COPERNICUS - Nothing Exists

Postato in Yasta la Vista

Scritto da: cspigenova

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COPERNICUS Nothing Exists(Nevermore, Inc. , 2010)

 

Del bizzarro performer americano scrissi già ampiamente qualche mese fa su Mentelocale. Il buon Leonardo Pavkovic di Moonjune, però, ha pensato bene di muoversi a ritroso e di curare la distribuzione del primo album di Copernicus, Nothing Exists, uscito nel lontano 1984 e ora ristampato sempre per la Nevermore, Inc.. La stampa dell’epoca rimase positivamente spiazzata da questa testimonianza registrata negli studi della RCA di New York. D’altra parte Copernicus era abbastanza noto nel circuito “underground” della città, tra East Village e il Downtown, sparso a declamare in svariati locali (citiamo lo Speakeasy, il Mudd Club e il Kenny’s Castaways). E negli studios della RCA entrò, con i suoi 15 musicisti, come usualmente era solito salire sui palchetti alternative newyorkesi. Ai tecnici non rimase altro da fare che azionare il tasto “REC” e il resto venne da sé.
Il clima da happening è percepibile fino dalle prime parole: immancabile il confronto con Jim Morrison. Pare scontato, facile, banale, ma è ineludibile. Copernicus ne ha incorporato il gesto e la tecnica “recitativa” (Let Me Rest, Atomic Nevermore). Il disco – (ri)ascoltato oggi – non ha subito affatto l’usura del tempo, ma, anzi, come era “avanti” nell’84, non è detto che possa essere “già” attuale. È ancora un passo più in là, forse perché non siamo più abituati a simili prodotti ed ad una partecipazione per cui parole e musica diventano simbiotiche. “Avanti” ma, allo stesso tempo, legato ad una “tradizione” sperimentale tutta americana, connessa con la Beat Generation, i lunghi trip sonori californiani, le scomode compenetrazioni in altri campi (lo spettro contemporaneo di Blood, cluster pianistici e chitarre elettriche in Quasimodo), quel rock schifofrenico in grado di legare i Velvet Underground ai Talking Heads – magari attraverso i B-52s (I Won’t Hurt You, I Know What I Think, Nagasaki). Il poeta pazzo recita la sua American (underground) prayer: non si sa se, dietro di sé, nasconda qualche “testimone” da cedere. La sua non è mai stata una corsa, ma un’esistenza tutta da raccontare. Basta che ci sia un palcoscenico (ed un registratore).

© Riccardo Storti