“SolDoFa Fest 2020” - Labyrinth, Ashen Fields e Tornado (19 luglio 2020)

Scritto da: MAT2020

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Live Report della terza giornata del “SolDoFa Fest” organizzato dal Circolo Qualude: Foto e video dei concerti di Labyrinth, Ashen Fields e Tornado
 
Un (altro) festival musicale all’aperto a Genova nell’estate del COVID? Yes, we can! Sicuramente una stupenda sorpresa, se poi si aggiunge il fatto che gli headliner della giornata di chiusura sono i Labyrinth, band che mi riporta ai primi anni in cui scoprivo l’heavy metal, in piena esplosione power, e che avrebbero già dovuto suonare a Genova a inizio marzo ma si sa com’è andata… Un evento, ancora una volta, da non perdere.
 
Parliamo della tre giorni di SolDoFa Festival, organizzato dal Quaalude Club, CIV Sarzano Sant’Agostino, con il patrocinio di M.I.G. (Musicisti Indipendenti Genova) e da LocaLive. Il fest si svolge in una Piazza Sarzano praticamente trasformata dall’ultima volta che l’avevo vista, senza macchine e col palco davanti alla chiesa.
Il fest, riporto dalla pagina FB dell’evento, “si chiama SolDoFa perché sosterrà la campagna di raccolta fondi omonima che il Circolo (Quaalude) ha promosso lo scorso maggio per sostenere i musicisti e i circoli dove si fa musica, per evitare che tra le tante vittime del virus ci siano anche la nostra amata musica, i professionisti che la suonano e i locali che la ospitano”. Chapeau! Speriamo la rassegna sia servita anche in questo nobile intento.
Chioschetto con birrette e panuozzi, gelati e persino arrosticini, buona musica, bellaggente, e si parte. Uniche pecche della serata: assenza di bagni e un suono non sempre eccellente.
 
La terza e ultima serata del SolDoFa è all’insegna del metallo rovente, infatti quando arrivo in cima alla collina (Run to the Hills?) di Sarzano i Tornado stanno ancora facendo il soundcheck e il tutto mi ricorda le rassegne studentesche e i vari concerti a cui ho partecipato, sia sul palco che sotto, e le atroci ore in cui il sole è ancora bello alto nel cielo, e le band di apertura si preparano per il loro set tra un “alza la chitarra in spia” e il rischio accecamento + ustione… massima solidarietà, ragazzi!
 
 
Tornado
 
I “Tornado - Tribute to the best metal bands” sono ormai abituè dei palchi dei (pochi) locali genovesi, sono in attività da ben 10 anni e la band è composta da: Luca D’Angelo (chitarra e voce, mi ha ricordato a più riprese il mitico John Gallagher dei Raven, che però è bassista, ma sono entrambi fan del microfono stile “pilota dell’elicottero” e degli strumenti a corde dalla forma spigolosi), Davide Curreli (chitarra), Dennis Madden (basso) e Luca Barone (batteria). I nostri hanno la giusta carica e si vede che sono dei veri metalheads. Sia la scelta delle canzoni che la riproposizione sono sempre convincenti.
Il loro repertorio è composto sia da canzoni che conoscono anche le pietre (fatto che rimarcano con ironia, sempre apprezzatissima, loro stessi dal palco) che da alcune chicche per veri nerd del metallo, come la fotonica “Metal Thrashing Mad” degli Anthrax o, andando a scavare ancora più a fondo, “Stonewall” degli Annihilator e “Snakebite” dei Racer-X, band del mostruoso chitarrista Paul Gilbert.
Il resto è un susseguirsi di “Aces High”, “Symphony of Destruction”, “A touch of Evil”, “Enter Sandman”, “Tornado of Souls” e altre canzoni da “Best of” dell’heavy metal, proprio come recita il nome della band.
Di solito trovo le cover band “generiche” insopportabili (niente di personale, ne ho fatto parte per molti anni) ma qui mi permetto di fare alcuni distinguo: la fame di musica dal vivo era TANTA, e alcune delle corde toccate con alcune canzoni suonate sono state quelle che ti accendono la fiamma quando sei davvero piccolo, cose che non si dimenticano. I Tornado sono simpatici e non spocchiosi, si divertono sul palco e si vede, e questa “presa bene” è effettivamente contagiosa. Bello vedere anche tante persone di tutte le età scatenarsi sotto il palco.
In ultima analisi apprezzo l’intento di voler scavare un po’ più a fondo da parte dei Tornado e farci ascoltare alcuni brani che, effettivamente, neanche le band “originali” suonano più da tanto. Volendo andare a spaccare il capello, anche le canzoni “famose” che vengono riproposte stasera, in alcuni casi, non sono un po’ più da “fan incalliti”, e meno da “best of”. To the next one!


