PIVIO - Mute

Postato in Yasta la Vista

Scritto da: cspigenova

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PIVIO Mute(Creuza, 2019)

 

 

 

Lo so che il mio ruolo mi imporrebbe un po' di distacco professionale e una relazione anodina del disco, sfiorando gli utopici versanti dell'oggettività. Ma non ci riesco; il che non significa che sia condizionato dalla conoscenza dell'artista. Sono, però, condizionato dai suoni di questa sua nuova prova.
Allora: da qualche anno ho preso l'impegno di ascoltare la "musica di oggi", quella che addirittura percepisce e dichiara come superato il "post rock", ma vive comunque di reminiscenze con il passato, pur senza cedere a tentazioni nostalgiche.
No. Non mi riferisco (per nulla) al progressive.
Semmai, seguendo la scia, sono arrivato in luoghi in cui elettronica e distorsori convivono con stile e non rinunciano a filiazioni con giochi di campionature digitali, loop e collage. L'orizzonte popular e quello colto (di tradizione avanguardistica - anche l'ossimoro è superato) si saldano e realizzano una perfetta sintesi dell'immaginario sonoro contemporaneo.
Mettendo nel lettore Mute, siamo subito avvolti proprio da quel clima. Non sembra nemmeno "musica italiana" e non perché Pivio canti in inglese, bensì perché questo è un disco che potrebbe benissimo essere uscito da qualche fucina underground britannica, tedesca o statunitense. Internazionale perché ha la capacità di parlare con intelligenza a tutto l'Occidente: ne usa i suoni, nonché i contenuti. la scommessa è amibiziosa visto che siamo al cospetto di un concept sui 10 comandamenti, anzi, 11 visto che Pivio aggiunge un aggiornamento (il "silenzio" della title track).
 
Si parte con I am, opener techno dark, vera e propria litania tassonomica delle contraddizioni dell'uomo di oggi; echi crimsoniani anni Ottanta dominano la schizofrenia timbrica di Thou Shalt Have No Other than Me, in cui il mellotron stende tappeti rossi alle percussioni meccaniche.
La voce di Pivio assume addirittura toni hammiliani nella penombra sonora di Don’t Tell My Name, eppure nessun omaggio al tempo andato, semmai una rincoferma, se non addirittura un esempio interpretativo (e creativo) valido ancora oggi. Così come certi spunti della new wave si rivelano risolutivi nell'evoluzione delle canzoni: prendiamo i "disturbi" chitarristici di Remember to Forget che, inseriti ad arte in passaggi armonici specifici, creano un cambio di "luci" simili a quelli ascoltati nei Simple Minds.
Altre licenze lasciano avvertire richiami ad esperienze anche più singolari: in Failed Witness si lambisce il mondo dei Joy Division. Pivio sperimenta pure su codici electro-pop di consumo (The Girl with the Silver Wings), talvolta mettendo in sincronia la sensibilità compositiva tanto dei Kraftwerk, quanto dei Depeche Mode (The Day I Stole Something Damaged). Coerente anche l'omaggio a Siouxie and the Banshees con una rilettura assai personale di Night Shift.
C'è pure spazio per la canzone d'amore: Because I Need You è una delicata ballata che si sviluppa in groppa ad un sequencer guidato da chitarra frippiana, mentre Pivio trasmette emozioni attraverso parole calibrate ad arte ("Yes, it's true / you're the blade slipping inside me / Yes, it's true / but I don't care what you're gonna do / only a few words / because I need U"... sì: è un amore carnale che consuma e fa soffrire). Così come riesce a ritagliare un angolo alla canzone civile di denuncia: oggetto di Global Plundering sono le nefandezze, operate dal potere per i soliti interessi di parte.
Si esce dal disco in sordina: Mute, il nuovo comandamento, posto in fondo, all'ultimo, messo lì volutamente perché ci consiglia il silenzio, dopo tante parole, dopo tante immersioni comunicative, dopo tanti giudizi. Pianoforti risonanti, ossessivi ronzii quasi elettrici a 50 Hz e, in coda, un evocativo cordofono dal sapore arcaico (forse un dulcimer?) in un'atmosfera in bilico tra il primo Battiato e Ryūichi Sakamoto.
Pivio, con questo passo in avanti sul piano della qualità, rispetto al già pregevole It's Fine Anyway, porge all'ascoltatore un'opera che ha il prioritario pregio di raccontare la contemporaneità con i suoi suoni, pur partendo da una "storia" molto antica, ma sempre attuale.
 
 
(Riccardo Storti)
 
 
Il video di  Because I Need You