Castle Fusion - Castle Fusion

Postato in Yasta la Vista

Scritto da: Athos_Enrile

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 Autoprodotto, 2012

E’ sempre un grande piacere scoprire della buona musica e, in linea più generale, il talento.

Se poi ci si trova al cospetto di ventenni o poco più, impegnati in un genere tutt’altro che di comodo - il prog - beh, c’è di che tirarsi su il morale.

Mi sono avvicinato ai Castle Fusion casualmente, come spesso accade, accettando il consiglio di un amico che, timidamente, mi indirizzava verso il loro ascolto.

Partiamo col dire che le basi tecniche importanti ci sono, dal momento che sto scrivendo di aspiranti artisti dediti a seri studi musicali. Se a questo si unisce una passione non comune per un fenomeno nato oltre quarant’anni fa, il cui inizio si fa generalmente coincidere con l’album “In The Court of Crimson King”, nel 1969, il quadro incomincia a delinearsi.

L’album omonimo dei Castle Fusion non è recentissimo, risale ad oltre un anno fa, e ciò fa pensare ad una incredibile precocità, lasciando prospettare grandi margini di miglioramento.

Posso immaginare la fretta, l’entusiasmo e la voglia di incidere qualcosa di proprio, e questo mi pare possa giustificare ampiamente una registrazione non certo ottimale.

Ma compito degli osservatori è quello di guardare oltre e delineare qualcosa che magari ancora non esiste, ma potenzialmente già pulsante.

Sette le tracce che mostrano il sunto di qualche anno di lavoro, come si può desumere dall’intervista a seguire e dalla biografia di fine post.

E’ palese l’influenza dei “grandi”, quelli che una volta ascoltati non ti abbandoneranno mai più, ma esistono elementi di novità, che sembrano nascano anch’essi spontanei. Mi riferisco, ad esempio, alla miscela dei suoni tipici della musica progressiva (i tappeti di archi, una sezione ritmica spesso impegnata in tempi dispari, l’uso raffinato della chitarra) con quelli che raccolgono idee dalle varie etnie e quindi spiccatamente tendenti a cultura e tradizione. Ma anche l’uso dei fiati è un segno caratterizzante dei Castle Fusion, elemento di cui molti sentono il bisogno, ma spesso messo in azione attraverso “sostitutivi”, e come si sa, con una tastiera si può fare davvero di tutto.

Esiste poi l’aspetto “voce”, utilizzata nella doppia versione, inglese-italiano, in funzione delle esigenze narrative. Personalmente preferisco una scelta decisa, e generalmente propendo per la lingua di Albione, ma è bene tenere conto del pensiero della band, sotto esposto, e chiarificatore.

L’impatto è decisamente forte, e le idee molto chiare.

Con lo scorrere dei brani ci si può ritrovare a braccetto con i Genesis, i VDGG o i King Crimson, ma quando si pensa di aver individuato il senso al percorso intrapreso arriva sempre qualcosa che non ti aspetti.

Un esempio secondo me esemplificativo della filosofia musicale dei Castle Fusion, almeno quella in atto nel momento della registrazione del disco, è il lungo brano introduttivo - oltre 12 minuti - “Rose Wind Mask”, che propongo a fine post.

Le liriche che si riescono ad afferrare appaiono curate, non un riempitivo atto dovuto, e anche questo aspetto denota una maturità inusuale.

Non ho idea della qualità dell’art work, ed è scontato come certa musica abbia bisogno anche di quella che i non addetti ai lavori potrebbero scambiare per forma, ma che, al contrario, è reale sostanza.

Un album dal mio punto di vista di grande e inaspettato contenuto, e in questo giudizio non posso fare a meno di mettere in relazione la proposta con l’esperienza.

Continuerò a seguire i Castle Fusion e sarà mia cura la condivisione dei loro progressi… le sorprese non mancheranno.

