Woodstock 2019: il concerto di Genova

Scritto da: Athos_Enrile

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Nel mio mondo musicale ideale la celebrazione dei 50 anni del Festival di Woodstock, quella a cui ho assistito il 23 luglio a Genova, Palco sul Mare,sarebbe un format itinerante da spalmare nell’arco di un anno intero, dal 1° gennaio al 31 dicembre.
 
Tutto questo non c’entra nulla con gli aspetti nostalgici, quelli che colpiscono solitamente i miei coetanei, e che permettono, spesso, di rivivere momenti indimenticabili, ma l’utilizzo della storia e il dare vita a sane memorie sono elementi che aiutano a rivitalizzare un racconto che può diventare didattica, a vantaggio di una giovane popolazione di fruitori della musica che, a mio giudizio, ne avrebbero davvero bisogno!
 
Non è un momento molto felice quello che stiamo attraversando, e proporre musica di qualità e raccontare cosa si sognasse mezzo secolo fa potrebbe rappresentare una discreta azione sociale, da cui trarre vantaggi legati all’approfondimento, o più semplicemente al piacere da ascolto.
 
Woodstock mi ha cambiato, anche se ho vissuto il tutto da adolescente, ma non si può minimizzare qualcosa che, a distanza di tanto tempo, continua a provocarmi emozioni e pensieri positivi.
 
Non è stato esattamente come molti lo hanno descritto, il festival svoltosi a Bethel nella metà dell’agosto del ’69… non è stato né semplice nè perfetto, ma non è questo lo spazio per descrivere nei dettagli una manifestazione avvenuta in un anno irripetibile, carico di eventi significativi, tra storia e musica, all’interno di una rivoluzione culturale senza precedenti.
E mentre Woodstock andava in scena, dall’altra parte dell’America la strage di Bel Air tingeva di rosso un’estate infuocata, caratterizzata da un raduno che vide un numero impressionante di anime raccogliersi oltre ogni più rosea aspettativa, in tempi in cui l’informazione era minimale: questo è quanto può accadere quando lo slogan proposto - in questo caso “pace amore e musica” - contiene i presupposti del sogno collettivo e non quelli della pianificazione e del mero businnes. Altamon, pochi mesi dopo, avrebbe sancito la fine di quei nobili ideali.
 
Con questa voglia di rivivere l’evento ho partecipato al concerto genovese ideato da Aldo De Scalzi. Vorrei dividere il tutto in tre parti, un prima, un durante e un dopo.
Partiamo dalle premesse, da un’organizzazione che ha visto sul palco musicisti volutamente locali, di cui non mi pare interessante tessere le lodi, evitando di sottolineare l’ovvio: lo spirito della serata non aveva in programma la sfida tra le parti.
Però il livello delle competenze, come previsto, si è dimostrato altissimo, così come accade quando entrano in gioco i professionisti.
 
Occorre dire che Aldo De Scalzi possiede skills che vanno oltre l’ambito strettamente musicale: mi riferisco alla capacità organizzativa e al suo calarsi nella parte del catalizzatore, del filtro, del mediatore e, in questo caso - ma succede con buona frequenza - è riuscito a portare su di un palco un numero impressionante di “amici di alto rango", con cui diverte e si diverte, dimostrando predisposizione all’empatia, verso i colleghi e verso l’audience, con cui dialoga direttamente.
 
Proseguendo sull’ideale suddivisione in tre parti di questo “Woodstock 2019”, propongo il pensiero del “regista”, un’ora prima dell’inizio dello spettacolo.
 
 
 
 
Dalle parole di De Scalzi emerge che sarà grande il numero dei partecipanti, introdotti nel susseguirsi della “storia” dal narratore, il giornalista Flavio Brighenti, il cui compito è stato quello di analizzare il contesto e allacciare i fili di quanto accaduto, al di là del conosciuto, un sapere legato soprattutto al film che portò il festival nelle nostre città. Normalmente nel corso di un concerto si cerca di dosare la parola, ma la cesellatura di Brighenti è stata particolarmente apprezzata e ha aiutato nel ricollocare al posto giusto gli elementi del puzzle, certamente non facile da costruire.
 
Chi ha ruotato sul palco? Da cosa è rappresentato il “durante”?
 
La base per chi si è esibito è la Too Little Time Band, formata da Antonio Esposito al basso, Alessandro Pelle alla batteria, Massimo Modesti alle tastiere e Gabriele Marenco alla chitarra.
 
A rotazione è intervenuta una sezione fiati composta da Edmondo Romano, Diego Servetto, Francesco Merlo e Enrico Allavena.
 
Tra gli special guests, oltre a De Scalzi, onnipresente, i The Reunion (Luca Dondero, Luciano Ventriglia, Franco Fisher Sandi, Luciano Ottonello, Enrico Spigno, Stefano Cavallo), Paolo Bonfanti, Dado Sezzi, Attilio Zinnari, Jenny Costa e Marco Matta.
 
Lunga la serie dei vocalist (Valeria Bruzzone, Matteo Merli e Roberto Tiranti) a cui si sono aggiunti Morena Campus, Daria Ciarlo, Claudio Boero, Agostino Marafioti e Fausto Sidri.
 
Il frontman e la frontwoman sono solitamente gli artisti che arrivano in modo diretto al pubblico, e in questo caso abbiamo avuto dimostrazione di qualità eccelsa, e mi sono ritrovato a pensare come artisti simili non avrebbero fatto fatica a trovare un ruolo tra i miti del rock, se avessero vissuto epoche diverse: però... trovarsi al posto giusto al momento giusto non fa parte delle scelte personali!
 
 
Lascio al lettore la possibilità di farsi un’idea propria, giacchè nel filmato a seguire - oltre un’ora di video - ho cercato di sintetizzare tutto quanto accaduto, mantenendo la scaletta programmata che prevedeva la proposizione di alcune band e musicisti che parteciparono al festival, e quindi, partendo dal finale di Jimi Hendrix, si sono susseguiti brani di Country Joe, Canned Heat, Mountain, Joan Baez, Creedence Clearwater Revival, Crosby Stills e Nash, Jefferson Airplane, Joe Cocker, Richie Havens, The Who, Blood Sweat & Tears, Janis Joplin e Santana, con il cui brano, “Soul Sacrifice”, si è arrivati all’apoteosi, apice di una serata indimenticabile che ha visto coinvolti tutti i musicisti on stage.

Il film della serata...
 
 
 
 
Per mancanza di tempo - deduzione emersa dalla scaletta in mio possesso - si è dovuto “tagliare” Arlo Guthrie, Johnny Winter, Ten Years After, Sha Na Na e Sly and the Family Stone.
 
Performance pazzesca, sicuramente non facilmente riproponibile nonostante i miei sogni di inizio commento, perché esistono aspetti organizzativi e costi conseguenti che rendono certi eventi come unici o difficilmente irripetibili.
 
E qui arriviamo alla terza parte, quel “dopo” a cui accennavo, il proseguimento del racconto.
Sì… per chi si fosse perso la serata del 23 e, magari stimolato dal video precedente, cercasse una nuova chance, l’occasione è dietro l’angolo, perché il 13 agosto, a Savignone, nell’entroterra genovese, ci sarà una replica, gratuita, i cui dettagli si possono trovare cliccando sul seguente link:
 
 
E per chi volesse approfondire l’argomento “Woodstock”, nei prossimi giorni uscirà un numero speciale di MAT 2020 che racconterà nei dettagli cosa accadde in quei giorni… in quell’anno… in quella dimensione… la rivista è scaricabile, come sempre, gratuitamente, al seguente indirizzo: