Alex Carpani - The Sanctuary

Postato in Yasta la Vista

Scritto da: Athos_Enrile

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 Maracash, 2010
 
 
Senza scomodare teorie filosofiche legate ai “corsi e ricorsi storici”, tutto ciò che è stato accantonato per far posto al “nuovo” e alla necessità di progredire, prima o poi ritorna, mascherato anch’esso da nuovo, ma immutato nella sostanza.
Vale nella moda, nella politica, in ogni aspetto della vita culturale, e quindi nella musica. Se abbiamo tempo di aspettare, se abbiamo la fortuna di avere lunga vita, la ruota in movimento ci riporterà cose già vissute, alcune positive, altre un po’ meno, e… se avessi tenuto nel cassetto le mie scarpe a punta e i pantaloni scampanati da adolescente, forma fisica a parte, li avrei potuti riutilizzati dopo qualche lustro, dimenticando la mia età, anch’essa in movimento.
Certa musica è stata messa in un angolo troppo velocemente, ma… la qualità paga.
Volendo giocare sul significato letterale di “musica prog”, si potrebbe dire che la dinamicità, l’esigenza della progressione, hanno portato ad una veloce evoluzione del genere, sino alla dichiarazione di “morte avvenuta”.
E ora siamo nuovamente davanti al fenomeno della musica “New Prog”, che non potrà avere il successo del prototipo, perché il mondo è cambiato, e in questo caso direi… purtroppo.
Ma la qualità non ha niente a che vedere con la musica che ci viene propinata ogni giorno dai “circuiti ufficiali”; mi riferisco a quel concetto che emerge nel corso dell’intervista con Alex Carpani, quando si arriva a delineare l’immagine di “immortalità della musica”, quello che da sempre io appiccico alla “Prog Music”.
Una lunga premessa la mia, perché davanti all’argomento “musicacheamo”, divento prolisso e logorroico, così come mi ammutolisco davanti alla costruzione ad hoc fatta per il pubblico che compra.
The Sanctuary”, nuovo disco di Alex Carpani, è un capolavoro e di questo non ho dubbi. Esagero?
Un capolavoro secondo i miei canoni, secondo il mio metro di giudizio, che è quello di un uomo influenzato dal vissuto, da tutta la musica, una certa musica, vista ed ascoltata nel momento in cui essa nasceva.
Nella vita accadono spesso episodi che riusciranno a condizionarla, anche se sul momento non appaiono fondamentali.
Alex, per sua stessa ammissione è stato “fulminato sulla via di Damasco” da un incontro avvenuto da bambino, in Svizzera, quello con Keith Emerson, e questo spiega molto a chi ascolta attentamente la musica di Carpani.
Spiacevoli, a volte, le citazioni e i paragoni, ma ho trovato nell’album una miscela micidiale, che per gli addetti ai lavori si può semplificare con “ l’unione tra la genialità di ELP e le soluzioni armoniche stile Genesis”.
Dieci brani che costituiscono una suite, dieci "episodi" composti, arrangiati, orchestrati, prodotti da Carpani, con un risultato davvero sorprendente.
Ho trovato “il vocal” di Alex “caratterizzante”. Forse cantare è per lui un fatto contingente più che una passione, ma fornire un tocco personale e distintivo vale milioni di volte di più di standardizzati esercizi di estensione e potenza.
Le tastiere sono ovviamente alla base di questo “The Sanctuary”.
 
Sin dal primo ascolto (fondamentale per me), ho avuto sentore di qualcosa di nuovo, che passa attraverso la grande tecnica e la genialità di Carpani, seguendo certamente linee guida stilate da alcuni miti di inizio anni ’70, ma la freschezza e l’originalità delle soluzioni proposte rendono di fatto il disco come “unico”.
Alex Carpani si è avvalso della collaborazione di Gigi Cavalli Cocchi alla batteria e percussioni, Ettore Salati alle chitarre e Fabiano Spiga al basso.
Da evidenziare la copertina realizzata dal mitico Paul Whitehead, in una sorta di filo conduttore che lega il passato al presente.
Il mio piccolo contributo alla causa della buona musica è la condivisione, cosa che perseguo quotidianamente. “The Sanctuary” avrà senza dubbio un posto di privilegio nella mia azione di diffusione capillare.
 
