Da Captain Trips - Adventures in the Upside Down

Postato in Yasta la Vista

Scritto da: franz

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Da Captain Trips Adventures in the Upside Down(Phonosphera, 2017)

Voto: 75

#PER CHI AMA: Space Rock/Jazz/Psichedelia

 

 

 

Non amo particolarmente le band strumentali, si sa. I Da Captain Trips lo sono ahimè interamente e questo è un bel problema per il sottoscritto ma soprattutto per la band che con me ha pensato bene di condividere il proprio album. Tuttavia, il loro stralunato modo di suonare supplisce egregiamente all'assenza di un cantante, fortunelli. 'Adventures in the Upside Down' d'altro canto è un lavoro tutto strano già dalla sua copertina, da quella figura sottosopra allo stesso titolo capovolto, che ancor oggi quasi mi sfugge quale sia realmente il lato giusto per guardare la cover del cd, infine ad un sound tutto particolare contenuto in questa seconda fatica della band italiana. "The Calm And The Storm" apre il disco con la sua musica liquida e lisergica con evidenti richiami agli anni '70, ovviamente riletti in chiave moderna, contaminata da una forte componente space rock liberata nei synth che riempiono la seconda parte del brano. "Manta" è la seconda tappa del viaggio ma anche il pesce protagonista della copertina dell'album dal momento che costituisce un tutt'uno con quell'uomo in procinto di affrontare il suo avventuroso viaggio. La musica strizza in modo più o meno evidente al krautrock e alle suggestioni elettro prog che ne hanno caratterizzato il genere negli anni d'oro. Si prosegue con "Revelation", song più vellutata che riprende visioni cosmiche e suoni ancestrali che sentii per la prima volta nel debut album degli australiani Alchemist, 'Jar of Kingdom', con sonorità che sembrano evocare il canto delle balene, complici i meravigliosi passaggi jazzati affidati al suono del sax di Lee Relfe, guest dei gallesi Sendelica. I suoni proseguono nella loro inebriante delicatezza ed eleganza, con il battito di "Dear Zahdia", song dal mood sicuramente vintage, dinamica e melodica nel suo incedere affidato ad un grande lavoro di sintetizzatori, prima della più lenta e suadente "Trepasses Bay". La traccia non è affatto male, però è sicuramente quella che ha scaldato meno il mio cuore, al contrario della successiva "Peaceful Place", song incollata alla precedente ma assai più piacevole e virtuosa grazie al suo sound riverberato e alle sue splendide atmosfere psichedeliche, con dei tratti che mi hanno ricordato addirittura i The Doors nelle loro visioni più caleidoscopiche. In chiusura ecco il brano più lungo del lotto, "Mother Earth": una chitarra acustica dal vago sapore folk apre il pezzo, seguita da percussioni tribali. La sensazione è quella di essere lontani da casa, magari sulla spiaggia a contemplare le stelle di notte, mentre un fuoco regala il suo bagliore nel buio della notte.