 

L’INTERVISTA

La prima cosa che stupisce leggendo la vostra bio e ascoltando la vostra musica, è la passione verso un genere musicale abbastanza lontano dai gusti dei giovani, di solito ammaliati da cose molto più “semplici”. Come avete conosciuto e che cosa amate di più di quella che, per semplicità, chiamerò musica prog?

La passione per questo genere e’ venuta come naturale conseguenza dei nostri ascolti; c’e’ chi viene dalla musica classica, chi dal rock classico. Se si continua ad ascoltare tanta musica, quasi per caso (ma pensiamo che ci sia un filo logico che lega generi diversi ed e’ diverso per ogni individuo), si approda verso i Pink Floyd, gli Area, i Gong e andando ancora avanti con gli ascolti e lo studio e aprendo ancor di più le orecchie si oltrepassano i generi e le categorie e si comincia a pensare al “Progressive” come una forma mentale, un atteggiamento verso la vita e la musica più che come un codice sonoro fatto di tempi dispari e armonie complicate. L’età non conta, non crediamo che ci sia una musica da “giovani “ e una da “vecchi” perché la musica e’ un linguaggio che tutti parliamo e ascoltiamo consapevolmente o non ed il compito di ognuno é trovare solo quella che riesce di più a incontrare i propri gusti.

Da quanto ho letto siete tutti impegnati in studi musicali seri. Quanto influisce la cultura di base sulle vostre attuali scelte stilistiche?

Lo studio musicale sicuramente influisce molto nella nostra musica, ma con la parola “studio” non intendiamo il mero avanzamento di conoscenza tecnica sullo strumento o armonica, bensì una ricerca di modi di pensare, di comporre e di suonare diversa e che si rinnova attingendo al contempo ovunque e da nessuna parte, nel senso che cerchiamo di andare in profondità in stili musicali lontani da noi per appropriarcene, oppure imponiamo il nostro modo di pensare dentro questi stili per cercare un suono diverso.

Come siete arrivati all’attuale line up, - non mi riferisco a nomi di componenti ma alla tipologia di strumento da inserire nel vostro contenitore - in funzione dell’obiettivo sonoro?

Il trittico basso-batteria-chitarra e’ uno cliché dei generi di musica più ascoltati (dal country al jazz passando per il rock), ed e’ insostituibile per ottenere un certo timbro sonoro e un riferimento per l’orecchio di chi ascolta. Il problema e’ che questi tre strumenti possono fare moltissimo, ma ci serviva uno strumento versatile e dalle molte voci come la tastiera, che e’ come avere un’orchestra in 88 tasti. Per come abbiamo composto fino alla registrazione del cd serviva anche la forza evocativa della voce e delle parole, la musica era stata pensata con già in testa quel tipo di suono e certi temi da affrontare. Per ultimo, ma non meno importante, c’e’ il sassofono alternato ad altri fiati come il fagotto e il flauto traverso che sono strumenti non molto usuali ma proprio per questo ci sembrano dare un sapore diverso al nostro suono.

I vostri brani sono cantati nella duplice lingua, italiano e inglese. Come mai questa scelta e… quanto sono importanti per voi le liriche?

La scelta della lingua e’ sempre un argomento delicato perché cambiano molte cose quando se ne utilizza una rispetto all’altra. In brani come Ten Strokes, dato che il testo racconta un sogno, ci sembrava opportuno cavalcare l’ambiguità di termini che ha l’inglese e la sua caratteristica di essere più malleabile per accomodarsi più agevolmente nella musica; in altri casi valeva la pena di utilizzare l’italiano per arrivare in modo più diretto all’ascoltatore e perché il suono dell’italiano si addice di più’ (sempre secondo noi) a certe tematiche musicali o letterarie.

La vostra band nasce nel 2006, quando eravate adolescenti. Che cosa vi ha maggiormente toccato, in positivo e in negativo, in questo significativo - temporalmente parlando - percorso musicale?