 
Alex Carpani è distribuito da:
 
http://www.maracash.com/

Leggendo la tua storia musicale emergono passioni molto differenti tra loro. E’ qualcosa che sto ritrovando in tutti i nuovi gruppi, che non si accontentano di “musica e parole”, ma hanno bisogno di spaziare in campi diversi, esprimendosi attraverso arti differenti. Sei d’accordo che “il nuovo corso ” può essere rappresentato dall’aggregazione di aspetti culturali un tempo ben suddivisi tra loro? Se sì… come si è arrivati a questo bisogno?

Ogni persona è il risultato di un mosaico di passioni, interessi, inclinazioni, esperienze. E’ normale ed è bello che tutto trovi posto e che tutto torni utile, come bagaglio personale da portarsi in giro per la vita… Nel mio caso musica, fotografia, arte contemporanea, cinema hanno sempre convissuto.

Gli “antichi” come me, non possono non restare affascinati (con tanta sana invidia) dalla tua conoscenza precoce con Emerson. Lo vidi dal vivo nel 1973 e ho ripetuto l’esperienza un lustro fa. Quanto può realmente influenzare la propria vita l’incontro con la mitologia musicale?

L’incontro è avvenuto nel momento migliore: quand’ero bambino. Avevo 7 anni e non ero ancora un musicista. Quell’incontro, insieme alla musica che ha risuonato a casa mia per anni, mi hanno forgiato, influenzato, nel momento giusto appunto. Se fosse capitato ora avrei guardato negli occhi Emerson con ammirazione, da fan, ma non sarebbe stata la stessa cosa. Non avrebbe potuto influenzarmi più di tanto, perché sono un adulto formato.

”Musica e poesia”, parole che conosci molto bene. Chiedo spesso quanto realmente si utilizzino le liriche per “raccontare”, quanto siano davvero importanti i messaggi, non dimenticando mai che da ragazzini( e ancora oggi che sappiamo le lingue accade) ci siamo innamorati di canzoni di cui non capivamo una parola. Cosa ne pensi?

Sì, è un’esperienza che ho compiuto qualche anno fa, dedicandovi due trilogie, con due poeti diversi. E’ un percorso che mi sono inventato, nel quale la musica e i versi non erano mai uno in funzione dell’altro, ma sempre paralleli, equidistanti. Non m’interessava musicare dei versi (sarebbero state canzoni…), né m’interessava appiccicare dei versi su una musica già scritta. Volevo che anche i versi fossero musica, suoni, al di là del loro valore semantico. E volevo che la musica fosse poesia attraverso quei versi “musicali”. Il risultato è stato qualcosa di nuovo e prima o poi cercherò di far emergere questo materiale, che penso meriti.

Le tue competenze specifiche ti portano alla possibilità di autoprodurti, di esse indipendente. Immagino sia grande la soddisfazione di realizzare che si può essere autosufficienti, ma il tutto potrebbe anche leggersi in modi differenti, ad esempio come fatto derivante dall’evoluzione del businnes musicale o la mancanza di fiducia verso situazioni tradizionali. Come stanno le cose?

Stanno in questo senso: ho capito con gli anni che bisogna autoprodursi, ma fino ad un certo punto. Le tue conoscenze devono aiutarti ad avere le idee chiare su cosa vuoi fare e come lo vuoi fare, ma non devi pensare di poter fare tutto da solo. Almeno questo è il mio pensiero. Non desidero sostituirmi al fonico, al grafico, al discografico, ma voglio saperne abbastanza da poter parlare da pari a pari con queste figure, sostenendo le mie idee e facendo capire loro dove voglio arrivare.

Mi lego alla domanda precedente. Esistono “giochi” legati all’aspetto comunicativo atti a dimostrare che il risultato del lavoro di tanti singoli migliora una volta che le idee vengono rielaborate in comunione. Cosa prediligi tra lavoro di gruppo ed “ espressione solitaria”?

