CorLeone - Blaccahènze

Postato in Yasta la Vista

Scritto da: Manellone

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Etnagigante, 2013

VOTO 70

Certi dischi sono molto difficili da descrivere ma si possono assaporare, annusare come un buon vino, divorare come un buon piatto di “pane panelle”.
Alcuni dischi odorano di sudore e di rabbia, altri sanno di plastica, di acciaio, alcuni purtroppo non sanno di niente. Blaccahènze profuma di terra arsa dal sole, sa di vino nero, forte, deciso. Sa di sole e di fatica. Di lavoro e di soddisfazione. Odora.
Corleone è un progetto di Roy Pacy che in questo strumental jazz/rock ci mette tutto se stesso e tutta la sua terra, la Sicilia.
Chitarre taglienti sempre presenti in tutto il disco, e la sua inconfondibile tromba che ci accompagna e spesso fa dimenticare l’assenza di voci. La sezione ritmica è sempre all’erta e pronta a scoppiare, a rallentare, a sparire quando necessario.
Così inizia “Cinematic-conversion-of-murder” con il suo incedere da film anni ‘70 in una Palermo di fuoco. Ritmo sempre alto in “Mosphit Comedy” dove tra distorsioni e virtuosismi chitarristici  (con finale di chitarra mariachi) non ci si annoia di certo.
“Lookin-For-work”  con il suo slow jazz è una passeggiata lungomare di notte quando non c’è più nessuno in giro e si pensa al futuro e alla stanchezza che ti attanaglia le ossa.
“Double threesome” è praticamente un pezzo doom fatto con i fiati. Si continua con una traccia dal titolo impossibile “Umunt ngumunt ngabantu” che ricorda una marcetta nel giorno della festa del santo patrono. “Tromba loeil reloaded” è il pezzo probabilmente più monotono del disco, con la tromba solitaria di Roy che sfocia in un finale rockabilly.
La chiusura del disco è lasciata all’elettronica di “Budstep infected” che sporca il disco con un dub-step come a ricordare la modernizzazione della sua Sicilia.
Blaccahènze è un bel disco, difficilmente etichettabile, da ascoltare e riascoltare, per molti ma non per tutti.