina con un recitato simultaneo in doppia lingua, inglese e italiana:

… ora, che ti sei trovato i confini della tua mente le tue mani e il tuo olfatto sapranno scoprire dove la verità si nasconde, i tuoi occhi vedranno più chiaramente la forma delle cose e le tue orecchie sapranno riconoscere il suono del richiamo cosmico; smetti di sprecare la vita, devi smettere di sprecare la vita…”.

Un monito, una speranza, il contributo che ognuno di noi può dare e che, nel caso di una artista come Elisa Montaldo, può trovare facile amplificazione.

 

 

Trovo l’album impegnativo e bellissimo, cibo per la mente, un superamento di ogni idea tradizionale di progetto musicale.

Il mio giudizio è ovviamente parziale perché si sofferma sui soli aspetti compositivi ma, come già detto, c’è molto di più in gioco.

Ho cercato di fornire una mia interpretazione, sperando che non sia troppo lontana dagli intenti di EM, ma in fondo reinterpretare in modo personale l’arte altrui rientra nella bellezza delle cose.

Elisa Montaldo si conferma una musicista straordinaria, capace di esibirsi in differenti lingue, costruendo in proprio ogni singolo episodio, padroneggiando il suo strumento e, sempre di più, la voce.

A tutto questo aggiungiamo la sua voglia di percorrere nuove strade unendo il necessario pragmatismo alla spiritualità, elementi con cui tratta argomenti di ordine superiore.

Svolgere il ruolo di apripista rappresenta un valore aggiunto e ciò che è contenuto in “Fistful of planets part II” non mi pare abbia eguali, e allora mi sovviene una citazione nobile dantesca:

Facesti come quei che va di notte, che porta il lume dietro e sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte...

 

 

Ma cosa ne pensa Elisa?

 

Come nasce il tuo ultimo progetto, così “nuovo” rispetto alle esperienze precedenti?

Già dal 2016 avevo voglia di continuare il mio viaggio “galattico” iniziato con “Fistful of Planets part I”, ma per motivi personali e di lavoro ho avuto un lungo periodo di difficoltà e blocco artistico. Lavorare come musicista mi aveva inizialmente reso “arida” … suonare sei ore al giorno toglie molte energie e l’ultima cosa che avevo voglia di fare quando stavo a casa era quella di mettermi a suonare. A marzo dell’anno scorso, con l’avvento della pandemia, mi sono ritrovata ferma per alcuni mesi. Ciò mi ha permesso di ritrovare finalmente del tempo per me e soprattutto il piacere di fare musica con l’anima, la mia musica. Avevo già alcune idee in cantiere da anni, ma è tra marzo e dicembre 2020 che “Fistful of Planets part II” ha preso forma (così come anche il mio album “devoiler”) … due album in pochi mesi: è chiaro che fossi in astinenza!

Sono tre le figure femminili coinvolte ma il preascolto di cui mi hai privilegiato - quindi essenzialmente gli aspetti musicali - mi impedisce di comprendere appieno il contributo delle tue compagne di viaggio: me ne parli?

Le altre due donne - artiste sono coinvolte nella produzione in modi differenti: quando ho pensato al progetto del “box polisensoriale” sono partita dall’idea di voler corredare il disco di elementi che potessero stimolare i sensi umani. Ho proposto a Delphine - una fotografa/grafica che avevo conosciuto all’hotel in cui lavoro e che fin da subito mi è sembrata in sintonia con il mio mondo - di partecipare e di aiutarmi a creare la veste grafica del CD. Ma non solo: le ho spiegato il progetto e la mia volontà di creare uno spazio, ma non come quello dei film di fantascienza, realistico e “scientifico”: uno spazio più “polveroso”, come se il passare del tempo cosmico abbia fatto arrugginire i pianeti e abbia cosparso di polvere la galassia. Io immagino veramente lo spazio in questo modo, pieno di relitti meccanici in orbita e di pietre millenarie che fluttuano con incrostazioni e polveri gravitanti. Abbiamo poco a poco collegato l’idea del concetto musicale alle immagini, che si sono poi estese sul mio sito e sulle foto che Delphine ha fatto ed elaborato per decorare il libretto e comunicare l’avvento di questa nuova “galassia”.