Sono e sarò sempre diviso tra le due dimensioni. Sono un solitario che ama la compagnia. Sono un individualista che ama la condivisione. Ho scritto musica da solo perché sono un compositore e sono autosufficiente in questo, però mi piace avvalermi delle idee, del contributo e dell’anima artistica di altri, ecco perché non sono mai stato troppo rigido con i miei collaboratori.

Come ti ha arricchito, musicalmente parlando, l’incontro con Mogol?

La sua scuola, nella quale ho avuto il privilegio di studiare per quattro mesi, è stata una palestra fantastica, soprattutto perché mi ha fatto incontrare altri musicisti con i miei stessi interessi. Era una full-immersion: dormivamo, mangiavamo, lavoravamo insieme, immersi nella natura dell’Umbria e lontani da tutto. Mogol, poi, ha dimostrato nei fatti di credere nei giovani, investendo concretamente su di loro, mettendo a frutto la sua esperienza.

Seguendo il filo logico, dai tuoi inizi musicali sino alle influenze a cui si è accennato, si può capire quale sia stato il percorso che ti ha portato ad amare la musica progressiva. Il concetto di “Musica Prog” ha tantissime sfaccettature, e non si può ridurre a tre regole in croce. Qual è la tua versione e che cosa ti fa amare nel profondo una musica per me immortale?

Il fatto che, appunto, sia immortale. La metto al pari della musica classica e del jazz. Il prog non invecchia perché i suoi suoni, i suoi stili non sono legati ad una corrente di passaggio, ad una moda, al modernismo. E’ uno stato d’animo più che un genere. E’ scrivere musica rock pensando in chiave classica. E’ scrivere musica senza limitazioni di durata, di sviluppo, di arrangiamenti, di strofe e ritornelli. Addirittura è la possibilità di scrivere musica rock strumentale. Quale altro genere ti permette di farlo? Non sarà un caso che piace soprattutto ai musicisti.

Esistono nel tuo caso influenze musicali che arrivano dall’Italia?

Non molte credo. Sono sicuramente più quelle anglosassoni. L’Italia è terra di melodia, in tutti i generi musicali, perché ce l’abbiamo nel nostro dna. A me viene spontaneo, invece, occuparmi molto di più dell’armonia e della forza ritmica. La melodia, poi, viene da sé, ma non come elemento portante.

Non vorrei cadere nella retorica, crocifiggendo i Talent Show che molti addetti ai lavori indicano invece come “portatori sani di possibilità” per giovani talenti. Cosa ne pensi?

Ne penso il peggio possibile. I talenti si scovano per le strade, nei pub, nei locali, nei festival, nelle sale prove, non in TV. Chi mette in scena in TV la “finta scoperta dei talenti” in realtà serve un cibo precotto, surgelato, spacciandolo per fresco.

Sto leggendo un incredibile libro scritto da Bill Bruford (te lo consiglio vivamente). Un concetto che emerge con frequenza è “la fame” che il musicista, anche di grande successo, può fare se decide di cambiare genere, passando magari dal rock al jazz. Occorre essere benestanti per fare la musica che si ama, dimenticando ciò che serve al mercato?

Ne ho sentito parlare molto bene dal mio amico Gigi Cavalli Cocchi e penso che lo leggerò. Comunque è vero, ma la differenza è che ora la fame la fai se non suoni il liscio, il pop, la canzone italiana, la dance, il rap o le famigerate “covers”… Fare rock progressivo è un lusso, non c’è dubbio. Specialmente in Italia.

Come vorresti che fosse l’evoluzione del tuo sentiero musicale, nei prossimi cinque anni?

Vorrei pubblicare 2 album, suonare in 2-3 grossi festival internazionali che ancora mi mancano e continuare, in generale, l’attività live, che è la parte più eccitante sicuramente. Poi vorrei vivere esclusivamente con la mia musica, ma credo che questa rimarrà un’utopia.