 

Cambio palco, il sole ormai è quasi calato e l’atmosfera si fa più “dark” per un’altra formazione genovese, gli Ashen Fields. Nell’evento FB della serata vengono descritti come “originali” per cui c’è una certa curiosità. Non li ho cercati prima di andare al concerto per cui la sensazione è un po’ quella, ormai sempre più rara dato che tutto è a portata di click, di essere a un passo dallo scoprire qualcosa di nuovo.
Un look à la “Cradle of Filth/band metal estremo ma con piglio melodico” anni ‘90 (ma senza face painting, che comunque avrebbe avuto vita brevissima viste le temperature!) non lascia troppo spazio all’immaginazione, e infatti la proposta musicale è in linea con le coordinate stilistiche, ma forse è più corretto parlare di un certo “sentire”, che band quali Dark Tranquillity, In Flames, Cradle of Filth e Paradise Lost (ci metto anche gli Opeth degli esordi, toh) hanno descritto meravigliosamente ormai più di 20 anni fa.
Il metal degli Ashen Fields, appropriatamente definito da loro stessi “Symphonic Death Metal”, è complesso e ricco di cambi di atmosfera. I richiami alle band e alle sonorità descritte sopra sono evidenti per chiunque conosca il genere: come detto, i rimandi non sono tanto a questa o quella band “nello specifico”, ma la loro musica mi ha continuamente ricordato quelle sonorità.
La band, composta da Julio Rossanigo (voce), Davide Manzi e Jacopo Ruggero (chitarra), Fabio Mereta (basso) e il turnista Alessio Fanelli aka Attila (batteria), si dimostra convincente e compatta sul palco. Le tastiere e orchestrazioni varie, di cui in studio si occupa Davide Manzi, sono qui riproposte sotto forma di basi musicali, senza nulla togliere all’impatto e alla carica, anche emotiva, dei brani.
 
 
 

Furiosi passaggi con blast beats, schitarrate a volte veloci a volte lentissime, si alternano ad aperture melodiche davvero malinconiche e assoli al limite del neoclassico, il tutto sempre accompagnato da un cantato a metà strada tra screaming e growl, con occasionali cantati puliti. Una musica che vi farà sentire come quando avete ascoltato “The Gallery” dei Dark Tranquillity per la prima volta e vi siete chiesti “come è possibile unire potenza e tristezza in modo così efficace”?
Gli Ashen Fields, per come li ho intesi io, pescano a piene mani da quella affascinante tradizione metal, prettamente europea, che si è sviluppata negli anni ‘90, con un pizzico di personalità. Una proposta non immediata né di facile assimilazione ma che farà sicuramente breccia nel cuore di chi ama certe sonorità.
Purtroppo la resa sonora non è delle migliori e questo sicuramente penalizza i ragazzi. Avendo poi avuto modo di approfondire, posso comunque confermare le mie ottime impressioni appena descritte.
Fa davvero molto piacere vedere una band di ragazzi così giovani prendere la musica in modo così professionale (hanno già un EP alle spalle e sembrano belli lanciati) e cercare di creare musica propria.
 
 
Ashen Fields

 

Dopo questo salto carpiato all’indietro nella Svezia del 1995, è ora del cambio palco “più atteso della giornata” e infatti, dopo due piacevolissime sorprese (i Tornado e gli Ashen Fields), è ora di addentrarsi in quel labirinto di paradiso perduto e figli dei fulmini senza limiti. Che vaneggio è questo? Ma sto ovviamente parlando dei Labyrinth.
 
Per capire cosa hanno significato i Labyrinth nel panorama metal italiano e, oso, mondiale, bisogna anche qui fare un bel passo indietro e ricordarsi di come, nell’Italia di fine anni ‘90, TUTTE le riviste specializzate (il compianto Metal Shock gestione Borchi, Metal Hammer con Signorelli, per citare le più famose e rinomate), non facessero altro che parlare della rinascita del power metal e, di conseguenza, dell’emergere, anche in Italia, di alcune band clamorose che negli anni successivi avrebbero letteralmente conquistato tutto il mondo.
I primi erano i Rhapsody (non i Rhapsody of Fire, i CiccioPasticcio’s Rhapsody o una delle infinite diramazioni, di cui è difficilissimo seguire le vicende, tutt’oggi esistenti), nella versione “sbarbatelli” e molto prima che la band implodesse in mille direzioni diverse. I Rhapsody avrebbero cambiato il modo di intendere il power metal sinfonico di lì a poco con due capolavori: “Legendary Tales” (1997) e “Symphony of Enchanted Lands” (1998).
Gli ottimi comprimari dei Rhapsody, e la band che veniva citata sempre insieme a loro, erano proprio i Labyrinth, che nel 1998 hanno pubblicato per la storica etichetta ameregana Metal Blade un capolavoro del power metal italiano chiamato “Return to Heaven Denied”.
 
