Come le foglie - Aliante

Postato in Yasta la Vista

Scritto da: Athos_Enrile

Questo utente ha pubblicato 2290 articoli.

BTF-VM2000, AMS, 2010

 

Non conoscevo “Come le foglie”, gruppo dall’autorevole passato.
Il motivo principale è che di loro non c’è traccia tangibile, nel senso che tutto il lavoro della giovinezza non è mai diventato un album, e le registrazioni sono rimaste in qualche cassetto, chiuso a doppia mandata.
Delle innumerevoli performance dal vivo neanche a parlarne … altri tempi e altre tecnologie disponibili.
E’ con la mia consueta curiosità musicale, quindi, che mi sono avvicinato ad “Aliante”, vera opera prima, visibile, di una band di lungo corso.
Per notizie inerenti la biografia e la line up del gruppo, si può fare riferimento a quanto riportato su questo blog, pochi giorni fa:"Aliante" - Come Le Foglie


L’intervista a fine post, fornisce altre interessanti informazioni.
Ascoltando i brani in successione, cercando di captare gli elementi descrittivi a mio giudizio utili, ho riflettuto sul fatto di come questo CD, come molti altri che mi è capitato di ascoltare recentemente, possa essere considerato un “concept album”, non nel termine ben conosciuto, legato prevalentemente alla musica prog, ma il filo conduttore esiste, chiaro e forte.
Siamo in presenza di brani, molti, sedici, che brillerebbero di luce propria, e singolarmente forniscono un‘ immagine precisa di un momento che si decide di raccontare.
Ma l’unione delle composizioni appare come il racconto di una vita, con le amarezze legate a ciò che si è perso, con i viaggi ed i ritorni, con la necessità di riscoprire le radici, con la voglia di dimostrare qualcosa a se stessi, con il bisogno di affetti e la necessità di felicità.
Felicità è anche il titolo di un brano. E’ un termine di cui abusiamo, sin da bambini, ma in età matura si sente il bisogno di capire cosa sia davvero la felicità e se realmente l’abbiamo posseduta o la possediamo ancora, sporadicamente.
La felicità può anche essere ritrovarsi dopo una vita su un palco e scoprire che la magia è rimasta intatta, che esiste ancora la capacità di creare insieme, senza difficoltà, senza i “paletti” tipici della rigorosità giovanile.
E’ quanto viene dichiarato in Come le foglie, pezzo di apertura.
Nella cronologia scorrono i nomi e le immagini, e ad ogni punto si ha l’impressione di soffermarsi su un ricordo o su un momento toccante.
Uno sguardo alle esperienze giovanili (Incoscienza, Gli ombrelloni di Volterra, Via Ludovico il Moro), a luoghi visitati o sognati (Amalfi, Isola di Hydra) al sociale(L’emigrante), alle proprie radici (Cara Milano), alla guerra (Gloria e il pilota), all’amore (Mia principessa), avendo ben presente che la Realtà attuale non è più quella di un tempo.
Il tutto visto attraverso il volo di un Aliante, un mezzo di trasporto privilegiato, che permettere di percorrere spazi e tempi (Mago del tempo) lasciandosi cullare dal vento, senza fragore, con delicatezza, per non portar scompiglio nelle proprie vite e in quelle altrui.
Un brano strumentale (Gli ombrelloni di Volterra) e due cantati in inglese (T.J. e Birds) completano il tutto.
Ma qual è la colonna sonora di questo viaggio caratterizzato da coordinate spaziali imposte dalla memoria?
“Raccontare” un album è cosa complicata e non può prescindere dall’utilizzo di termini e categorie musicali note.
La biografia di “Come le foglie” indica alle origini un orientamento musicale “americano”, acustico, influenzato dalla West Coast, abbastanza in controtendenza rispetto al modello in voga a fine anni 60, più teso alla musica d’oltremanica.
Ma ritrovarsi, ricercarsi dopo una vita, non può essere il frutto della voglia di riprodurre altri o se stessi, ricalcando qualcosa di già intensamente vissuto, e forse archiviato. Le esperienze ci modificano profondamente e chi è artista ha modo di dare visibilità alle proprie evoluzioni … peccato che in questo caso non possa essere offerta la possibilità di comparare espressioni molto lontane tra loro, temporalmente parlando.
E’ musica gradevole quella che ho ascoltato, miscela di rock e pop, con pillole di tradizione italica e contaminazione etnica.
I testi sono fondamentali per “passare” i messaggi che ho ricordato, ma nei momenti strumentali (“Gli Ombrelli di Volterra”, buona parte di ”Realtà” e finale di " Isola di Hydra”) si capta una certa originalità e anche il mero piacere di mettere in mostra abilità tecniche e gusto musicale.
C’è traccia di amori antichi, fortunatamente, e ascoltando “Mago del tempo” è possibile ritrovare arie da Simon and Garfunkel, così come ” T.J” riporta ai Beatles, O “Birds” a James Taylor.
Ma sono quegli accostamenti che vengono d’istinto, non dimenticando mai che ciò che abbiamo accumulato nel tempo, a piccole dosi riemerge … deve riemergere!
Reunion di qualità questa di “Come le foglie”.
 


