Alessandro Monti - spiritDzoe

Postato in Yasta la Vista

Scritto da: Athos_Enrile

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alessandro montiDIPLODISC, 2014

 

Alessandro Monti, titolare del progetto unfolk,realizza un sogno, il suo primo CD “solo” che, anziché rappresentare un punto di arrivo, ha più le sembianze di un ritorno alle origini, un minimalismo espressivo voluto, alla ricerca dell'essenza del suono, della sperimentazione, del recupero etnico.
Titolo misterioso - ma spiegato dall'autore nell'intervista a seguire -  spiritDzoe nasce in studio - luogo in cui l'ispirazione di Monti arriva all'apice - e si ripropone di mantenere una collocazione intimistica, senza la ricerca del live, situazione in cui la riproposizione richiederebbe un contesto dedicato e non certo facile da individuare.
Spirito e Vita, questa la risultante di un lavoro la cui valenza si è rivelata solo alla conclusione del percorso, dopo una creazione quasi casuale, che ha preso forma e sostanza momento dopo momento.
Il sottotitolo del disco, “8 rituali in forma di suite”, introduce la sacralità dell'opera, laddove la concatenazione dei vari episodi passa attraverso un cerimoniale che profuma di misticismo e di arte superiore.
A giudicare dall'esterno, sembrerebbe che il musicista veneziano, dopo un lungo percorso in senso circolare, abbia fatto ritorno alla sua “Itaca”, arricchito dai viaggi attorno al globo, carico di esperienze che come lui stesso racconta hanno toccato altri continenti (l'Africa), differenti culture musicali (Don Cherry) e nuovi amici/collaboratori/musicisti (un gruppo di ragazzi disabili).
Il tutto ha portato alla voglia/necessità di tornare all'essenza dello strumento, al bisogno della sperimentazione contemporanea, in un contenitore dove anche un solo accordo può diventare materia d'ascolto corposa, e dove la semplice differente angolazione, rispetto all'amplificazione, provoca sorprese e diversità, non tutte gestibili all'impatto.
L'improvvisazione è un pilastro dell'opera, che solo nella parte finale presenta composizioni precostituite. E la spontaneità vince, così come la riscoperta della bellezza della rottura degli schemi, dell'abbattimento di ogni orpello e confezione floreale, a vantaggio dell'espressività.
Un album che richiede la corretta concentrazione d'ascolto e una buona conoscenza degli intenti e della filosofia costruttiva; un concentrato musicale che ha il sapore della rivelazione improvvisa, del creare innanzitutto per se stessi - fatto non sempre scontato - dello spogliarsi del superfluo a vantaggio dell'essenzialità.
Le parole di Monti apriranno varchi in un mondo carico di importanti risvolti...
 
 
L'INTERVISTA
 
Ti ritrovo dopo oltre un anno dal tuo ultimo lavoro con questo spiritDzoe: mi spieghi il titolo e sinteticamente il contenuto?
“spiritDzoe” é una parola misteriosa creata da un carissimo amico, dotato di una surreale creatività linguistica davvero speciale. Finito di registrare il lavoro mi sono reso conto che aveva spiazzato anche il suo stesso autore e, nonostante alcune parti fossero state influenzate dal paesaggio e dal clima i quei giorni (nebbia, pioggia ecc), non era possibile trovare un titolo esatto che descrivesse adeguatamente la musica e le sensazioni che avevo provato suonando. La suite si è formata da sola e in modo organico, partendo da piccoli frammenti e idee che ho sviluppato direttamente in studio, improvvisando tutto al momento... semplicemente tenevo le idee buone e scartavo quelle che non mi convincevano; va sottolineato che l'unica parte realmente "composta" è l'ultima (8), quella di percussioni che era stata originariamente scritta per essere eseguita da un gruppo. In realtà incidere questo disco è stata per me una sorta di autoterapia in un momento difficile della mia vita, una specie di sfida, ma sentivo che, dopo un periodo di inattività musicale, dovevo avere un nuovo approccio con gli strumenti, quasi fossero presi in mano da zero. Da qui il carattere molto sperimentale e quasi primitivo del disco. Per tornare al significato del titolo: solo a posteriori ci siamo resi conto che alcuni termini sono casualmente legati ala musica: "spirit" ovviamente e "zoe" che, come ha sottolineato la carissima amica e cantante dei Quanah Parker, Betty Montino, in greco significa "vita". Quella "D" al centro fa inciampare la pronuncia e ha uno strano effetto recitato! Insomma una parola casuale, ma magica, che a mio parere descrive la musica altrimenti di difficile classificazione. Tra parentesi credo sia una delle poche suite che possano essere ascoltate random!
 
