Marco Sonaglia - Ballate dalla grande recessione

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Scritto da: Vanoli

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Marco Sonaglia Ballate dalla grande recessione(Vrec), 2021

 

 

 

Nell’approcciarmi al nuovo disco del cantautore Marco Sonaglia, ero ben a conoscenza del fatto che ne sarei uscito quantomeno arricchito, visto lo spessore di una proposta artistica già evidenziato nelle altre pubblicazioni a suo nome (valga la pena citare almeno l’intenso “Il vizio di vivere”, datato 2015)

Tuttavia, il tempo intercorso tra il precedente lavoro solista e questo nuovo, dall’evocativo titolo “Ballate dalla grande recessione” (con il marchio di qualità Vrec), è stato inoltre corroborato dalla pandemia che ha colpito tutti noi, condizionando giocoforza le esistenze e rimettendo in discussione priorità e valori.

Ciò ha influito, per lo più in maniera inconsapevole, anche nel modus operandi dell’artista di Fabriano, che ha denotato una ulteriore evoluzione, mosso com’era da una sincera urgenza comunicativa e dall’innato desiderio di assegnare alla forma canzone un valore “alto” e “altro” da quello che, oggidì, spesso riscontriamo nel marasma di uscite discografiche dal gusto dell’effimero.

 

Il cantautore Marco Sonaglia

Sonaglia ha realizzato un album (che non è azzardato etichettare come concept) indubbiamente ambizioso nei contenuti, trattando storie (rigorosamente sotto forma di ballate) che andassero a ripescare fatti e persone reali – e significativi – del nostro tempo, di cui non bisogna assolutamente perdere memoria.

Lo ha fatto affidandosi a una penna speciale, quella del poeta siciliano Salvo Lo Galbo (che firma le dieci le tracce qui inserite, tutte gemme preziose dal forte impatto e strenuo fascino), musicando a sua volta testi pregni di significato lavorando più per sottrazione, rivestendo il tutto cioè in chiava acustica.

Il connubio risulta così pressochè perfetto, con sonorità adattissime ad accompagnare quelle liriche; last but not least, occorre evidenziare il particolare cantato di Sonaglia, che intende farci arrivare in modo forte e chiaro certi messaggi, rendendo giustizia a quei volti, quegli uomini, quelle donne.

Talora arriva quasi a declamare, enfatizzando i momenti cruciali, come in “Ballata della vecchia antropofaga”, azzeccata metafora per definire una società odierna sempre più guidata dal capitalismo e disposta a mangiare i pesci piccoli, dimenticandosi delle loro esistenze.

Andando a ritroso, le emozioni ci giungono copiose sin dal brano introduttivo, quel “Primavera a Lesbo” cui spetta l’onere di indicare come stella cometa il focus dell’intera opera, imperniata su tematiche che, ricorrendo a suggestive punte poetiche, non vogliono rinunciare alla funzione di recupero della storia, connotandola oltretutto sul piano sociale e politico.

Una matrice politica presente, la quale però non necessita di slogan per farsi manifesta, e che acquisisce peso parola dopo parola, perdendo al contempo ogni implicazione retorica, che si parli di Cuba (in “Ballata per Cuba”, contemporanea folk song) o di Mimmo Lucano nell’orgogliosa e identitaria “Ballata dello zero”.

Sonaglia lesse vari testi di Lo Galbo durante lo stop forzato per il Covid, scegliendo alla fine di mutarne in canzone solo alcuni ma tale fase deve essere stata evidentemente molto accurata, se è vero che nessuna di queste ballate suona come un riempitivo; anzi, risulta complesso (e vieppiù fuorviante) indicarne i punti cardine, perchè tutte sono accomunate da una grande carica espressiva e hanno medesima dignità, la stessa che presentano i protagonisti evocati e omaggiati, nonostante le differenze legate alle rispettive vicende.

Se “Ballata per Stefano”, dai toni elettrici e claustrofobici, fa luce sulla triste e drammatica sorte toccata a Stefano Cucchi, la successiva “Ballata per Claudio” diviene dolce e nostalgica riferendosi a uno degli artisti che più ne hanno ispirato il percorso,vale a dire il compianto Claudio Lolli, di cui il Nostro appare come credibile erede.

I versi accorati di “Ballata per una ballerina” delineano la figura emblema del coraggio e dell’autodeterminazione, dedicati mirabilmente a Lola Horowitz, alias la ballerina ebrea Franceska Manheimer-Rosenberg che fu uccisa nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, non prima di essere riuscita a ribellarsi un’ultima volta a quel destino tanto terribilmente ingiusto, quanto a quel punto ineluttabile. Parole che colpiscono l’ascoltatore finanche a commuoverlo.

“Ballata per Sacko” pone anch’essa l’attenzione su un fatto increscioso, occorso in questo caso al sindacalista maliano Soumaila Sacko, fucilato alla testa: un altro di quegli atti di denuncia che emergono in questo disco e che puntano il dito contro uno Stato, il quale, non solo non sa sempre tutelare i cittadini, ma talvolta è pure responsabile di irrimediabili destini.

Sullo stesso tenore viaggia “Ballata dell’articolo 18”, questa sì di stampo fortemente sociale, ancorata a stilemi cari a quelli degli amati cantautori anni settanta, laddove si parla di diritti (negati) sul lavoro agli operai.

“La mia classe” è posta in chiusura di scaletta non a caso, fungendo infatti da summa di un’intera poetica; un brano che Sonaglia fa letteralmente suo, immedesimandovi e facendo in modo che una sorta di coscienza collettiva possa riemergere, alfine di riappropriarsi di quanto lasciato per strada (abbandonato e calpestato), senza essere quindi spettatore passivo di una realtà nella quale non ci si riconosce più.

Sarebbe semplicistico, oltre che sinceramente ingiusto, definire “Ballate dalla grande recessione” (quella dei tempi in cui viviamo) un album “difficile” e non adatto a tutti, poichè mai come ora c’è bisogno di voci come quella di Sonaglia a ricordarci che la musica non è solo intrattenimento, competizione spiccia, gara di sopravvivenza a un televoto e mera ricorsa a modelli precostituiti, tanto leggeri se non proprio inconsistenti. La musica infatti può essere ancora molto di più!

La sua sembra essere una sfida, nel veicolare un modello di canzone (dove, senza timore di smentita, possiamo affiancarvi l’accezione “d’autore”) così poco apparentemente affine alla contemporaneità.

E’ plausibile immaginare che il cantautore marchigiano avrebbe goduto di consensi unanimi e maggiore visibilità se fosse vissuto nell’epoca d’oro dei cantautori impegnati, ma in fondo non si può prescindere dalla propria natura, dalle radici che stanno lì a testimoniare da dove proveniamo, e la musica di Marco Sonaglia, nel 2021, è talmente autentica e sentita nel profondo da non poter lasciare indifferenti.

La stessa dedica di questo album, rivolta a Ermanno Lorenzoni«sindacalista SGB, militante e quadro rivoluzionario del Partito Comunista dei Lavoratori», nell’onorarne la memoria, è indicativa una volta di più dell’ animo nobile e sensibile di un artista che non può, in alcun modo, rinunciare a trasmetterci quei valori con cui è cresciuto.