Nella scatola, oltre al CD, ci sarà una stampa di un ritratto fatto ed elaborato da Delphine su una carta speciale “velvet” (numerato e autografato) e ancora, la scatola di cartone è decorata con timbri realizzati da lei riproducenti i nostri tre loghi “stregati”.

La Strega del Castello è una creatrice di profumi artistici di Genova: sono venuta a sua conoscenza tramite una coincidenza incredibile, proprio quando stavo cercando un produttore di profumi che potesse essere in linea con la mia idea. Ci siamo subito incontrate e abbiamo capito di avere visioni simili dell’arte e la passione dei profumi come elementi capaci di risvegliare memorie sepolte nella mente e richiamare in modo istintivo momenti del nostro passato o sogni e visioni.

Insieme abbiamo trovato un profumo che potesse “raccontare” e accompagnare l’ascoltatore nella prima parte del disco: è un sogno che ho da anni, fin da quando durante i concerti del Tempio delle clessidre spruzzavo dal palco un profumo a base di datura prima di eseguire il nostro brano “danza esoterica di datura”, quindi sono molto felice di essere riuscita a realizzare questo connubio! Credo molto al potere dell’olfatto unito a quello dell’udito per portare ad un livello superiore l’ascolto della musica e comprenderne i messaggi nascosti.

Il profumo sarà presente nella scatola e avrà un’etichetta personalizzata e “misteriosa”, lasciando così sconosciuto il sentore al fine di stimolare al massimo il senso dell’odorato e lasciare che l’ascoltatore si lasci trasportare dal proprio istinto e dalla propria memoria olfattiva.

 

 

Mi pare che al momento non sia garantita una distribuzione tradizionale: come hai pianificato la pubblicizzazione?

Ho preferito procedere in modo del tutto autonomo, non conoscendo lo sviluppo della situazione generale e personale. Ho composto le canzoni in fretta perché ero davvero molto ispirata, lavorando 10/12 ore al giorno in casa per oltre tre mesi. Ho registrato tutto da sola nel mio appartamento, ma con materiale professionale (un amico mi ha prestato un bel microfono a condensatore e mi sono costruita un rudimentale studio nella mia cantina!). Quando la stesura dei brani era completata ho coinvolto i musicisti e ho passato la parte della coproduzione a Mattias Olsson, che lavorando da Stoccolma ha completato il tutto. Non è facile lavorare a distanza, ma per fortuna in questi ultimi anni ci siamo abituati (anche per “il-ludere” del Tempio era stato fatto così). Ho poi raccolto tutte le registrazioni e gestito l’editing. Questa è la parte che meno amo del lavoro, e avrei voluto avere la possibilità di delegare tutto ciò a uno studio professionale. Ma, come si dice, “di necessità virtù”, ho fatto passi avanti e a forza di risolvere problemi sono riuscita ad arrivare alla fine anche con i miei mezzi limitati!

Ho elaborato il mio sito e il mio Bandcamp personale in modo certosino affinché possa essere comodo ed efficace gestire le vendite dei miei lavori.

Sono attualmente in discussione per avere una distribuzione dell’album, alla fine credo ne valga la pena. Presto saprò come muovermi in questo senso.

Mi parli delle collaborazioni musicali? Mi pare ci siano molti nomi del “vecchio” habitat più nuove conoscenze derivanti dal mondo dei The Samurai Of Prog…

Alcune collaborazioni sono arrivate per caso, come quella con Ignazio Serventi, chitarrista che conoscevo da anni ma che avevo perso di vista, con cui casualmente è iniziata la collaborazione su alcuni brani di “dévoiler”. Gli ho mandato alcuni brani per Fistful e li ha da subito amati. Per le batterie ho subito pensato a Paolo Tixi, semplicemente perché è il batterista che preferisco tra tutti quelli con cui ho suonato, per stile e intenzione sonora. L’ho coinvolto per i brani più “prog”, mentre per quelli più sperimentali ho dato la palla a Mattias, anche perché gli arrangiamenti prevedevano anche percussioni e suoni orchestrali.

Diego Banchero suona il basso in “Washing the clouds” ed è stato casuale, poiché proprio quando Ignazio stava registrando per me, si è incontrato con Diego: visto che nel brano mancava ancora il basso il tempismo era perfetto e dopo un breve scambio di messaggi Diego ha registrato la parte: gli sono davvero riconoscente e ovviamente dà un valore in più a questo brano!

