UT NEW TROLLS - DO UT DES

Postato in Yasta la Vista

Scritto da: Athos_Enrile

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Aereostella, 2013

Se“DO UT DES” fosse un book che racconta la storia degli UT NEW TROLLS ci sarebbe di che spaziare, gli argomenti sono tanti e sostanziosi. E forse un po’ book lo è davvero, ma le sue sembianze fisiche sono quelle di un album, e quindi oltre a concetti e parole… musica.

Ho la fortuna di conoscere Gianni Belleno e Maurizio Salvi, e chi meglio di loro poteva spiegare l’essenza di un lavoro che appare come un nuovo punto di arrivo - e di partenza - una nuova sfida, un ulteriore progetto rivolto al futuro? Il punto di vista di un esterno stimolerà forse la curiosità, indurrà ad indagare e a sviscerare dettagli, ma il pensiero dell’autore mi pare abbia valenza superiore, e l’intervista a seguire esemplifica le mie idee.

E ora vengo alle mie… di idee.

Ho lasciato gli UT a luglio, dopo aver ascoltato - e descritto - l’album che testimonia la loro anima prog in fase live, e dopo averli visti on stage all’Arena del Mare di Genova. La musica di quei giorni era qualcosa di già conosciuto al pubblico, che era servita a rodare il motore e a stabilire e a dimostrare come il cuore prog pulsasse più che mai.

Il nuovo album potrei dire che è quasi inaspettato, tenuto conto delle difficoltà che si presentano al cospetto di chi decide di iniziare un nuovo progetto discografico, e credo che la spinta decisiva arrivi sempre dal versante ”passione”.

Dieci tracce proposte da una modificata line up, che oltre a Belleno - batteria e voce - e Salvi - tastiere multiple - presenta Claudio Cinquegrana alle chitarre, Alessandro Del Vecchio alle tastiere e voce e la new entry Anna Portalupi al basso.

E veniamo ai contenuti.

L’impressione che ho avuto è quella di trovarmi davanti ad un album nuovo e antico allo stesso tempo. Non amo le etichette, ma anche sforzandomi, per definirne una la dovrei… inventare. Potrebbe andare pog melodico? Poco importa.

Ho ritrovato delle voci uniche, che ho sempre legato al solo mondo “New Trolls”. Credo che nessuno abbia mai espresso, almeno in Italia, un’armonia vocale come quella dei N.T., band di cui Gianni Belleno e Maurizio Salvi hanno fatto parte, e come Gianni sottolinea sono radici profonde che restano nel tempo. Se poi aggiungiamo le qualità di Del Vecchio, musicali in genere, ma nello specifico alla voce, il quadro si delinea molto chiaro. Brani come “Per ogni lacrima”, “Do Ut Des” o “Sarà per noi”, ne sono un significativo esempio. Discorso a parte per “Oltre il cielo”, rivisitata anche in versione inglese, “Can’t go on”, con testo di Del Vecchio riproposto dall’ex TOTO Fergie Frederiksen, rimasto incantato dal casuale ascolto della versione italiana.

La musica è una sorta di prog evoluto, contaminato positivamente dalla melodia e dalla classicità di cui Salvi è maestro, con spunti di “emersoniana” memoria - parte centrale di “La luce di Vermeer” - e tempi dispari inequivocabili - “Per ogni lacrima” , “Do Ut Des” - con discese nel rock blues - “Rispettare può salvare” - che sottolineano l’indole chitarristica di Cinquegrana.

Molto importante l’aspetto “liriche”. I temi sociali abbondano: le carceri, la guerra, la politica, l’amore, il rispetto… è come se dopo anni di attesa i due autori rialzassero la testa per dire la loro, in un momento drammatico, forse il più difficile, della nostra storia moderna. E niente è meglio della musica, un’arte capace di far opera di sintesi e di veicolare con forza i messaggi.