Intervista ad Attilio Zanchi


La prima cosa che mi ha colpito leggendo la vostra biografia è legata al fatto che, pur essendo “nati” come gruppo a fine anni 60, periodo in cui tutti erano affascinati dal modello inglese, importato e non, il vostro gusto musicale era più rivolto a sonorità americane, a CSN&Y e Joni Mitchell. Da dove nasceva questa differenza rispetto alla tendenza comune?
Credo di ricordare che la passione e l’interesse per i gruppi inglesi fosse precedente, mentre a partire dalla fine degli anni 60 si creò un certo interesse anche per i gruppi acustici e quindi lo sguardo si risolve anche verso i gruppi e gli artisti americani.

Ammetto che, nonostante io abbia iniziato ad ascoltare musica proprio in quegli anni, non sapevo dell’esistenza di “Come le Foglie”. Uno dei motivi, forse, è che non esistono vostri album dell’epoca, e forse la rigorosità e l’intransigenza tipica della giovinezza, vi impedì di avere una buona visibilità.
Si infatti non essendo uscito nessun nostro album in quel periodo, pur suonando spesso in appuntamenti importanti, non avemmo quella visibilità che ci avrebbe consentito di essere più conosciuti.

Se tornaste indietro, godendo dell’esperienza di adesso, cedereste a qualche piccolo compromesso, in funzione del raggiungimento di un obiettivo? Insomma, avete qualche rimpianto per un treno passato e mai preso?
Non credo di avere rimpianti per non essere diventati famosi allora, piuttosto ho nostalgia di un periodo molto fertile e creativo in cui vi erano dei movimenti giovanili spontanei e molto creativi basati su dei giusti ideali.

Qual è l’alchimia musicale e umana che è risultata il vostro collante, allora come oggi?
Il fatto di divertirci e di non prenderci troppo sul serio, oggi come allora.
 
Ho letto di vostre frequentazioni gratificanti, di nomi di spicco e miti per noi tutti appassionati di musica.
Esiste un aneddoto curioso di quei tempi, di quelli di cui si parla volentieri quando si è tra amici e si ha voglia di lasciarsi andare?
Beh uno dei ricordi più belli è quello legato ad un nostro viaggio insieme a Londra. Ci mettemmo a suonare su una panchina davanti all’entrata di un concerto di Sandy Danny in un parco e l’organizzatore ci senti e ci invitò a suonare la settimana dopo su quel palco alla presenza anche di una televisione locale.

Le reunion sono all’ordine del giorno, sia quando si parla di gruppi che hanno fatto la storia del rock, sia di artisti “indigeni”. Guardando ciò che questi musicisti riescono a dare sul palco, tutto si può pensare tranne che a un’operazione nostalgia. Nel vostro caso specifico, cosa vi ha spinto a… ricercarvi, e cosa trovate di nuovo oggi nel vostro “rapporto musicale”?
La voglia di rivederci e di condividere di nuovo i momenti belli che avevamo passato.

Esistono dei riferimenti/modelli italiani, da cui siete stati influenzati?
Non mi sembra, anche perché quando abbiamo iniziato non era ancora iniziata la diffusione della musica italiana. Esisteva solo la scuola genovese dei cantautori (Tenco, Paoli, De Andrè) dai quali non potevamo essere influenzati.

Se si potesse far ritornare in vita tre musicisti rock del passato, solo per un ultimo grande concerto, chi scegliereste?
Senz’altro Jimy Hendrix, i Beatles e per quanto mi riguarda anche Charlie Parker (visto che ora suono musica Jazz).

Quanto pesano i testi nelle vostre composizioni attuali e come pesavano in passato?
Diciamo che forse ora stiamo più attenti di allora alla scrittura dei testi rispetto al passato.

Vedo nel mondo della musica due situazioni contrapposte: da un lato la voglia di esprimersi, a tutti i livelli, professionisti e semplici amanti dei suoni, e dall’altra l’impossibilità di trovare sbocchi concreti e incoraggianti, non dimenticando mai che occorre comunque avere di che vivere. Come si è evoluta negli ultimi quarant’anni la “gestione della musica”, e cosa pensate delle nuove tecnologie applicate?
La gestione della musica è diventata molto più professionale ed organizzata rispetto ai nostri esordi e questo permette la possibilità di suonare in situazioni logistiche molto migliori. Questa professionalità ha fatto si che però ci sia un controllo ed una selezione più stretta in senso commercilae che non permette a tante giovani promesse di poter sperimentare cose nuove.

Cosa accadrà dopo… Aliante?
Aspettiamo di vedere che tipo di risposta ci sarà da parte degli ascoltatori, senz’altro continueremo ad incontrarci ed a suonare insieme per divertirci.