Corrado Rossi - The Wood of Kites

Postato in Yasta la Vista

Scritto da: Athos_Enrile

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 Soundiva Srl, 2010

 

Accolgo sempre i suggerimenti di chi si occupa di musica, di chi in maniera disinteressata mi porta su nuove strade, magari involontariamente, nel bel mezzo di una “chiacchierata”. Così è accaduto per Corrado Rossi che mi è stato descritto come “pianista-compositore straordinario, un vero maestro dell'atmosfera…”. Potevo lasciar cadere una simile affermazione? La mia curiosità musicale mi ha portato quindi verso Corrado, le sue opere e la biografia, tutto reperibile nel sito ufficiale:

http://www.corradorossi.com/Sito_Corrado.com

L’intervista a seguire fornisce ulteriori informazioni interessanti.

Ho ascoltato l’ultimo album, “The Wood of Kites” tredici brani strumentali, composti, arrangiati ed eseguiti da Rossi, tra l’aprile 2009 e il marzo 2010.

E’ la terza volta in pochi mesi che provo a sintonizzarmi con album di pianisti che pongono al centro “lo strumento” e si raccontano attraverso di esso.

Parlo di Vittorio Nocenzi e il suo “Estremo Occidente”, di Tony Pagliuca con “Après Midi”, e ora “The Wood Of Kites”.

Beh... se uno riesce a trovare soddisfazione solo nel metal o nel bluegrass, ad esempio, occorre cercare altrove. Ma se si è dotati di sensibilità musicale e si vuole arrivare "all' acqua fresca” che fuoriesce da fontane differenti, in funzione del proprio stato di benessere (o malessere) interiore, Corrado Rossi ha la chiave per regalarci emozioni uniche.

Non è un caso che abbia citato Nocenzi e Pagliuca, due musicisti che nella vita hanno realizzato cose molte diverse dalle proposte da me citate, ovvero, la buona musica viene lanciata dal centro (dove risiedono cuore e cervello) verso la periferia (anche gli arti servono), in tante direzioni e in tanti modi differenti, e ci sarà sempre qualcuno capace di afferrarla, comprenderla, amarla e condividerla.

Ascoltare questo “… bosco degli aquiloni”, non può che far stare bene.

Tredici brani che potrebbero essere altrettante colonne sonore, di una giornata, di un movie, di una vita che scorre. Tredici fotografie che possono avere diverse chiavi di lettura. Corrado Rossi ci propone la sua, ma è solo l’input per ogni singolo ascoltatore che, presa in mano la cordicella del proprio aquilone, deciderà che percorso intraprendere, e se e quando recidere il cordone ombelicale per lasciare la picture al proprio destino.

Molti, molti, molti anni fa, avrei avuto paura… avrei passato ad altri la responsabilità di “condurre il gioco”, anche per il solo spazio di una canzone, di un giro d’aquilone … molto meglio assistere passivo, molto meglio la musica che non conduce a pensieri eccessivi. Ecco, qualunque siano stati gli intenti di Corrado Rossi, ciò che ho ascoltato, da solo, con una luce da atmosfera nella stanza, ha guidato i miei pensieri e ha toccato sentimenti che non ho più bisogno di celare. In questo senso, forse, “The Wood Of Kites” non è alla portata di tutti, ma penso che questo, per Corrado Rossi, abbia davvero poca importanza.

L'INTERVISTA

Sono arrivato a te casualmente, attraverso Dario Lastella che ti definisce “ un vero maestro dell’atmosfera… potenzialmente creatore di colonne sonore da pelle d’oca…” . Certe cose non si raccontano ad uno sconosciuto che non te le chiede e quindi ci deve essere sotto grande sostanza. Personalmente non c’è nulla di più gratificante, professionalmente parlando, della stima di un collega!! Sei d’accordo?

Assolutamente. Più del giudizio di un critico, per me conta soprattutto il pensiero di chi fa musica, perché conosce le difficoltà e l'eccitazione legate al momento creativo. Quando un collega ti supporta e non nasconde la sua stima nei confronti del tuo lavoro, ti regala anche la forza di continuare, la voglia raggiungere nuovi traguardi, di affrontare nuovi obiettivi.