Come dice Gianni: “… è come aver dato voce a tutti i delusi…”, e di questi tempi sono davvero tanti!

E questi aspetti dalla difficilissima soluzione trovano una possibile via d’uscita, una fuga verso la speranza, verso un luogo, od un modo di vivere, che prevede un po’ di spiritualità, quella di cui tutti abbiamo sempre più bisogno.

Una bella sorpresa, ancora più gradita perché inaspettata, almeno in una veste simile.

http://www.utunotempore.com/

 

L’INTERVISTA


Dopo l’album live di pochi mesi fa, con la forte riproposizione dell’anima prog dei New Trolls, nasce questo nuovo disco fatto di inediti, dove tu e Maurizio Salvi avete firmato liriche e musica. Esiste una concettualità nei brani proposti? Quale il messaggio profondo in un momento così difficile per la nostra società?

Più che una linea concept dell’intero album che, tuttavia, conserva precisi messaggi sociali, direi che ogni brano vive di una propria dimensione concept, soprattutto in riferimento al momento attuale di crisi in Italia che riflette, tutto sommato, una crisi più profonda nell’essere umano in genere. Quando le certezze, gli schemi su cui hai contato per anni, giusti o sbagliati che fossero, vengono scossi o crollano, è allora che incominci a farti domande: è solo il primo passo per rialzarsi e guardare avanti, sperando di non commettere altri errori. Brani come “La luce di Vermeer” è un esplicito messaggio contro la pena di morte, ma anche contro i giudizi facili dei benpensanti e la situazione delle carceri in Italia. “Rispettare può salvare” non è un semplice invito alla pace come quello che possono fare i politici o le organizzazioni internazionali, spesso accompagnato da forze armate… In fondo il Bambino di Betlemme già esule e perseguitato nei suoi primi giorni di vita, non rispecchia altro che la situazione attuale: anche oggi vivrebbe in una quotidianità segnata dalle armi o dai compromessi politici. Ma c’è sempre la speranza di una stella: sta a noi trovare il coraggio e la volontà di seguirla. Un messaggio più esplicito lo abbiamo dato in “Sporca politica”. Tutto sommato direi che la linea concept dell’album sta nell’aver dato voce a tutti: riflessivi, arrabbiati, stanchi. Per esperienza, quando la protesta è accompagnata dalla musica ha infinite possibilità in più di raggiungere il bersaglio…

Qualche considerazione rispetto alla line up. Nel corso del vostro concerto genovese, nel luglio scorso, Alessandro Del Vecchio era all’inizio della collaborazione e al basso c’era Fabri Kiarelli, ora sostituito da Anna Portalupi. Come funziona la “macchina” con i nuovi innesti?

Gli elementi chiave del gruppo siamo Maurizio Salvi ed io. Fabri Kiarelli è un ottimo musicista, ma i suoi molteplici impegni di lavoro non sempre lo rendevano disponibile per le nostre attività in studio, che richiedono per forza di cose una situazione stabile, se vuoi la garanzia di un risultato efficace. Lo stesso discorso può essere fatto per Anna Portalupi, bravissima bassista ma, anche lei, impegnata su più fronti; il discorso dell’articolazione della band, quindi, a parte gli elementi fondamentali, è sempre una costruzione “in itinere” a cui, per quanto possibile, cerchiamo di dare la necessaria stabilità che vede Maurizio e me come punti di ancoraggio.

Ascoltando l’album si ha l’impressione di un ritorno a certe vocalità che hanno contraddistinto il marchio New Trolls, sin dagli inizi. Trattasi di DNA? Precisa scelta? Attaccamento alle proprie profonde radici?