Stefano Guazzo è un sassofonista genovese che ammiro molto: ho pensato subito a lui perché so che avrebbe dato qualcosa di speciale nell’improvvisazione “folle” del brano “Into the black hole”. Volevo un sax, anzi due, che potessero richiamare i brani più jazzati dei King Crimson e che potessero dare quella sensazione di “aggressività” che il suono del sax può dare, quando è usato in un certo modo.

C’è poi Steve Unruh, polistrumentista che ho avuto il piacere di conoscere grazie alle collaborazioni con The Samurai Of Prog: per me è un musicista fenomenale e lo ha confermato con i suoi interventi, ha aggiunto personalità e vibrazioni meravigliose alle parti che avevo composto con strumenti virtuali.

Importantissima ovviamente la collaborazione con Mattias Olsson, che ha coinvolto anche il suo collega Hampus e ha portato i brani ad un livello superiore: incredibile la ricerca sonora con l’uso di sintetizzatori vintage ma processati in maniera sperimentale… l’uso di vere tubular bells, di mellotron che hanno sostituito i miei virtuali, di percussioni e ritmiche che hanno dato colore e dinamica come mai avrei potuto fare da sola.

Questi sono alcuni dei musicisti coinvolti, quindi puoi immaginare la mole di lavoro che c’è dietro nel gestire il tutto e la difficoltà di portare avanti un filo logico senza troppo andare fuori tema. Ma ora posso dire di aver raggiunto l’obiettivo senza discostarmi, e grazie alla disponibilità degli amici e artisti questo è stato possibile.

Come avevo già anticipato commentando “dévoiler” - tuo album rilasciato ad aprile - su “Fistful of planets part II” è presente la canzone “Washing the clouds”, ricorrente nei tuoi ultimi lavori, seppur con diversi arrangiamenti: cosa rappresenta per te?

Washing the clouds è una canzone che scrissi nel 2017. Come ho detto prima, stavo vivendo un periodo molto difficile, mi ero appena trasferita in Svizzera per lavoro, mi sentivo sperduta e non parlavo nemmeno il francese. Non componevo musica da quasi un anno e mi sentivo triste. Un giorno guardando dalla finestra, vidi nel cielo delle nuvole nere e, poco distante, delle altre nuvole bianchissime. Immaginai che le nuvole fossero nere perché piene di “sporco”, di negatività… e quelle bianche non erano nient’altro che nuvole nere ma “pulite”, come se fossero state passate in lavatrice. Da questa surreale visione ho elaborato nella mia mente l’idea che, se le anime delle persone fossero come quelle nuvole, si potrebbero “lavare” e purificare per tornare ad essere belle e pure come all’inizio. Questo pensiero anche perché ero a contatto con persone fortemente negative e piene di “energia tossica” e stavo soffrendo molto cercando di curare in qualche modo gli altri, ma non riuscendoci mai. Ho pensato dunque di farlo scrivendo questa canzone. Per questo motivo l’arrangiamento non è stato subito creato, ho registrato una rudimentale versione solo piano e voce e suoni virtuali, ma soltanto nel 2020 sono riuscita a riprenderla in mano ed elaborarla. Prima con i “Samurai”, avendo già un’idea di come procedere per “Fistful”, e poi con quella “ufficiale” per il mio disco. A differenza della versione proposta con i TSOP, che è stata gestita interamente da loro, per questa versione abbiamo attraversato molte difficoltà e problemi durante la lavorazione. Non ero mai soddisfatta del risultato, è stato un vero e proprio travaglio! Alla fine, però, ci siamo riusciti. Mattias è stato paziente ed è arrivato a ricreare il finale che volevo… per me è estremamente importante riuscire ad esprimere le emozioni allo stato puro tramite la musica, ma non sempre si sa come fare. Qui l’arrangiamento è incredibilmente complesso, pensa che ci sono nove piste soltanto per il violoncello, oltre a mie voci sovrapposte, mellotron, percussioni di vario tipo, strumenti con il suono di “sirena spaziale”, tutto è volto a creare una melodia che faccia volare e che si stacchi dalla realtà.