Ora che leggiamo la data ci accorgiamo che in effetti e’ molto tempo che suoniamo insieme! Naturalmente in sette anni ne abbiamo passate di tutti i colori anche perché la nostra crescita musicale e’ andata di pari passo con la crescita fisica e mentale (speriamo…), abbiamo fatto serate ovunque portando la nostra musica in posti dove appena finita di suonare l’ultima nota e’ partito l’Halli Galli con tanto di anziane che sgambettavano, oppure abbiamo calcato il palco della Casa del Jazz di Roma con tanto di camerino e acustica perfetta. Tante volte siamo andati in posti dove ci hanno trattato malissimo, non rispettando accordi presi in precedenza, suonato alle 2 di notte davanti al fonico e una persona sola (forse e’ un record), ma abbiamo avuto i nostri bei momenti. Pur essendo ancora degli aspiranti professionisti noi pensiamo che per fare questo mestiere si può contare solo sulla propria passione ed andare avanti non in nome del guadagno o del prestigio ma per cercare di spostare la famosa asticella un po’ più in là e di “lasciare le cose almeno un po’ diverse da come le si e’ trovate” (cit.Bill Bruford).

Che cosa vi lega in particolare alla musica dei VDGG?

Il sassofono (ah ah). Naturalmente non e’ solo quello. Come succede tante volte nella vita le cose più belle arrivano per caso. Inizialmente questa band la ascoltavamo ogni tanto ma non l’avevamo mai approfondita, poi e’ arrivata l’occasione di suonare la suite “A Plague of Lighthouse Keepers” davanti a tantissimi appassionati. Siamo convinti che il modo di esprimersi, e quindi anche di capire le cose del musicista, sia suonarle, quindi abbiamo capito la nostra affinità coi VDGG solo suonandoli ed entrando dentro la loro concezione e quello che ogni suono esprime, e’ stato come leggere un libro attraverso gli occhi di uno scrittore e capire che il suddetto scrittore ha fatto quell’opera con gli stessi intenti tuoi (anche se con risultati ben diversi). Poi, arrivato il momento di suonare questa suite dal vivo all’interno di una conferenza sul cd Pawn Hearts da parte di Paolo Carnelli, abbiamo appreso ulteriori cose sulla band e tra le altre cose e’ emerso che ci accomunava lo stile molto descrittivo della musica, la ricerca armonica, lo stile ne’ rock ne’ jazz ne’ classico ma tutto insieme e la prevalenza di uno o l’altro genere secondo le esigenze.

Da dove nasce l’amore per la musica etnica?

L’amore per la musica etnica forse lo avevamo già dentro non sapendolo, poi un giorno Daniele, il tastierista, viene in possesso di un’enciclopedia della musica del mondo e queste sonorità così differenti le une dalle altre, ma così evocative, cominciano a depositarsi nell’inconscio di tutti e piano piano nelle prove sono usciti temi dal ritmo e dall’armonia klezmer piuttosto che africana o brasiliana. La musica etnica e’ una musica fatta dal popolo e che descrive a pieno una cultura e le persone che la praticano, quindi e’ una musica dalla grande potenza ed e’ un mondo davvero affascinante che secondo noi vale la pena di approfondire e proporre nella nostra musica perché la nostra cultura pur avendo sviluppato tante bellissime cose ne ha tralasciate altrettante e altrettanto belle, e sarebbe un peccato mortale nei confronti della musica stessa e della cultura non usufruirne.

Immagino che, potendo scegliere, vorreste vivere di musica. Siete consci del fatto che sarà estremamente difficile farlo con la musica di qualità che state proponendo?