Se vogliamo partire dalle radici più profonde bisogna tornare ai Jet di Genova, la prima formazione in cui ho suonato, insieme a Franco Gatti ed Angelo Sotgiu, i futuri Ricchi e Poveri: eravamo davvero un gruppo vocalmente molto in gamba. Poi i New Trolls, che sono stati una parte determinante della mia vita: nel bene e nel male hanno comunque lasciato una loro impronta che non posso e non voglio rinnegare. Al di là delle specifiche scelte musicali credo che, comunque, il DNA musicale ti formi per tutta la vita e dia una connotazione specifica al lavoro, rendendolo veramente “tuo”.

Come nasce l’opportunità di ospitare Fergie Frederiksen? Che giudizio puoi dare della vostra collaborazione, dal punto di vista umano?

Ho conosciuto Frederiksen in studio, mentre registravamo “Do Ut Des”: era in Italia per la realizzazione di un video legato al suo ultimo CD e Alessandro Del Vecchio era il suo produttore. Fergie ascoltò in studio il nostro lavoro, in fase di realizzazione, e si innamorò letteralmente di “Oltre il cielo”. Non ho fatto altro che cogliere l’attimo, pregando Del Vecchio di realizzare un testo in inglese che potesse adattarsi alla splendida voce di Frederiksen; ne è venuta fuori una stupenda versione, interpretata in maniera eccezionale, che dà al nostro lavoro un potente riflesso di energia e bellezza e, cosa non secondaria, un’interessante apertura al pubblico esterno all’Italia.

A proposito di Art Work, mi dai qualche spiegazione sull’immagine centrale del booklet?

Al centro di tutto c’è un tatuaggio, riprodotto nell’opera di una nota artista contemporanea, Raffaella Maron: rappresenta un’antichissima mappa stellare scoperta negli anni 50, durante uno scavo archeologico. Era la rappresentazione dell’idea di cosmo che l’uomo si costruiva, il desiderio di raggiungere qualcosa di superiore verso cui si sentiva immancabilmente attirato. La donna nella copertina del nostro CD è l’artista che interagisce con una sfera superiore, celeste, divina per chi lo crede. E’ la risposta ad un atto creativo che è avvenuto per primo. In fondo, anche la musica è una risposta ad un dono che si riceve e, allo stesso tempo, diventa dono per chi vuole ascoltarla.

Fare un album “nuovo” è cosa in cui raramente si cimentano i musicisti storici… difficile far quadrare i bilanci e far rientrare le spese di produzione. Qual è l’aspetto che nel vostro caso ha fatto scattare la molla: coraggio, passione o rischio calcolato?

La passione e la voglia di fare qualcosa di nuovo sono determinanti, altrimenti non ti metteresti neanche a sedere a tavolino per cominciare. Credo inoltre sia anche una questione di rispetto nei confronti di chi ascolta la nostra musica e, immancabilmente, ogni volta ci dona affetto ed energie nuove; lo stesso titolo del nostro ultimo lavoro, “Do Ut Des”, è un messaggio esplicito: se dai qualcosa, alla fine riceverai altro in cambio. Noi speriamo di offrire buona musica e la risposta che ogni volta constatiamo ci rassicura che il nostro lavoro funziona. E poi la musica stessa è una risposta ai nostri momenti di scoraggiamento o di crisi: non viene mai da sola e, certamente, anche se di musica viviamo non è mai qualcosa di calcolato, ma un rischio che accettiamo volentieri di correre da una vita.

Come promoverete in fase live il vostro album?

L’aspetto promozionale, anche in rete e, soprattutto nelle radio, credo sia naturalmente necessario per portare a conoscenza del nostro lavoro il maggior numero possibile di persone; ma la fase live, i concerti sono determinanti: il disco, il tuo “biglietto da visita”, se così possiamo chiamarlo, ti mette sul palco: ma lì sei tu che suoni e comunichi direttamente con chi ti ascolta, senza nessun supporto, social network o schermo di alcun genere. Nonostante il momento di crisi confidiamo in un numero di date tale da offrire a tutti la nostra musica e ricevere, in cambio, l’energia che si trasforma in nuova forza creativa.