Seguendo costantemente la tua proposta si ha la netta sensazione dell’evoluzione e della tua crescita personale, nonché della maturazione che passa attraverso la ricerca di nuovi percorsi: puoi provare ad autodefinire il tuo momento professionale?

Da quando faccio musica a tempo pieno lotto con la stanchezza e la pigrizia durante il tempo libero, ma dall’anno scorso ho ritrovato un equilibrio e ho deciso di usare tutto il tempo e le energie che ho a disposizione per evolvere e creare. È il mio scopo di vita e niente e nessuno può più soffocare questo istinto. Mi sento serena sotto questo punto di vista poiché sono maturata come persona e come musicista. Suonare da soli per ore ed ore può portare a “fossilizzarsi” oppure a una continua evoluzione. La paura di divenire un esecutore meccanico di piano bar mi ha fatto reagire e andare ancora più a fondo nella mia personalità artistica. Ho dedicato tutto quanto prendendo questa direzione e ho scoperto che scrivere musica per me è ancora qualcosa di inspiegabile, l’idea, la melodia, le parole, arrivano così, senza premeditazione, e ogni volta sembra l’ultima ispirazione. Se vogliamo è una sorta di sofferenza perché non so mai se ci saranno nuove ispirazioni o se mi bloccherò. parallelamente a ciò mi sono rimboccata le maniche e ho passato giorni al computer cercando di riuscire ad essere il più autosufficiente possibile in fatto di produzione musicale (e da un po’ di tempo anche video e web), ammetto che è molto faticoso perché non possiedo basi adeguate, ma ho risolto problemi e raggiunto risultati che mai avrei pensato di essere capace di raggiungere. Questa mia attitudine si rispecchia un po’ in tutti gli aspetti della mia vita. Sono aperta e non ho paura di esprimermi… certo spesso sento frustrazione e sono triste per l’indifferenza che c’è tutt’intorno, ma non perdo tempo a farmi domande e continuo, perché so che per qualcuno potrebbe avere un senso e perché è il senso della mia vita.

Puoi tracciare l’elemento di continuità tra “Fistful of planets” part I e part II?

La parte 1 è stato l’inizio del viaggio, concretamente, perché sono partita per andare a lavorare in vari luoghi e artisticamente, perché ho creato questa idea della galassia immaginaria e dei pianeti/canzoni di diversi colori. Adoro tutto ciò che è spazio e ignoto, astronomia ed enigmatica sono state tra le mie passioni più spiccate da quando ero bambina. Durante i miei spostamenti ho voluto provare a fissare alcune sensazioni e visioni. Nella “part I” tutto ciò è ancora piuttosto timido, i brani sono brevi e la durata del disco è limitata, proprio perché avevo paura di “rubare troppo tempo” all’ascoltatore e di annoiarlo. Questa paura esiste tuttora, credo non la supererò mai. Ma nella “part II” ho osato di più. Mi sono sentita di raccontare in modo più incisivo questo universo, ho aggiunto elementi come il buco nero e l’esosfera proprio per sensibilizzare l’ascoltatore su come questo viaggio sia adesso più profondo e importante. “Fistful of Planets part II” inizia con un forte legame alla Terra, ad un’epoca passata dove esistevano i grammofoni, le stoffe vellutate, le foto sfumate seppia… e passa velocemente ad uno stato di smarrimento algido in un abisso sconosciuto, con echi di pianeti amici, ma con un inevitabile senso di vuoto e di introspezione che spesso fa paura. Spero davvero di portarvi con me in questo viaggio e di sorprendervi trovandovi diversi alla fine dell’ascolto.

È ipotizzabile una tua proposizione live di “Fistful of planets part II”?

Per ora non saprei. Me lo sono immaginato più volte durante il processo lavorativo, perché mi piacerebbe tantissimo poter portare questa musica dal vivo. Gli arrangiamenti sono articolati e sarebbe impossibile riproporli tali e quali in sede di live, ma le canzoni sono state composte quasi tutte in modo intimo e con l’idea di essere “raccontate”. Io credo che se una canzone ha questo tipo di anima, essa può essere eseguita in diversi modi ma mantiene la sua essenza. Se ci saranno occasioni di live, ho già previsto delle eventuali soluzioni e non mi tirerò indietro, anzi, ne sarei emozionata e contenta!