L’album è strumentale e appare come sperimentale, pur utilizzando “mezzi” legati all’etnia e alla tradizione: che tipo di ricerca hai effettuato? Quanto incarna il tuo spirito di uomo e musicista?
Essendo un musicista autodidatta ho sempre avuto un'idea del suono come ricerca di nuove soluzioni e possibilità, forse perché non mi ha mai interessato essere padrone di una "tecnica" vera e propria: il feedback di mandolino all'inizio (forse uno dei rarissimi esempi del genere) lo dimostra. L'uso di quello strumento in questo lavoro non ha nulla a che vedere con quello che avevo fatto nei precedenti dischi (Unfolk o Venetian Book Of The Dead), ma sentivo che potevo trarne dei suoni ancora diversi. Ho sempre amato il feedback controllato, metodo non facile da usare; alla fine mi ha colpito soprattutto il fatto che il mandolino non crea solo frequenze acute o medie, com'era lecito aspettarsi, ma anche basse! Una gamma davvero molto ricca che permette, con il solo orientamento della posizione di fronte all'amplificatore, di creare melodie senza addirittura premere alcun tasto: una sorta di danza, che mi ha fatto pensare ad un rituale (da cui il sottotitolo "8 rituali in forma di suite"). Comunque quasi tutto il lavoro nasce dalla mia voglia di avere un approccio non convenzionale con gli strumenti, una specie di riscoperta del suono dopo un periodo di silenzio; ad esempio nella parte 2 suono la chitarra 12 corde con il palmo della mano, percuotendo le corde invece che pizzicarle, eccetera. Inoltre amo la cultura africana e quell'uso rudimentale ma sapiente del suono. Se si ascolta molta musica etnica ci si accorge di quanto sperimentale sia l'approccio agli strumenti a causa di un'educazione musicale libera e non proprio ortodossa: proprio quella magia della tradizione è uno degli elementi base della musica: molti musicisti "colti" sono tornati alle radici del suono e hanno capito l'importanza dello stile minimalista. L'espressività spesso è molto più importante di tutti i fraseggi o le costruzioni. Con la scrittura fissiamo spesso degli schemi affascinanti e codificati, ma perdiamo quell'idea spontanea della musica.
 
La cosa che mi affascina da sempre è il cercare di passare messaggi attraverso trame prive di liriche: come riesci a sottolineare gli aspetti sociali o comunque del quotidiano - che so ti appartengono - senza un testo esplicativo?
"Il Libro Veneziano dei Morti" era pieno di messaggi sociali e politici rivolti all'esterno, ma che partivano dalla sofferenza interiore dell'operaio nelle fabbriche, un grido di dolore umano; questo è un lavoro più intimista che parte da un'espressività interiore ma che, come ho accennato in precedenza, nasce comunque dalle difficoltà quotidiane (problemi familiari, di salute, di lavoro ecc.). Talvolta le sensazioni che la musica trasmette parlano da sole e non hanno bisogno di testi; ho sempre amato l'immaginazione, preferisco la radio alle immagini televisive e credo che ognuno possa fare sue le note e adattarle alle proprie emozioni: quante volte succede di associare i suoni a particolari stati d'animo, luoghi, odori o situazioni! Questa sinestesia per l'autore è molto importante, più di ogni concetto programmatico: è il rituale dell'ascolto ed è puramente soggettivo.
 
