Clemente - Canzoni nel cassetto

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Scritto da: MAT2020

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Autore: Alberto Sgarlato

 

clemente canzoni nel cassettoControrecords, 2016

 

Un violino intenso, drammatico, dalle sonorità più attinenti alla ruvidezza del folk che all’ostentata perfezione formale della classica, ci introduce alle prime note di “L’essenziale”, brano che apre “Canzoni nel cassetto” e che diventa quasi un manifesto del Clemente-pensiero: l’autore ci spiega chi non vale la pena ascoltare, di chi non è opportuno circondarsi, per ritrovare l’amore delle piccole cose, il profumo del mare, l’essenziale per vivere. Una canzone dolcissima, che arriva subito al cuore. Dopo quell’intro di chitarra e violino entrano tutti gli strumenti, creando un “pieno” bellissimo che prende immediatamente l’ascoltatore.
Antonio Clemente (che ormai si firma semplicemente Clemente), pittore/cantautore/poeta di Castelvetrano che – in vari periodi della sua vita – spesso diventa ligure d’adozione, giunge così al suo terzo album. Il disco completa perfettamente una trilogia, legata da un fil rouge fatto di emozioni, colori, profumi e sapori nel cuore dell’artista ma, senza nulla togliere ai due lavori precedenti, entrambi bellissimi (che si intitolavano “Infinito” e “Davvero”), questo è probabilmente il lavoro più completo, più maturo, più intenso dei tre.
Abbiamo parlato delle emozioni che legano le varie tracce dell’opera clementiana e, appunto, “Piccole emozioni” si intitola il secondo brano, un delizioso e delicato acquarello in fingerpicking che può a tratti ricordare la penna di Fabio Concato. Anche qui il tema è quello di “L’essenziale”: tutto il tempo che perdiamo nella vita dietro a cose, persone, situazioni di cui faremmo volentieri a meno, dimenticandoci così dei nostri sogni e, appunto, delle nostre piccole emozioni quotidiane.
“Canzone del poeta bambino” ha questo bizzarro titolo che sembra un po’ evocare Guccini; il brano, invece, è quello che procede con l’incedere più duro, più asciutto, rispetto alla dolce magia delle due tracce precedenti. La storia di questo bambino che sogna correndo nei prati e guardando la luna, si evolve nella vita triste di un uomo costretto al precariato e a situazioni di fortuna, finché l’amore di una donna non gli fa ritrovare almeno un po’ la gioia e la purezza dell’infanzia. I ricami del flauto, che ben volteggia attorno ai pochi ma giusti accenti del piano, danno al tutto un tocco quasi progressive rock.
In “Veni l’estati” (viene l’estate, per chi non è avvezzo al dialetto siciliano), Clemente riscopre le sue origini, canta in dialetto e ne nasce un brano stupendo, uno dei veri “highlights” del disco, fantastiche sonorità tra folk e prog che ci riportano a gruppi leggendari come il Canzoniere del Lazio e la Nuova Compagnia di Canto Popolare. Il testo, per chi è stato in Sicilia almeno una volta nella vita, fa venire i brividi: un quadro perfetto, con i sassi caldi per il sole, i fiori bruciati e lo scirocco che soffia.
“Alla difesa dei sogni” ci riporta un po’ alle due precedenti opere di Clemente, quelle un po’ influenzate dal De Gregori più dylaniano, con l’armonica a bocca in primo piano e una bella ritmica un po’ country.


 
 
“Canzone di Natale” è di nuovo un brano che va a esplorare le sonorità folk delle due tracce precedenti. Il testo è una forte denuncia nei confronti di che cos’è diventato il Natale oggi: ipocrisia, opportunismo, consumismo, cura dell’immagine in primo piano. Stiamo vivendo un periodo storico difficile, questo è inutile negarlo; eppure sembra che dietro un augurio di “Buon Natale” si possa buttare alle spalle, come la polvere sotto il tappeto, la crisi, la disoccupazione, la fame, la guerra.
“Non è un gioco” è forse il capitolo più amaro dell’intera opera, ben supportato da tappeti oscuri e sonorità tenebrose: come sta cambiando la società attuale? Arrivismo, arroganza, rabbia, avidità.
“La libertà” ci riporta, dopo due brani molto drammatici, alla dolcezza delle prime due canzoni. Ritroviamo chitarre arpeggiate e violini a supporto di una storia che ci racconta quanto sia importante viaggiare, esplorare, guardarsi attorno, capire, conoscere e, soprattutto, sentirsi liberi.
“Cuori al vento”: qui Dylan emerge prepotente nelle note dell’armonica a bocca iniziale, a “condire” un bellissimo testo che ci dice quanto è importante lottare, cercare emozioni e non lasciarsi andare mai allo sconforto. E la citazione, a un certo punto, arriva: “Blowin’ in the wind”.
Anche “Tango delle circostanze avverse” ha di nuovo un titolo dal sapore gucciniano e, in effetti, stavolta, qualcosa del Maestro di Pàvana, nelle atmosfere, c’è… Storie di bar frequentati da gente noiosa e che parla a vanvera, finché a un certo punto arriva lei: un amore bellissimo, seppur fallimentare; una storia problematica, ma emozionante.
“E non ne parliamo più” è, di tutto il disco, il brano che avrebbe le migliori potenzialità di “hit single”: le sonorità son quelle del resto dell’opera, giocate su chitarra arpeggiata e pianoforte, ma melodie e atmosfere virano verso un pop elegante, raffinato, intelligente e di grande qualità. Un pezzo che meriterebbe tantissimo spazio nella programmazione radiofonica e televisiva italiana.
“Vivere” ha un arrangiamento complesso, con intrecci di più archi, ricami pianistici molto variopinti e un bel riff di chitarra acustica, che riporta Clemente nei territori del cantautorato più vicino al prog. Un brano interessante che costituisce un’ennesima sterzata in un album brillante e variegato, ricco di atmosfere.
E si finisce con una “Stupida canzone” che, ovviamente, a dispetto del titolo, stupida non è affatto. Siamo di nuovo al cospetto del Clemente più intimista, che ci parla di sentimenti ingabbiati nelle regole, spesso troppo severe, della quotidianità. E qui, a sorpresa, fa capolino anche una marimba ad arricchire l’arrangiamento.

Il brano finisce, tra gli ultimi tintinnii delle percussioni intonate e l’arpeggio conclusivo della chitarra, verso i 2 minuti e 40” ma… Dopo un minuto abbondante di silenzio spunta una Ghost track senza titolo. Clemente sceglie di concludere il disco così, con un brano semplice, per sola voce e chitarra, nel quale ci racconta una storia d’amore “bruciata in fretta come una Marlboro”. Il resto è “rabbia e solitudine”. Un finale pieno di amarezza, che però suona come un’ottima chiosa in un album per il quale non è eccessivo l’aggettivo “memorabile”. Una delle perle più preziose nel ricco panorama dell’attuale cantautorato italiano.