Ne siamo perfettamente consci, potremmo chiamarla una “lucida follia”. Studiamo in modo assiduo e sistematico e sempre consciamente facciamo serate molte esibizioni non retribuite con conseguente perdita di soldi per le prove, mezzi di trasporto e strumenti. Inoltre c’e’ da mettere la fatica fisica del montare e smontare strumenti o lo stare dalle 6 alle 2 di notte nel posto dove si suona per le cento e uno cose da fare, e in più bisogna suonare bene e trovare la voglia il giorno dopo di andare a lezione motivati e di studiare per migliorare l’esibizione del giorno prima. E’ una via difficile e molti ti scoraggiano a percorrerla, ma non e’ una decisione che abbiamo preso per ostinazione o per sembrare piu’ “fighi”, per noi e’ un’esigenza fare musica, ci esprimiamo in questo modo. Dopo tutti i fallimenti o le brutte serate ti svegli e hai subito un ritmo o una melodia in testa e ricominci tutto da capo.

Talento, virtuosismo, abnegazione, intelligenza, rigore, innovazione, aspetto… che cosa serve, secondo voi, per essere il perfetto musicista?

A nostro parere il perfetto musicista non esiste. Esistono tanti grandissimi artisti che conosciamo anche di persona che hanno tante qualità. Sicuramente non si può avere solo talento o virtuosismo perché nella musica si parla anche (o soprattutto) di rapporti umani quindi un gruppo non se ne fa niente di un bravissimo musicista che però e’ indisponente o ritardatario o chiuso mentalmente. Per come la pensiamo noi un artista per essere tale deve apportare una certa innovazione, che non deve essere per forza una rivoluzione; un'altra grande qualità e’ l’espressività, ovvero trasmettere qualcosa con le note che si suonano che e’ una cosa molto difficile e che non si ottiene solamente con la tecnica. Come qualità suprema pensiamo che ci debba essere il rispetto e la passione per la musica,che ci sembra che non tutti abbiano.

Provate a sognare… ma con moderazione e una buone dose di realismo: cosa vorreste vi capitasse, musicalmente parlando, da qui al 2015?

Fare una domanda così a un italiano comporta una risposta introdotta per forza da dei gesti apotropaici … noi giovani musicisti sogniamo tanto, sarebbe bello aver inciso almeno 2 cd ed essere riusciti a evolvere il nostro stile (processo che e’ stato già avviato) in modo soddisfacente; sicuramente vorremmo vivere l’esperienza di un tour ed essere riusciti a portare la nostra musica anche al di fuori dei confini della nostra penisola, e quindi di esserci guadagnati la nostra piccola fetta di pubblico appassionato e che apprezzi l’onestà e i buoni intenti con cui facciamo musica. Poi magari chissà, un contratto discografico che ci permetta di avere un prodotto di qualità più alta... insomma, potrebbero sembrare aspirazioni banali, ma dal punto di vista di una band sarebbero davvero dei traguardi importanti.


 

Biografia

I Castle Fusion sono un gruppo di Roma nato nel 2006, e ai membri fondatori Luigi Piergentili (chitarra) ed Edoardo Cicchinelli (basso) si sono aggiunti successivamente altri componenti: Stefano Vestrini (batteria, percussioni), Daniele Alfieri (tastiere), Luca Fagnano (voce) e Edoardo Capparucci (fiati).

Raccontano di se..
Abbiamo 21-22 anni e tutti nella vita studiamo musica in vari conservatori. Abbiamo vinto numerosi concorsi musicali tra cui il prestigioso "Musiche Roma" patrocinato dal comune di Roma, che ci ha portato a suonare varie volte alla Casa del Jazz, palco che abbiamo calcato anche in occasione di un'iniziativa riguardante i Van der Graaf Generator dei giornalisti Paolo Carnelli e Guido Bellachioma, che consisteva nel proporre e spiegare la loro profonda musica, dove abbiamo suonato la suite A Plague of Lighthouse Keepers.
Tutti i componenti del gruppo hanno gusti musicali e studi diversi quindi l'intento della nostra musica e' di unire mondi apparentemente lontani con un'attenzione particolare alla musica etnica di vari paesi.