Storie di Rock (Innocenzo Alfano)

Scritto da: cspigenova

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Innocenzo Alfano continua ad offrire importanti contributi musicologici all'analisi della popular music, pertanto anche del progressive; ed il suo ultimo Storie di rock testimonia ulteriormente questo sforzo impegnativo biunivoco. Sì, biunivoco perché Alfano è uno che non si risparmia di fronte a qualsiasi atto di vivisezione della partitura ma, al contempo, i suoi lavori richiedono pari attenzione da parte di chi legge. Da quando ha esordito nel 2004 con Fra tradizione colta e popular music: il caso del rock progressivo, Alfano ci ha abituato al gusto dell'approfondimento sul dato musicale, senza tanti fronzoli e senza troppe invasioni sociologiche e letterarie. E questo è sicuramente il maggior pregio del suo approccio. Così è stato anche per gli altri volumi (Verso un'altra realtà ed Effetto Pop) che – è doveroso sottolinearlo – si presentano come raccolte di saggi monografici (o inediti o riveduti e corretti, dopo essere stati pubblicati in spazi pubblicistici dedicati, tra cui il nostro “contrAPPUNTI”). Idem dicasi per il recente Storie di rock. Per entrare meglio nello specifico del libro, vale la pena citare il capitale sottotitolo: “Gli Anni Sessanta e Settanta attraverso dischi, festival, libri, luoghi, suoni e molte curiosità”. Dando una scorsa all'indice, c'è da perdersi: Allman Brothers, Hendrix, Colosseum, Family, Dylan, Genesis, Bakerloo, John Cipollina, Tempest, PFM, Le Orme, Acqua Fragile, Bombay Calling, Jimmy Page, Beatles, The Who, Bonzo Dog/Dah Band e potremmo continuare. Lo zibaldone si fa più unitario e saggistico con un capitolo autonomo sulla scena californiana (San Francisco Sound: i suoni di una città), praticamente un importante unicum in Italia. Beh, poi Alfano lo conosciamo: non ha peli sulla lingua, il suo taglio non dà adito ad equivoci e non lascia dubbi, ma – con buona e precisa volontà dell'autore – vuole essere “discutibile”, talvolta in maniera anche provocatoria e senza troppe mediazioni. Muovere le acque al di là di luoghi comuni e ipse dixit. Ci sta. Significa “fare critica”. Libro prezioso. Due punti, però, possono destare qaulche perplessità. Uno: il saggio Fabrizio De André in concerto con arrangiamenti (contraffatti) della PFM, già pubblicato sul blog di Athos Enrile e che innescò a suo tempo una replica precisa di Lucio Fabbri (che, ahinoi, non è stata invece inserita da Alfano nel libro... peccato!). E sia: ci sarà consonanza tra Zirichiltaggia e Spirit dei Dobbie Brothers e tra Volta la carta e Paddy's Jig degli Steeleye Span, ma che c'entra la PFM? La Premiata nel live con De André, mantenne quegli arrangiamenti dall'album Rimini così come erano stati elaborati dalla triade Mims – Bubola – Reverberi. Poi l'idea di Alfano di denominare l'album con la dicitura “arrangiamenti PFM” preferendo un “accompagnamento PFM” è proprio fuori luogo e per nulla condivisibile. Musicalmente, in origine, cosa erano La guerra di Piero, La canzone di Marinella, Il giudice, Amico fragile, Bocca di Rosa, Il pescatore, Maria nella bottega del falegname, Il testamento di Tito, Verranno a chiederti del nostro amore, Giugno '73? E cosa sono diventate dopo quel tour, grazie agli arrangiamenti della PFM? La risposta sta nella carriera di De André che, anche in seguito, nei suoi live successivi, volle che quegli arrangiamenti di Mussida, Premoli, Djivas, Di Cioccio, Fabbri e Colombo rimanessero inalterati. Altro che accompagnamento... 

Due: l'appunto Paul McCartney è morto, ma nessuno lo sa, riflessione sul divertente ed acuto lavoro ricostruttivo del famoso mito a cura di Glauco Cartocci (Il caso del doppio Beatle). Alfano ne distrugge le fondamenta senza, però, nemmeno entrare dalla porta e dare un'occhiata a chi c'è nell'appartamento... Alfano fiuta (e presume) che il lavoro di Cartocci possa parlare poco di musica e riduce il tutto ad una questione di gossip. E Alfano ammette, sì, di essere andato in libreria, ma “mi è bastato sfogliare l'introduzione del volume, più alcune decine di pagine dei vari capitoli/paragrafi di cui è composto il libro – le più significative, se così si può dire sperando di non abusare del termine -, perché mi passasse la voglia di leggerlo integralmente e soprattutto di spendere i soldi per l'acquisto”. Non è corretto, se non altro per una forma di rispetto nei confronti di chi quel libro lo ha scritto. Un brutto autogol.
Si può polemizzare con Alfano e mi è capitato di farlo più volte in forma privata. Io credo che le divergenze aiutino comunque a crescere e a fare crescere il nostro piccolo mondo critico. Gli input di Alfano – comunque la si pensi – offrono sempre una possibilità di replica, appunto, costruttiva. Cosa mi auspico dal nostro amico calabrese, pisano d'adozione? Beh, l'ho pregato più volte... ed ora passo dal privato al pubblico. Un saggio organico su un argomento specifico. Ben vengano le monografie, ma perché non pensare ad un equivalente italiano della pietra miliare Rocking the Classic di Edward Macan? Di sicuro, Alfano ha tutte le carte in regola per affrontare simile sfida e con risultati a lunga gittata.

 

© Riccardo Storti