Dato le modalità creative, è possibile una coerente riproposizione live di spiritDzoe?
 “spiritDzoe” è un lavoro nato in studio e concepito unicamente per essere documentato da un supporto fonografico. All'inizio ero entrato in studio per registrare il mio piccolo contributo a "Diplocomp" (a Diplodisc sampler), una compilaton di musica indipendente internazionale di prossima uscita che ho curato personalmente. Ma, più passavano i giorni più mi rendevo conto che avevo materiale sufficiente per realizzare un mio cd solo, il mio primo disco "solo" in 54 anni... un'occasione imprevista! E' stato tutto casuale ma è tutto nato in studio, un habitat in cui amo lavorare e dove trovo spesso una giusta concentrazione. Riccardo De Zorzi (studio Pro Arte, Mestre VE) è stato ancora una volta un grande collaboratore, in grande sintonia. In sintesi non credo sia possibile riproporre questo disco live, e poi ho sempre trovato la pratica dei concerti una fatica immensa... ma è solo un'opinione personale. "Unfolk + Live Book" (il doppio remaster) documenta in modo esauriente l'aspetto live del progetto unfolk, ma è un Collettivo mentre qui sono in solitudine e ho sovrainciso traccia dopo traccia: due modi diversi di lavorare.
 
Nelle note del comunicato stampa si fa accenno allo studio della musica di Don Cherry, alle esperienze Africane e a quelle con i ragazzi disabili: puoi spiegare meglio cosa intendi?
Don Cherry é stato uno dei musicisti fondamentali della mia formazione musicale e avevo iniziato a realizzare una sorta di tributo; alcuni dischi straordinari come la "Relativity Suite" non solo sono basilari per lo sviluppo della word music, ma devono ancora essere ristampati in compact disc! Il progetto non si è realizzato, ma avevo cercato di contattare i suoi figli tramite alcuni social networks per sapere chi aveva i diritti per ristampare personalmente quel lavoro; purtroppo non ho ricevuto alcuna risposta, ma ho continuato a studiare la costruzione dei suoi pezzi e il meraviglioso uso di strumenti inconsueti. Ho lavorato per due anni con i ragazzi disabili (sono Operatore Socio Sanitario) e ho capito come la musica, e soprattutto il ritmo, possano arrivare in aree spirituali ed emotive impossibili da toccare in altro modo. E' stata un'esperienza straordinaria e incoraggio chiunque a lavorare in questo settore. Anni fa ho parlato con David Jackson (dei Vdgg) che mi ha descritto quanto importante sia stata nella sua vita l'esperienza terapeutica con i ragazzi. Come certamente saprai lui suona il "soundbeam", un dispositivo collegato ad un computer attraverso il quale i ragazzi possono creare suoni nello spazio e migliorare le proprie capacità motorie.
 
Come pubblicizzerai il tuo nuovo album?

Sto cercando di arrivare a tutti i canali possibili attraverso la stampa e la rete; per l'occasione ho creato un mio personale blog dove tutti sono benvenuti: www.unfolkam.wordpress.com. Sarei felice di ricevere feedbacks sul nuovo lavoro e ho intenzione di aggiornarlo nel corso dei mesi. I miei distributori G.T. Music distribution stanno facendo un ottimo lavoro ed il cd è già in vendita su Burning Shed, il prestigioso catalogo inglese che ha conservato una nicchia per unfolk.

 
 
 
 
L'autore racconta la sua creazione...
 
parte 1.Un feedback controllato di mandolino sorretto da un "drone" immobile… forse è il primo feedback di mandolino registrato su disco? Non è stato lasciato al caso ma è stato provato meticolosamente per trovare le giuste note e le soluzioni più interessanti al massimo del volume.
Parte 2. Pezzo in cui le note di basso, una volta decise, vengono suonate con una sequenza improvvisata; ispirato dalla silenziosa nebbia di gennaio in campagna e sulla laguna.
parte 3. Per 2 chitarre che creano un'impercettibile armonia nascosta e descrivono l'imprevista uscita del sole dopo una lunga stagione piovosa.
Parte 4.Pezzo minimalista in cui la seconda parte è improvvisata rallentando progressivamente la successione delle note di basso, ma mantenendo inalterata la velocità della base: l'effetto è quello di un suono che gradualmente si stempera nello spazio, perdendo i riferimenti ritmici. 
Parte 5.Interludio "non cameristico", chiamato anche "unchamber interlude" in cui i fiati vengono suonati in modo virtuale.
Parte 6.Pezzo elettronico dalle forme diverse, ora in una versione definitiva elettroacustica.
Parti 7 & 8.Pezzi sopravvissuti dall'originario progetto di Musica Rituale che traeva ispirazione da un viaggio in Africa, dallo studio approfondito della musica di Don Cherry e dall'esperienza musicale assieme ai ragazzi disabili che mi ha dimostrato le potenzialità umane, psicologiche e fisiche della ricerca ritmica.