In realtà, ogni critica che ricevo da un collega che rispetto ha per me sempre un grande valore.

Leggendo la tua biografia emerge un’impronta classica iniziale, ma col passare del tempo gli interessi si ampliano sulla strada della diversificazione. Però… qual è “l’ambiente musicale” in cui ti trovi maggiormente a tuo agio?

Dipende dal periodo che sto attraversando. Le mie radici classiche spesso mi portano a comporre brani strumentali al pianoforte solo o con l'orchestra, ma adoro anche comporre brani di musica Elettronica, Smooth Jazz , Ambient ed Easy Listening. In questo caso credo si senta l'influenza degli artisti che mi hanno accompagnato nella mia giovinezza, soprattutto Mike Oldfield ed il gruppo Progressive Rock The Alan Parsons Project di cui ho apprezzato in modo particolare Eric Wolfsoon.

Ho anche realizzato un Album di musica Progressive/Elettronica ispirato al loro stile, "Constellations" in collaborazione con diversi musicisti un po' di tutto il mondo in cui figurano l'amico Dario Lastella degli “Ifsounds” che tu ben conosci e il gruppo torinese “The Wimshurst's Machine” che ti consiglio di ascoltare. In questo Album, per esempio, la musica classica è molto poco presente.

Dovendo proprio scegliere, però, direi che mi trovo maggiormente a mio agio davanti alla tastiera del mio pianoforte, ma non riuscirei ad abbandonare del tutto l'elettronica!

Esiste un musicista presente o del passato che rappresenterebbe per te un punto di arrivo, ma …. inarrivabile?

Ce ne sono molti, come per ogni artista, credo. Dal punto di vista della musica Soundtrack come non citare Ennio Morricone o John Williams, senza dimenticare il grande pianista Jazz Fusion e compositore di colonne sonore Dave Grusin?

Mike Oldfield è un altro grande riferimento, mentre per il Piano solo la mia ammirazione per Keith Jarrett è assoluta…

Secondo la tua esperienza, che cosa può scaturire dalla commistione tra classico ed etnico?

L' album "Road to India" appena pubblicato mi vede coinvolto proprio in una collaborazione con un musicista indiano di Sarod: è un'idea molto interessante e ritengo sia anche nuova.

Seppure i brani da me composti utilizzino principalmente strumenti e arrangiamenti decisamente occidentali, l'unione di un antico strumento etnico come il sarod, utilizzato soprattutto nella musica sacra orientale, ha creato un mood interessante. Occidente ed Oriente, a mio avviso, non vedono l'ora di contaminarsi: questo incontro di culture, stili, sonorità ed ancora armonie e melodie così diverse non possono non attirarsi.

Mi è piaciuto dare il mio contributo in questo processo di contaminazione e allo stesso tempo mi ha intrigato sentire il sarod duettare con un pianoforte insieme ad un basso elettrico e ad una batteria...

Quale e quanto spazio dedichi alla sperimentazione?

Questa è una domanda che mi ha fatto pensare, ti ringrazio per avermela posta.

Devo dire che non ritengo di essere un musicista che sperimenta moltissimo se per sperimentazione si intende il rinunciare all'armonia e alla melodia. Tuttavia mi piace giocare con la struttura dei brani, allontanandomi dalla tipica successione strofa-ritornello e trovando nuove modalità ritmiche di esecuzione dei classici strumenti dell'orchestra, così come amo mescolare strumenti classici con suoni elettronici. Chi ascolta il mio ultimo Album “The Wood of Kites” non credo lo possa trovare "sperimentale"; tuttavia ho creato uno stile mio che chi mi segue dice mi contraddistingua.

Il discorso cambia per quanto riguarda i brani al Pianoforte solo: molti di essi infatti nascono come improvvisazioni allo strumento, di conseguenza l'immediatezza della composizione ha certamente le caratteristiche della sperimentazione, seppure il mio stile musicale sia ben lontano dalla dodecafonia o da altre correnti melodicamente ad armonicamente più audaci. In "Road to India" la sperimentazione risiede invece nell'idea del progetto stesso: l'unione di sonorità occidentali ed orientali ha un forte carattere di originalità che mi è subito piaciuto.

Che tipo di rapporto riesci a creare col tuo pubblico nel corso delle performance live?