 
Labyrinth
 
Di acqua sotto ai ponti ne è passata tanta ma in una prima analisi si può già dire che ciò che non è cambiato minimamente è l’incredibile voce di Roberto Tiranti, oggi eccezionalmente anche in veste di bassista a sostituire Nik Mazzucconi (a parte per l’iniziale “Moonlight”, dove al basso ritroviamo Dennis Madden dei Tornado) e alla guida di una band che, tra alti e bassi, è ancora qui, testimonianza di una passione mai scalfita per una musica potente, orecchiabile, ricca di spunti e variazioni.
Ad accompagnare Roberto - fu Rob Tyrant -, che gioca in casa, troviamo alcuni altri componenti della formazione di fine anni ‘90, ossia Olaf Thorsen e Andrea Cantarelli (quest’ultimo sotto il nome, all’epoca, di Anders Rain). A questi si sono aggiunti negli anni, e quindi anche stasera sul palco, Oleg Smirnoff alle tastiere e il dinamitardo Matt Peruzzi alla batteria, quest’ultimo una delizia per gli amanti della doppia cassa.
Avevo già visto i Labyrinth al compianto Evolution Fest 2006 e già allora ne rimasi colpito. Questa sera assistiamo a una carrellata di brani vecchi e nuovi, molti dei quali tratti dal già citato “Return to Heaven Denied” (inclusa la tamarrissima e techno “Feel”, che scopro solo oggi essere una cover, in chiave power metal, di una canzone di Cenit X nel suo remix by Legend B… viva gli anni ‘90). Oltre a sciabolate power/speed quali “Lady Lost in Time” e “Thunder”, la scaletta pesca a piene mani un po’ da tutti gli album di Labyrinth, regalandoci un concerto sicuramente vario e sempre interessante.
 
 
 

Roberto è un vero intrattenitore dalla battuta sempre pronta e risulta effettivamente divertente ascoltarlo mentre ci porta tra un brano e l’altro della scaletta. Aneddoti, storielle dell’epoca, botta e risposta dal pubblico (spesso incentrati sulle frequenti invocazioni al divino che provengono dalle prime file, il tutto in chiave assolutamente goliardica e “di cazzeggio”), siparietti: non solo musica sotto il cielo di Genova, insomma.
Per chi non lo sapesse, il power metal, con la sua doppia cassa “a elicottero” a farla da padrone, è una musica dal ritmo molto incalzante e regolare, e le grandi aperture melodiche, gli assoli alla velocità della luce e il tipo di cantato, melodico e con voce pulita, la portano a volte ad essere assimilabile, per intenzioni e, appunto, ritmicità, al tipo di musica che potrebbe accompagnare un allenamento in palestra. Questa è una delle battute “classiche” che si possono sentire negli ambienti metal di tanto in tanto. Provate voi stessi a mettere “Moonlight” in cuffia a tutto volume e fare spinning. Risultati garantiti!
Non potevo quindi credere ai miei occhi quando ho visto un gruppo di ragazzi e ragazze lasciarsi trascinare dalle canzoni dei Labyrinth e mimare movimenti da allenamento a corpo libero, o come fossero dentro una vasca per l’acquagym… ovviamente è stato il momento più delirante e indimenticabile della serata… su le mani! Uno, due, tre, quattro! 
 
 
Labyrinth-ginnastica
 
Sicuramente la band più attesa della serata, i Labyrinth non deludono e ci anticipano che i lavori per il prossimo album sono appena cominciati. Questo concerto e questa notizia rappresentano per me un’occasione per riscoprire una band a cui ero molto affezionato “da piccolo” e che per un motivo o per l’altro ho un po’ perso di vista.
Poco prima delle 11 cala il sipario in una bellissima serata di musica cazzuta e interessante per gli amanti delle sonorità più ruvide.
Ringrazio di cuore tutti coloro che hanno messo su questa manifestazione di cui c’era davvero tanto bisogno dopo questi mesi di “stecchetto” e spero vivamente che la raccolta fondi sia andata bene.