Sterbus - Let Your Garden Sleep In

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Scritto da: Vanoli

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Sterbus Let Your Garden Sleep InZillion Watt Records, 2021

 

 

 

Mettersi all’ascolto delle nove tracce che compongono “Let Your Garden Sleep In”, nuova fatica targata Sterbus, assomiglia alla brezza primaverile profumata di fiori, a un sorso di coca-cola fresca nella calura estiva, alla visione placida dei colori autunnali e all’abbraccio davanti a un camino al riparo dal freddo invernale: insomma è musica per tutte le stagioni quella del combo romano, facente capo a Emanuele Sterbini e Dominique D’Avanzo.

Di pop si tratta, ma di quello fatto bene, dai rimandi nobili che, partendo dai padri putativi Beatles, attraversano tutte le epoche strizzando l’occhio al di là della Manica, come dall’altra parte dell’Oceano, in una felice commistione di elementi “classici”, veicolati però da una notevole sensibilità artistica. Il tutto è corroborato da un talento dei protagonisti riconosciuto nel confezionare melodie a presa rapida, senza tralasciare l’apparato musicale che, anzi, funge da autentico valore aggiunto sin dalla opening track “Nothing of Concern”, frizzante ed energica.

Piacciono gli arrangiamenti che rendono più ricca la struttura basica da gruppo rock, facendovi confluire i fiati, gli archi, strumenti acustici, ed è rimarchevole una produzione pulita che nulla toglie però alla naturalezza delle composizioni, le quali sgorgano spontanee dai cuori e dalle menti dei Nostri, coadiuvati da una band che sarebbe riduttivo definire solo “di supporto”.

Da amante dei R.E.M. non posso che apprezzare le citazioni indirette di album e brani di Stipe e soci: dalla vivace “Gardeners at Night” (la cui intro deve invero molto a Syd Barrett), alla soffusa “Murmurations” che chiude il disco (con un entusiasmante crescendo musicale nella parte finale) ribadendone l’oggettivo valore.

 
 

Nel mezzo ci sta tutto l’universo sonoro degli Sterbus, comprendente sia una certa matrice indie lo-fi (alla Guided By Voices) con derive alternative (nell’ondivaga “B-Flat Love”), che soprattutto l’amore per il pop inglese, riconoscibile, almeno per me, nei Blur, nei Belle and Sebastian, con punte nascoste dei Sundays, più marginali a livello di popolarità da grande pubblico, ma assolutamente imprescindibili per gli amanti del genere britpop.

Dai toni briosi ma melanconici di “Helpless Waitress”, alla carezzevole “My Friend Tim”, l’album procede mettendo in luce un acume raffinato nel tessere la materia, declinandola secondo le proprie attitudini, e trovando la chiave giusta specie in quei brani dove il connubio tra l’intersecarsi della voce maschile e femminile (riuscita particolarmente in “Stalking Heads”) e lo dispiegarsi melodico e narrativo ti appare come un incastro perfetto, degno delle migliori esperienze internazionali.

Mi riferisco agli unici titoli mancanti della mia disamina, vale a dire una “Polygone Bye” grondante armonia e bellezza e la morbida ballad “The Accidentalist”, intrisa di grazia interpretativa e rimarchevole classe musicale.

Ho tirato in ballo l’aggettivo “internazionale”, perché al di là dell’utilizzo vincente della lingua inglese, adattissima a rendere al meglio brani di quella chiara ascendenza, queste canzoni non sfigurerebbero di certo nei repertori di alcuni nomi molto in auge per certa critica, vista l’indubbia qualità della proposta e la padronanza con cui i ragazzi ci sanno veicolare le loro emozioni in musica.

 

Emanuele Sterbini e Dominique D’Avanzo, ovvero gli Sterbus – credit foto: Francesco Gentile

Permettermi a latere una piccola precisazione, senza con questo voler criticare il lavoro dei miei colleghi recensori… avendo scoperto il disco in lieve ritardo, non ho potuto ovviamente scriverne in presa diretta, e lo faccio ora, dopo che gli ascolti reiterati di questi mesi mi hanno permesso a maggior ragione di cogliere tutte le sfumature del disco, senza l’affanno (scusate l’estremismo!) di dover consegnare un pezzo a pochi giorni dalla sua uscita.

A me, come si sarà facilmente capito, ha convinto appieno questo lavoro e sarei felice se il gruppo ottenesse qualche riscontro, a partire dalla stampa.

Ho notato invece che, accanto a pareri anche autorevoli che ne hanno decantato le lodi e le belle intenzioni, c’è ancora qualche diffidenza nei confronti degli artisti italiani che esulano da certi ambiti in voga (il cosiddetto indie pop, per non dire della trap), volendo dedicarsi anima e corpo a qualcos’altro, assecondando la propria inclinazione.

Si tende facilmente, ho questa impressione, a sbolognare dischi come quelli degli Sterbus, non dico come poco credibili, ma a giudicarli frettolosamente come ripetitivi o derivativi; eppure, ciò che sentiamo in giro è davvero del tutto “inedito”, o il più delle volte non è un rimasticamento di cose già esistenti?

Io vorrei in qualche modo dissentire e sottolineare anzi la bontà e la genuinità dell’operazione. E’ vero, gli Sterbus non hanno inventato niente, e ci saranno artisti sicuramente più geniali in circolazione, ma hanno il grande pregio di saper scrivere belle canzoni, coinvolgenti ed emozionanti, riuscendo ad essere leggeri senza apparire superficiali, e questo credo sia la vera essenza del pop.

Ho la sensazione che se fossero inglesi o francesi sarebbero stati apprezzati di più e magari baciati da un maggiore hype. Da quel che ho percepito tuttavia i ragazzi sono davvero umili e vivono la loro passione con impegno e onestà; credo, insomma, che sarebbero semplicemente contenti di avere la possibilità di farsi conoscere e apprezzare grazie alla sola forza delle loro canzoni.

E io non posso che concludere con l’esortazione ad ascoltare “Let Your Garden Sleep In” scevri da pregiudizi, dedicando tempo e attenzione a questo progetto: sono sicuro che non ve ne pentirete!