Sfortunatamente le mie performance live sono piuttosto rare: è più facile trovare date per proporre i concerti dei grandi classici, piuttosto che la propria musica. Tuttavia, il concerto di presentazione di "The Wood of Kites" è stato qualcosa di magico: si è subito creata un'atmosfera molto particolare che mi ha permesso di esprimermi al meglio. Il calore e l'entusiasmo del pubblico mi hanno molto toccato e ho sentito di poter comunicare con loro liberamente, condividendo le mie emozioni. Davvero una bellissima esperienza.

Ho sentito (anche dai protagonisti) un frequente gioco al rimbalzo tra sostenitori e denigratori del Talent Show. Che opinione ti sei fatto di quegli spettacoli che cercano di regalare opportunità ai giovani?

Sono decisamente favorevole ai Talent Show. Più si concedono possibilità ai nuovi artisti di proporsi al pubblico, meglio è. Inoltre la diffusione capillare data dal mezzo televisivo può favorire negli ascoltatori la nascita di un gusto più rivolto agli artisti "indie" e può far nascere la curiosità di ricercare una nuova musica. Manca solo un piccolo passo in avanti: l'ideale sarebbe proporre non solo nuove voci, ma nuovi artisti a tutto tondo: musicisti e compositori. Ma non credo che vedremo a breve un tale progetto televisivo.

L’Italia è un buon posto per vivere di musica?

Direi proprio di no. Personalmente in Italia ho sempre incontrato molte difficoltà a propormi e a trovare visibilità. Per quanto riguarda i concerti, almeno dalle mie parti, è difficile trovare luoghi ed eventi interessati alla musica indipendente perché non è largamente diffusa, pubblicizzata e oggetto di interessi economici da parte delle Major. Inoltre, in Italia non esistono ancora dei siti musicali lontanamente paragonabili a quelli americani o inglesi. Per sperare di ottenere visibilità e magari poter vivere di musica, l'Italia è certamente fra i Paesi meno indicati; qui, a mio parere, non conta tanto la meritocrazia quanto riuscire ad inserirsi nei giusti canali che però sono notoriamente “chiusi”. Forse manca proprio l'interesse per ciò che può essere diverso e nuovo; diciamo per pigrizia...ma è un eufemismo...

Per fortuna c'è Internet! Fra pochi giorni, sarò ospite virtuale a New York di un talkshow radiofonico “Online whit Andrea”: sarà un'intervista durante la quale trasmetteranno anche la mia musica. Il mese scorso l'ospite era Ludovico Einaudi. Certe soddisfazioni, come vedi, me le devo prendere all'estero...

Ho da poco partecipato alla Prog Exhibition di Roma, con la celebrazione dei 40 anni di Prog italiano attraverso i gruppi storici di allora. L’entusiasmo è stato notevole e credo incoraggiante per gli artisti.

Secondo te, è solo il riproporsi ciclico di una musica “qualsiasi” o è la qualità che alla fine deve avere il sopravvento?

La musica che ha fatto la storia è fondamentale anche oggi: è continua fonte di ispirazione, è suggestione, è cultura.

Naturalmente, lo sviluppo delle tecnologie informatiche, dei suoni, delle tecniche di ripresa e di mastering hanno fatto un impressionante balzo in avanti e la musica di oggi non può essere e rimanere quella di ieri; tuttavia mai come in questo caso, l'immagine del nano sulle spalle del gigante è più appropriata: per guardare ed andare più lontano dobbiamo salire sulle spalle della musica storica di tutti i generi e poi cercare di metterci qualcosa di nostro.

Certo, non posso dire che tutta la musica di oggi sia di qualità. Ho spesso incontrato musicisti indie di altissimo livello migliori di qualcuno che oggi è annoverato e celebrato tra i “famosi”.

Cosa vorresti nel tuo futuro musicale nei prossimi 5 anni?

Il mio desiderio più grande è quello di poter vivere di musica componendo colonne sonore... Certo, per ora le piccole soddisfazioni avute in campo musicale sono state soprattutto in India, in Germania e in America... spero di riuscire a farmi conoscere in Italia, anche grazie a siti e blog come il tuo.

Un esempio significativo della musica di Corrado Rossi